Cambio di residenza e fisco: dove andrà Antonio Conte?

Rita Annunziata
31.5.2021
Tempo di lettura: 3'
Ecco le variabili di cui Antonio Conte potrebbe dover tenere conto in caso di trasferimento di residenza all'estero. Con un occhio alla Spagna dei Blancos

Il tecnico leccese conquista la pole position della rosa dei possibili successori di Zinédine Zidane, accanto a Raul, Xabi Alonso e Pochettino

Iscrizione anagrafica, residenza e domicilio: sono queste le tre condizioni (alternative) da considerare affinché un soggetto sia considerato fiscalmente residente in Italia

Attenzione anche alla legge Beckham, che dal 2014 ha escluso espressamente dal proprio ambito di applicazione i calciatori professionisti

È trascorsa poco meno di una settimana da quando l'Fc Internazionale Milano ha annunciato in una nota ufficiale l'arrivo dell'accordo per la risoluzione consensuale del contratto con Antonio Conte, ringraziando l'ormai ex allenatore nerazzurro “per lo straordinario lavoro svolto, culminato con la conquista del diciannovesimo scudetto”. Una notizia che ha accolto i favori del Real Madrid. E che ha visto il tecnico leccese conquistare la pole position della rosa dei possibili successori di Zinédine Zidane, accanto a Raul, Xabi Alonso e Pochettino. Le parti, secondo quanto risulta a Sport Mediaset, sono al lavoro per trovare un punto d'incontro entro la fine della settimana, schiacciando così la concorrenza di Psg e Tottenham. Ecco le variabili di cui il tecnico potrebbe dover tenere conto dal punto di vista fiscale nelle parole di Antonio Longo, avvocato dello studio legale internazionale Dla Piper.
“Ci sono alcuni aspetti da analizzare, quando un soggetto si trasferisce all'estero. Innanzitutto, la corretta individuazione della residenza fiscale in un dato paese in base ai criteri previsti dalle norme dell'ordinamento nazionale e dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni”, spiega l'esperto. Ai fini italiani, secondo l'articolo 2 del Tuir, infatti, si ritengono fiscalmente residenti in Italia quei soggetti che risultano iscritti nel registro dell'anagrafe della popolazione residente o hanno in Italia la sede principale dei propri affari e interessi (anche definita come “domicilio”) o la dimora abituale (in questo caso si parla di “residenza”) per la maggior parte del periodo d'imposta (pari a 183 giorni o 184 qualora si trattasse di un anno bisestile). Tre requisiti alternativi tra loro. Qualora invece un soggetto desideri non essere considerato residente in Italia, dovrà anzitutto procedere alla richiesta di cancellazione dall'anagrafe della popolazione residente e, contestualmente, all'iscrizione all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) spostando il proprio domicilio all'estero, appunto.

Una procedura che deve essere effettuata entro 90 giorni dall'espatrio se si intende spostare la residenza all'estero per un periodo superiore ai 12 mesi, presentando una dichiarazione agli uffici del Comune di ultima residenza o recandosi agli uffici dei consolati italiani all'estero. E “gli effetti dell'iscrizione decorrono dal momento della presentazione della domanda”, precisa Longo. Conseguentemente, i non residenti saranno soggetti all'imposizione italiana solo in riferimento ai redditi prodotti nella Penisola. Occhio però ai casi di doppia imposizione, vale a dire quando l'individuo è soggetto sia alle imposte sui redditi in Italia che in un altro paese (per esempio quando non ha provveduto a cancellarsi dall'anagrafe italiana). In questo caso, le Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni intervengono a “dirimere i casi di doppia residenza e a ripartire la potestà impositiva dei due Stati”, spiega l'esperto. L'articolo 4 del modello Ocse, per esempio, definisce quattro criteri sulla base dei quali il contribuente può essere considerato residente in uno o in un altro Stato: disponibilità di un'abitazione permanente, centro degli interessi vitali, soggiorno abituale e nazionalità. Per gli sportivi il cui trasferimento avviene di solito durante le finestre di mercato, continua Longo, “molto dipenderà dalla permanenza in Italia oltre il 2 luglio 2021, nel qual caso vi sarebbero i presupposti per essere considerati residenti fiscali in Italia nell'anno in corso”.

C'è poi anche un altro possibile aspetto da considerare, nel caso dell'allenatore leccese. Considerando l'ipotesi di un passaggio nelle mani dei Blancos e quindi di un trasferimento di residenza in Spagna, l'ex nerazzurro potrebbe andare incontro all'applicazione della cosiddetta “legge Beckham”. Un decreto legge inizialmente introdotto nel 2005, poi abrogato nel 2010 e successivamente reintrodotto con la riforma fiscale spagnola promossa dal governo Rajoy nel 2014 per favorire l'ingresso nel paese di lavoratori altamente qualificati. Tuttavia, la norma ha finito per attrarre principalmente giocatori di calcio (il suo soprannome deriva proprio da David Beckham, fra i primi ad avvalersene), al punto che nel 2014 si è deciso di escludere espressamente gli sportivi professionisti dal suo ambito di applicazione. “Bisognerebbe chiedersi se un allenatore di calcio possa rientrare in questa definizione. In generale, dall'agevolazione consegue che siano tassati in Spagna solo i redditi di fonte spagnola, mentre rimangono esclusi da tassazione i redditi di fonte estera, con l'eccezione dei redditi da lavoro che sono comunque tassati in Spagna a prescindere dal luogo di svolgimento dell'attività lavorativa, con un'aliquota ridotta pari al 24% fino alla soglia di 600mila euro di reddito e del 47% dai 600mila euro in su”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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