Post-covid, il 30% delle imprese prevede di ripartire entro il 2020

Rita Annunziata
30.9.2020
Tempo di lettura: 3'
Alcuni segnali di ottimismo dalle imprese italiane: secondo un'indagine di Randstad, il 30% prevede di tornare ai livelli pre-lockdown entro il 2020. Intanto, chiedono al governo di sostenere la ripartenza con aiuti fiscali e un abbassamento del costo del lavoro

Tra i timori principali restano quelli legati all'incertezza economica del Paese, alla perdita del fatturato e agli effetti della pandemia sul proprio settore

Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad: “da un giusto mix tra lavoro agile e flessibilità per il miglioramento dei processi di lavoro passa la strada per l'aumento della produttività, fondamentale per il rilancio dell'economia”

Riduzione dell'orario di lavoro, ferie, ammortizzatori sociali, ma anche chiusure forzate e, in misura maggiore, ricorso allo smart working: per garantire una certa continuità operativa in attesa della “nuova normalità”, nei mesi più caldi della pandemia diverse imprese italiane hanno dovuto subire una riorganizzazione dei processi lavorativi. E oggi, mentre la sete di liquidità continua a farsi sentire per alcune, il 30% stima di tornare ai livelli pre-lockdown già entro il 2020. O, nella peggiore delle ipotesi, nel 2021.
Sono alcuni dei segnali di ottimismo raccolti all'interno dell'indagine L'impatto del covid sul business delle aziende – la ripartenza di Randstad, condotta tra il sei e il 31 luglio su un campione di 6.238 aziende, di cui 5.620 che utilizzano i servizi di staffing e 618 che si avvalgono dei servizi professional (ricerca e selezione di middle, senior e top management) offerti dalla multinazionale olandese.

Volgendo lo sguardo al passato, il 17% del primo gruppo dichiara che la difficoltà principale affrontata durante l'emergenza sanitaria sia stata quella di garantire la produttività assicurando i processi di lavoro, ma anche mantenere in funzione l'azienda (16%), prendersi cura dei rapporti con clienti e fornitori (14%) e investire nella sicurezza per porre al riparo la salute dei propri dipendenti (12%). Sul versante opposto, invece, il 72% delle imprese “professional” ha subito una riorganizzazione dei processi di lavoro, il 14% una chiusura temporanea e il 4% una riduzione dell'attività commerciale.
Sebbene i timori non abbiano frenato le speranze per il futuro, secondo la ricerca il 21% delle aziende “staffing” dichiara di essere preoccupata in merito all'incertezza economica del Paese, alla perdita del fatturato (13%) e agli effetti della pandemia sul proprio settore (13%). Di conseguenza, per sostenere la ripartenza, il 26% richiede agevolazioni fiscali, ma anche l'abbassamento del costo del lavoro (22%) e un sostegno da parte dello Stato (18%). Sulla stessa linea d'onda anche le imprese “professional”, i cui timori sono trainati in particolare dalle incertezze economiche sul futuro, dalla perdita del fatturato e dall'andamento del proprio settore, nell'ordine rispettivamente del 20, del 13  e del 12%.

Tenendo conto infine dell'impatto dello shock pandemico sulla propria azienda e delle proprie stime sulla velocità di ripresa delle attività, il 23% delle imprese appartenenti alla divisione “staffing” e il 29% delle imprese “professional” ritengono che recupereranno completamente il volume d'affari registrato precedentemente allo scoppio della crisi nel primo trimestre del 2021.

“La ricerca conferma il forte impatto dell'emergenza covid sul business delle imprese italiane, ma offre anche un segnale di speranza per la ripresa con un terzo delle aziende che prevede un ritorno alla normalità già entro l'anno – commenta Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad Italia – mentre i timori sul futuro sono soprattutto esterni al proprio business e legati allo scenario economico generale del Paese. In questo contesto, le imprese chiedono allo Stato di supportare la ripartenza con aiuti fiscali e un abbassamento del costo del lavoro, un appello di cui è necessario tenere conto nelle strategie economiche per il rilancio”.

Secondo Ceresa, in questo contesto lo smart working si è rivelato “un utile alleato”, ponendo le imprese di fronte alla possibilità di nuove “modalità di lavoro basate sulla responsabilizzazione e la fiducia”. Oggi, conclude, “proprio da un giusto mix tra lavoro agile e flessibilità per il miglioramento dei processi di lavoro passa la strada per l'aumento della produttività, fondamentale per il rilancio dell'economia”.

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