Pmi, le regole per uscire dal cortocircuito del credito

Laura Magna
Laura Magna
19.4.2021
Tempo di lettura: 5'
La pandemia ha reso più urgente il tema della cassa per le imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione, più penalizzate dal credit crunch degli ultimi anni. Ecco come se ne esce secondo Giordano Guerrieri, ceo di Soluzione Funding, mediatore creditizio del gruppo Soluzione Tasse

Secondo Banca d’Italia, anche con le misure di sostegno messe in campo dal governo, c’è una carenza di cassa di 33 miliardi. E la stima si ferma a fine 2020, non tiene conto cioè della recrudescenza del virus e delle sue conseguenze sull’economia reale

Per sopravvivere gli imprenditori devono conoscere le regole e usarle a proprio vantaggio, costruendo procedure interne all’azienda in linea con esse. Monitorando costantemente la propria centrale rischi di Banca d’Italia e verificando che le posizioni aperte siano segnalate correttamente, che tutte le operazioni siano state rispettate e che non ci sia un utilizzo sconsiderato delle linee di cassa

Il tema della liquidità per le imprese è quanto mai attuale. Secondo i più aggiornati numeri di Banca d'Italia, in assenza delle misure di sostegno introdotte dal governo, “il forte calo del fatturato avrebbe determinato (nel 2020) un fabbisogno di liquidità complessivo pari a circa 48 miliardi per circa 142.000 imprese (il 19% del campione analizzato) e una netta contrazione degli utili, che avrebbe reso sotto-patrimonializzate circa 100.000 imprese (il 13,8% del totale). Grazie alle misure di sostegno, invece, circa 42.000 (delle 142.000) imprese potrebbero soddisfare il proprio fabbisogno di liquidità, mentre quello delle rimanenti 100.000 si ridurrebbe a circa 33 miliardi. Le misure comporterebbero la riduzione del numero di imprese potenzialmente sottocapitalizzate a circa 88.000”. Si tratta di un numero che resta importante, senza considerare che, vista l'evoluzione successiva della crisi e il protrarsi della stessa anche nel 2021, il bilancio finale potrebbe essere anche peggiore. Se a questo si aggiunge che negli anni precedenti c'era stato una progressiva e costante riduzione dell'erogazione di credito all'economia reale da parte delle banche (dal 2011 passato da 1050 a 650 miliardi circa, fonte Banca d'Italia) il quadro è chiaro nella sua drammaticità. Come se ne esce? Le forme di credito alternativo possono essere una soluzione? Ne abbiamo parlato con Giordano Guerrieri, ceo di Soluzione Funding, mediatore creditizio del gruppo Soluzione Tasse. Che intanto avverte: “il credito alternativo, ovvero quello derivante dalle fintech, può aiutare in termini di tempo e di user experience ma non è la soluzione a tutti i mali anche perché dobbiamo considerare che anche per una fintech o per altri strumenti di finanza alternativa ci sono presupposti di base da rispettare e non dobbiamo immaginarli come scorciatoie o garanzie di ottenimento sicuro”.

 

 

Come uscire dal cortocircuito del credito


La strada da seguire è un'altra per uscire dal corto circuito del credito. “C'è da dire – afferma Guerrieri - che se stare al passo con normative in continuo mutamento è complicato per una grande azienda strutturata, pensiamo cosa possa significare per una piccola impresa che deve sottostare a mille adempimenti come se fosse una multinazionale e intanto deve restare concentrata su come far crescere il proprio business. In Italia purtroppo non esiste nessun tipo di formazione per gli imprenditori su questi temi e molti si trovano a dover imparare dai propri errori, ma a volte è troppo tardi per porre rimedio”.

Invece, le regole, se ben conosciute, possono tramutarsi in un vantaggio per l'imprenditore. Che può adottare un approccio proattivo per migliorare, innanzitutto, la propria situazione creditizia e "convincere" chi eroga credito di meritarlo. Come?

Conoscere le regole per trarne vantaggio


“Prima di tutto, appunto – continua Guerrieri – è necessario conoscere le regole e iniziare a costruire procedure interne all'azienda in linea con esse. Per fare un esempio pratico, basta iniziare con il monitorare mensilmente la propria centrale rischi di Banca d'Italia e verificare che le posizioni aperte siano segnalate correttamente, che tutte le operazioni siano state rispettate e che non ci sia un utilizzo sconsiderato delle linee di cassa. Si tratta di un monitoraggio gratuito e accessibile a tutti, ma pochissimi lo fanno con regolarità”.

