La fiscalità delle cryptocurrencies. Molti i dubbi e poche le certezze

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Nicola Dimitri
14.7.2021
Tempo di lettura: 5'
Sono ormai numerosi, benché non sempre uniformi, gli orientamenti giurisprudenziali e i documenti di prassi che tentano di fare il punto sugli aspetti fiscali legati alle criptovalute

Pur in assenza di dati ufficiali si stima che oltre 100 milioni di persone al mondo possiedano criptovalute. Ebbene, in particolare in Italia, all’innegabile diffusione della valuta virtuale non ha ancora fatto seguito una specifica cornice normativa

Quando si parla di criptovalute non bisogna trascurare o sottovalutare gli aspetti fiscali che vengono in rilievo. In particolar modo con riferimento agli obblighi dichiarativi

Le criptovalute rappresentano la più significativa applicazione della tecnologia digitale al mondo finanziario e, a partire dal 2009, anno della loro introduzione, hanno raccolto l'attenzione di molti soggetti, tra curiosi, investitori e autorità.

Si tratta di valute virtuali e crittografate, generate da emittenti privati e scambiate esclusivamente per via telematica, in quanto prive di consistenza fisica.
Le monete virtuali in esame, dalla cui galassia emerge per notorietà il Bitcoin, in quanto non emesse da banche centrali o autorità governative, non hanno corso legale e vengono detenute a scopo di investimento nei portafogli virtuali degli utenti (altresì detti e-wallet), per essere poi – potenzialmente - trasferite all'interno di determinate comunità virtuali; su base volontaria e in modalità peer-to-peer.
Poiché alcuna legge impone obblighi di trasparenza o tracciamento, e alcuna disposizione attribuisce alla valuta un determinato valore ufficiale, le transazioni effettuate attraverso questo sistema di pagamento decentralizzato, consentono agli operatori di rimanere del tutto anonimi; anche in ragione della fisiologica a-territorialità delle criptovalute, che permette alla moneta di prescindere da ogni connessione con un luogo fisico.

Ebbene, la mancanza di un'adeguata cornice normativa, volta a disciplinare le cryptocurrencies, genera certamente delle lacune; anche dal punto di vista fiscale. E invero, stante l'assenza di una specifica disciplina domestica, occorre fare riferimento agli orientamenti prodotti, di volta in volta, dai documenti ufficiali emessi dalle organizzazioni internazionali o dalle risoluzioni e dai chiarimenti resi dalle amministrazioni governative.

Al riguardo, per provare a fare il punto sul trattamento fiscale delle criptovalute è utile soffermare l'attenzione, preliminarmente, sul documento dell'Ocse, denominato Taxing Virtual Currencies: An Overview of Tax Treatments and Emerging Tax Policy Issues.

Il documento in questione, sviluppato attraverso la partecipazione di oltre 50 giurisdizioni di Paesi membri Ocse, analizza alcune implicazioni fiscali legate alle valute virtuali, individuando – tra le altre cose – i principali fatti impositivi che vengono in rilievo e il modo in cui, dette monete, si inseriscono nei sistemi fiscali esistenti.

Con riferimento ai fatti impositivi occorre prendere in considerazione il "ciclo di vita" della moneta virtuale. Ogni singola fase (dall'emissione al trasferimento) è, infatti, potenzialmente idonea a generare conseguenze fiscali.

Pur dovendo considerare il fatto che ogni moneta virtuale è diversa e può rispondere a criteri di generazione e emissione differenti, si deve distinguere – in linea generale – tra la fase di creazione (altresì detta mining), la fase di stoccaggio (che prevede operazioni sull'e-wallet) e la fase di scambio (che avviene con una rete peer-to-peer o mediante la partecipazione di terzi intermediari).

Le caratteristiche inerenti il ciclo di vita, influiscono sul modo in cui i diversi Paesi categorizzano le criptovalute ai fini fiscali.

In questo senso, come emerge dal documento Ocse in oggetto, ogni Stato adotta un approccio diverso: ci sono Paesi che si riferiscono alle criptovalute come fossero beni immateriali, altri ritenendole materie prime o strumenti finanziari; altri ancora considerandole alla stregua di monete a corso legale estero.
Con riferimento all'Italia non vi è un'interpretazione pacifica della questione. Per certi versi, l'Agenzia delle entrate, in alcune risoluzioni e documenti di prassi, ha considerato le monete virtuali al pari di valute estere (benché, successivamente, la Banca d'Italia si sia espressa diversamente); per altri versi, il D.lgs. n. 125 /019 – in recepimento della direttiva V Ue in materia di antiriciclaggio -, le definisce come rappresentazione digitale di valore, utilizzata come mezzo di scambio per l'acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente. Infine, una recente pronuncia della Corte di Cassazione (sentenza n. 26807/2020) apre la strada ad una valutazione giuridica delle monete virtuali come strumenti finanziari.

Venendo agli obblighi fiscali a carico del contribuente, in ossequio alla pur frammentata normativa domestica di riferimento, in Italia, è previsto che nel caso in cui lo scambio di criptovaluta sia effettuato in ottica speculativa, e abbia generato guadagno, questo rileverà ai fini delle imposte sul reddito. In particolare, l'Agenzia delle entrate, ha chiarito che, poiché le criptovalute detenute al di fuori del regime di impresa, possono generare un reddito diverso, sono tassabili in base ai principi di cui all'articolo 67 Tuir.

Per tale ragione, il detentore di criptovalute, o l'investitore, dovrà pagare un'imposta pari al 26% per i guadagni ottenuti mediante le criptovalute, laddove la plusvalenza ecceda la soglia di 51.646 euro. Altrimenti detto, gli individui che detengono monete virtuali per un valore inferiore alla soglia indicata, non sono soggetti a imposizione fiscale.

Quando agli obblighi dichiarativi, i soggetti residenti in Italia che detengono criptovalute – come, del resto, confermato da una recente pronuncia del Tar del Lazio con sentenza n. 1077/2020 - sono tenuti alla segnalazione delle stesse nella predisposizione del modello redditi, compilando il Quadro RW; in ossequio alla disciplina sul monitoraggio fiscale che si applica ai detentori di strumenti finanziari esteri.




Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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