Global minimum tax: a che punto siamo?

Nicola Dimitri
1.8.2022
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A causa di alcuni ostacoli politici, in Europa e in Usa, il destino della tassa minima globale rimane poco chiaro

La tassa minima globale sulle multinazionali si farà. Non c’è dubbio, infatti, anche da quanto emerso a seguito dell’ultimo summit Ocse del 15 luglio 2022 in Indonesia, che lo scenario fiscale per molte imprese è destinato a mutare. 

Tuttavia, non solo l’entrata in vigore dell’accordo – inizialmente previsto al 2023 – è slittata al 2024 ma, come risulta da un recente report Ocse, continuano le diatribe interne degli Stati membri che, per diverse ragioni, assumono posizioni antagoniste all’implementazione di detta tassa.

Sul punto è interessante l’analisi dell’Osservatorio Conti Pubblici (Ocpi), dell’Università Cattolica di Milano, a firma di Francesco Scinetti, con il quale si fa il punto sui principali nodi che involgono l’implementazione dell’accordo fiscale sovranazionale raggiunto lo scorso ottobre a Roma da 137 paesi comprendenti tutti i paesi del G7 e dell’Unione Europea.

È bene ricordare che detto accordo ambisce ad incrementare il gettito erariale degli Stati membri Ocse attraverso la tassazione dei profitti delle multinazionali; profitti che, appunto, verrebbero tassati, quasi prescindendo dal luogo in cui dette imprese operano effettivamente. 

Più nel dettaglio, il primo pilastro dell’accordo, prevede che le multinazionali con ricavi superiori ai 20 miliardi di euro verranno tassate anche nei paesi in cui avvengono effettivamente i consumi dei loro prodotti, pur in assenza di una sede legale.

Il secondo pilastro, invece, mira ad introdurre un’aliquota minima globale effettiva del 15 per cento sui profitti delle multinazionali con ricavi superiori ai 750 milioni di euro.


Gli ostacoli principali alla ratifica

E invero, benché i 137 paesi membri Ocse hanno, formalmente, firmato l’accordo per introdurre la tassa globale minima, ci sono, come messo in evidenza nel documento Ocpi in commento, ancora una serie di ostacoli per addivenire alla ratifica finale.

Tra gli ostacoli politici, un posto di primo piano è occupato dalla posizione dell’Ungheria. Infatti, poiché in ambito Ue l’adozione di norme fiscali richiede l’unanimità degli Stati membri, non è di poco conto il fatto che Orban, il Primo Ministro ungherese, abbia minacciato di porre il veto alla ratifica dell’accordo

Altri problemi emergono in Usa. Il disegno di legge (all’interno del piano Build Back Better) che contiene la tassa minima globale non è passato in Congresso e ora si trova in una situazione di stallo. 


I punti fermi del nuovo rapporto Ocse

L’ultimo rapporto Ocse, pubblicato a seguito del summit in Indonesia dello scorso 15 luglio, mette in evidenza alcuni punti fermi dell’accordo. 

A tal riguardo, come ripreso nell’analisi di Ocpi, la relazione Ocse ha confermato i criteri quantitativi espressi nel primo pilastro. Più in particolare: “Base imponibile: profitti meno il 10 per cento del fatturato (c.d. utile residuo). Ammontare della tassa: 25 per cento della base imponibile. Fatturato minimo per essere soggetto alla tassazione: 20 miliardi. Esclusione dalla tassazione: se i ricavi ottenuti in quel paese sono inferiori al milione”.

Inoltre, limitando l’attenzione ad alcune delle questioni principali messe in evidenza dall’Osservatorio Conti Pubblici:

  • il calcolo dei ricavi ottenuti dal gruppo nel paese estero varierà a seconda che si tratti di beni fisici, servizi offerti all’interno dei confini nazionali, contenuti digitali, beni intermedi, servizi pubblicitari, servizi di transporto e prodotti/servizi sovvenzionati dalla giurisdizione in questione;
  • per determinare la base imponibile per le multinazionali, il bilancio consolidato del gruppo costituirà il punto di partenza. Da questo si ricaveranno gli utili prima delle imposte, che si adegueranno in base ad aggiustamenti contabili e fiscali. In particolare, si potranno dedurre dagli utili le perdite provenienti da un altro ramo del gruppo (transferred losses). Inoltre, saranno esclusi dagli utili (o dalle perdite) le spese fiscali, i dividendi e le plusvalenze;
  • se i ricavi superano i 20 miliardi di euro per un periodo di tempo inferiore/superiore ad un anno, l’ammontare dei ricavi si adegua proporzionalmente alla durata del periodo. Vale lo stesso per quanto riguarda il vincolo inferiore dei ricavi pari a 1 milione di euro.


Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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