Anche rispettare la data del 31 marzo per la chiusura e il deposito del bilancio è importante. Incredibile a dirsi, invece, “molte aziende lo depositano tra giugno e settembre o, peggio, sono indietro di anni. Il modo in cui si redige il bilancio deve tenere conto non solo dell'ottimizzazione dell'imposizione fiscale, ma anche della necessità di presentare l'azienda al meglio. Proprio il bilancio, infatti, è il primo strumento di comunicazione con la banca. Trasferire con argomentazioni sostenute da documenti certi che il modello di business e i numeri passati e quelli prospettici sono analizzati e sicuri, offrire una completezza di informazioni in modo da sciogliere ogni dubbio a chi dovrà decidere se erogare credito oppure no, far emergere la parte positiva, la bellezza del proprio business, sono tutti elementi che spesso mancano nei bilanci, quando invece sono fondamentali”.

Il rating? Un non problema


In un mondo ideale tutti questi elementi confluirebbero in un rating che consentirebbe di vedere a uno sguardo lo stato di salute del business. Ma spesso per una micro azienda, sostenere il costo necessario per dotarsi di un rating da un'agenzia specializzata non è sostenibile. Non è però un tema questo, secondo Guerrieri, perché “ogni azienda ha un rating. O meglio, possiamo dire che ogni istituto bancario in base al proprio patrimonio, ai rischi già assunti e alle proprie policy di business esprime una valutazione sull'azienda che fa richiesta di credito. Il rating, detto in parole semplici, è il punteggio di merito creditizio che una banca esprime nei confronti dell'azienda richiedente e indica la capacità di rischio che vuole assumersi erogando finanziamenti in relazione alla capacità di restituzione che ha l'impresa stessa. Migliorare il rating vuol dire avere meno oneri finanziari e costi bancari e maggiori possibilità di ottenere credito senza garanzia collaterali. Il primo passo per migliorare il rating della propria azienda è capire come questo viene costruito e portare maggiore attenzione ai comportamenti che l'azienda ha sia in termini andamentali, quindi per esempio monitorando la centrale rischi di Banca d'Italia e intervenendo tempestivamente in caso di necessità; sia in termini quantitativi, quindi tutto quello che poi compone il bilancio; sia, infine, in termini qualitativi, quindi rispetto all'assetto aziendale, la governance e il settore”.

Come scrivere il bilancio per renderlo presentabile per le banche


Per migliorare il bilancio l'azienda può adottare una serie di comportamenti che portano a un reale vantaggio, a cominciare dal verificare con le varie riclassificazioni che gli indici di bilancio siano in linea con i parametri di sostenibilità economica aziendale. “Tra i principali indici da considerare ci sono senza dubbio Ebitda e mol che dovranno avere sempre un kpi uguale o superiore al 15%,così da dimostrare con i numeri che il business è realmente redditizio; il Roi superiore al 7% che indica che la parte produttiva crea ricchezza; Roe superiore al 6% che dimostra che l'investimento che stanno facendo i soci ha una resa effettiva; infine il Dscr, conosciuto comunemente anche come l'indice di bancabilità, che se superiore a 1 indica che la liquidità generata dall'azienda riesce a sostenere il pagamento dei debiti contratti”. Accanto a questi, ci sono considerazioni più strategiche e di assetto come per esempio per quanto attiene alla patrimonializzazione dell'azienda. “Sono ancora molte le aziende che fatturano milioni di euro ma hanno un capitale sociale di 10mila euro e finanziamenti soci abnormi. Questi comportamenti sono considerati da opportunity seeker e non in linea con la continuità aziendale, quindi non positivi. Il bilancio deve avere basi di solidità patrimoniale per rappresentare la volontà aziendale di voler durare nel tempo e di essere in grado di affrontare eventuali difficoltà. I finanziamenti soci vanno proprio nel segno opposto perché sono considerati debiti che l'azienda accumula verso i soci e quindi non portano valore aziendale anzi da una parte la indeboliscono. Meglio sarebbe far confluire la liquidità come forma di futuro aumento di capitale sociale per esprimere la volontà dei soci nel far crescere l'asset dell'impresa”.

Le altre mosse da compiere per migliorare il merito di credito


Ogni azienda è diversa e ha le proprie peculiarità, quindi è difficile dare consigli applicabili ovunque e sempre validi. “Sicuramente però – chiosa Guerrieri - un punto di partenza dal quale non si può mai prescindere è conoscere il Credit Score dell'azienda (esistono alcuni semplici tool automatici come CorporateCredit, che consentono di avere uno score completamente gratuito per le aziende con fatturato superiore ai 150mila euro), poi verificare la regolarità della centrale rischi dell'azienda e verificare come è censita nei vari sistemi d'informazione creditizia. Con questi iniziali tre passaggi, il consulente si è già fatto un'idea di massima della situazione e può iniziare a entrare nel merito della parte numerica dell'azienda analizzando i bilanci storici e successivamente passare alla predisposizione del business plan prospettico che metta in evidenza i kpi che l'azienda deve rispettare per portare marginalità produttiva. Ultimo passaggio, spesso trascurato ma importante, riassumere tutte queste informazioni in un documento che sia il principale strumento di comunicazione con gli istituti bancari”.

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