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Monete virtuali e rischio di autoriciclaggio: quale nesso? | WeWealth

Monete virtuali e rischio di autoriciclaggio: quale nesso?

Nicola Dimitri
14.7.2022
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Le criptovalute possono essere ricondotte nell'ambito delle attività speculative in quanto l'acquisto implica il tentativo di raggiungere un utile anche assumendosi il rischio di considerevoli perdite.

È ormai noto, sottolineano i giudici, l’impiego delle criptovalute nel darkweb

Il sistema di acquisto di bitcoin si presta ad agevolare condotte illecite

Che le criptovalute, in ragione dei sistemi che garantiscono l'anonimato dei detentori, fossero strumenti potenzialmente idonei a favorire o finanziare, anche indirettamente, la commissione di attività illecite la giurisprudenza già si era espressa.

Tuttavia, con una recente sentenza, Cass. pen. 13.7.2022 n. 27023, i giudici di legittimità hanno messo in evidenza un altro pericolo correlato alla detenzione e all’impiego di criptovalute.

Ad avviso della Corte, infatti, i bitcoin e, in generale le monete virtuali, rientrerebbero nel novero di quegli strumenti finanziari (a carattere speculativo) idonei ad integrare il reato di autoriciclaggio.

A tal riguardo, il ragionamento che hanno seguito i giudici ha preso le mosse dall’art. 648-ter, rubricato “autoriciclaggio”, a mente del quale è punito con la pena della reclusione da due a otto anni e della multa da euro 5.000 a euro 25.000 chiunque impieghi, sostituisca, trasferisca il denaro (già profitto di reato) in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa.

Nel caso rimesso al giudizio della Corte, il reato di autoriciclaggio sarebbe venuto in rilievo a seguito dell'utilizzo del denaro (proveniente dalla commissione di truffe) per l'acquisto di criptovalute. In effetti, mettono in evidenza i giudici, il sistema di acquisto di bitcoin si presta ad agevolare condotte illecite, in quanto è possibile garantire un alto grado di anonimato (sistema c.d. permissionless), senza previsione di alcun controllo sull'ingresso di nuovi "nodi" e sulla provenienza del denaro convertito.

Indubbiamente, osserva la Corte, il legislatore italiano, in particolare, con il decreto legislativo n. 90/2017 attuativo della IV Direttiva Antiriciclaggio, ha rafforzato la disciplina, anticipando le disposizioni della V Direttiva Antiriciclaggio in materia di criptovalute; tuttavia, in via di fatto (come emerso nel caso oggetto di sentenza), i meccanismi di controllo non hanno consentito di evitare la re-immissione del profitto delle truffe nel circuito dell'economia legale attraverso l’investimento in criptovalute.

È ormai noto, sottolineano i giudici, l’impiego delle criptovalute nel darkweb, le quali –  proprio per le loro peculiari caratteristiche – attraverso l'uso di tecniche crittografiche avanzate, garantiscono un elevato livello di privacy sia in relazione alla persona dell'utente sia in relazione all'oggetto delle compravendite

Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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