Pmi quotabili in calo fino al 25%: attesa la fine dell'emergenza

Rita Annunziata
13.1.2021
Tempo di lettura: 3'
Secondo le stime di Bankitalia, prima della crisi quasi 2.800 pmi tricolori non finanziarie risultavano qualificate alla quotazione. Ma la pandemia ha finito per ridurre tale bacino tra il 20 e il 25%. Attesa una ripresa nel post-covid

In uno scenario base (con il fatturato complessivo in calo del 6,8% nel 2020), il numero di imprese quotabili scivolerebbe verso il basso del -20% rispetto al periodo precedente alla diffusione della pandemia

In uno scenario negativo (con il fatturato complessivo in calo dell'8,2%), il crollo si attesterebbe sul -25%. A percepirne maggiormente i contraccolpi sarebbero le aziende attive nei servizi di alloggio e ristorazione

Nonostante la contrazione attesa, il numero di imprese quotabili all'inizio del 2021 resta comunque elevato (2.200 e 2.100). Ipotizzata una ripresa della tendenza alla quotazione nel post-covid

Tra il 2009 e il 2019 sono approdate sui mercati di Borsa Italiana 237 nuove società, di cui oltre tre quarti sul listino Aim Italia (il segmento dedicato alle piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita, ndr). Un numero cresciuto progressivamente nel tempo, fino a toccare il picco nell'anno pre-pandemico, quando il valore totale della raccolta da Ipo si è attestato in quest'ultimo caso sui 3,9 miliardi di euro. Ma la diffusione della pandemia e la conseguente crisi economica, secondo gli esperti, hanno interrotto questa tendenza alla quotazione. Stando all'analisi L'impatto della crisi da covid-19 sull'accesso al mercato dei capitali delle pmi italiane di Banca d'Italia, nei primi cinque mesi del 2020 una sola società ha richiesto e ottenuto l'ammissione in Borsa e l'attuale contesto ha finito per penalizzare proprio le piccolissime, “più vulnerabili alla congiuntura avversa”, spiega l'istituto. Eppure, non tutto sembrerebbe perduto.
L'analisi tiene conto nel dettaglio di 88 casi di quotazione sul mercato Aim Italia tramite Ipo tra gennaio 2013 e agosto 2019, con l'obiettivo di definire il profilo medio di un'impresa non finanziaria di piccole dimensioni considerata “quotabile” e stimare il numero di pmi “potenzialmente più qualificate alla quotazione nella fase precedente alla diffusione del covid-19”, si legge nello studio. Stando ai risultati, si parla di 2.764 imprese, di cui 1.465 (53% del totale) con un fatturato compreso tra i 20 e i 50 milioni, 787 tra i 10 e i 20 milioni e oltre 220 con un fatturato inferiore ai 10 milioni, “a testimonianza del fatto che anche alcune imprese più piccole hanno caratteristiche compatibili con l'accesso al mercato dei capitali”, spiegano i ricercatori. Dal punto di vista della distribuzione geografica, invece, il 34% risulta localizzato in Lombardia, il 14% nel Veneto e l'11% in Emilia-Romagna. L'area nord-occidentale appare dunque quella maggiormente rappresentata (45%), seguita da Nord Est (30%), Centro (14%) e Sud e Isole (11%). Inoltre, il 52% si concentra nel settore manifatturiero e il 20% in quello del commercio.

Ma, nel contesto pandemico, il campione si riduce in misura significativa. Per calcolare gli effetti della crisi, in particolare, sono stati stimati i bilanci delle imprese nel 2020 (basandosi su una metodologia interna di Banca d'Italia) e sono stati considerati due scenari sulla scia delle stime macroeconomiche del prodotto interno lordo nazionale elaborate dall'istituto nel mese di luglio: nello scenario base, il fatturato complessivo subirebbe una contrazione del 6,8% rispetto al 2019, mentre in quello negativo il crollo toccherebbe l'8,2%. Nel primo caso, dunque, secondo i ricercatori il numero di imprese quotabili scivolerebbe verso il basso del -20% rispetto al pre-covid (2.202), mentre nel secondo arriverebbe fino al -25% (2.086). A percepirne maggiormente i contraccolpi sono le imprese appartenenti alle classi più alte, a beneficio invece di quelle di più piccole dimensioni. Un effetto “meccanico”, spiega Bankitalia, legato al fatto che la contrazione dei ricavi determina “lo spostamento di alcune imprese dalle classi di fatturato più elevato a quelle più basse”.
Quanto alla localizzazione, Lombardia (752 imprese e 708 imprese rispettivamente negli scenari base e negativo), Veneto (282 imprese e 272 imprese) ed Emilia-Romagna (245 imprese e 228 imprese) restano le regioni con il numero più elevato di imprese quotabili. Diverso, invece, l'impatto per settori. La contrazione più elevata si registra nei servizi di alloggio e ristorazione, nelle attività ricreative e nel settore manifatturiero, mentre sembrerebbero beneficiarne i settori “fornitura di energia” e “sanità e assistenza” (pur sempre considerando che il numero di imprese quotabili e la distribuzione per settore potrebbe oscillare a seconda dell'evoluzione della crisi pandemica e delle misure dispiegate a sostegno delle attività colpite).

In definitiva, secondo gli esperti, nonostante la contrazione attesa del bacino del 20 e del 25% sulla base dei rispettivi scenari di riferimento, il numero di imprese quotabili all'inizio del 2021 resterebbe comunque elevato (2.200 e 2.100, come anticipato). Di conseguenza, concludono, “a parità di altri fattori, è ipotizzabile che la tendenza alla quotazione in Borsa possa ritornare ai ritmi pre-crisi una volta che gli effetti del covid-19 si saranno esauriti e l'attività economica ripresa”. Tra l'altro, l'ipotetica quotazione di tutte le società individuate potrebbe “ridurre il sottodimensionamento del mercato azionario italiano rispetto a quelli delle maggiori economie”: la capitalizzazione di mercato addizionale toccherebbe i 71 miliardi di euro nello scenario base e i 68 miliardi nello scenario negativo.

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