Mosaicoon: mito e realtà di una scaleup di successo fallita

Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri
26.9.2018
Tempo di lettura: 5'
L'annuncio della chiusura della pluripremiata scaleup siciliana, considerata per anni uno dei simboli dell'innovazione italiana, ha sollevato una bufera nel mondo dell'imprenditoria. Solo ex post sono emersi i punti deboli del progetto

Fondata nel 2010 da Ugo Parodi Giusino

E' del 3 luglio scorso la notizia della chiusura della società

Un pezzo di Silicon Valley in Sicilia. Veniva descritta così Mosaicoon, startup che per anni ha rappresentato un esempio per l'imprenditoria italiana. Qualcosa però è andato storto: dopo quasi dieci anni di attività, è arrivata il 3 luglio l'improvvisa notizia della chiusura della società.

Fondata nel 2010 da Ugo Parodi Giusino, con quartier generale a Palermo e sedi in varie parti del mondo, Mosaicoon, tramite la creazione e la vendita di contenuti video per il web, è stata una delle prime società in Europa a sviluppare un modello integrato di campagne pubblicitarie virali online. Scelta da top brand del calibro di Samsung e McDonald's, la “viral media company” (così si definiva) era motivo di orgoglio per l'innovazione nel Sud Italia. Nel corso degli anni la scaleup (termine che viene usato per indicare le startup “cresciute”) ha raccolto 12,2 milioni di euro di finanziamenti (TechCrunch). Dopo aver ricevuto nel 2010 un capitale iniziale dal fondo Vertis Venture, che nel 2012 insieme ad Atlante Ventures – Intesa San Paolo ha finalizzato un round A da 2,4 milioni di euro, la società ha continuato a crescere, riuscendo a chiudere, nel maggio del 2016, un round di serie B da 8 milioni di euro. Molti i traguardi raggiunti dall'azienda palermitana, vincitrice di innumerevoli premi, nominata per tre anni di fila l'azienda “più innovativa d'Europa”. Solo lo scorso anno era stata inserita dal Financial Times nella lista delle 1000 aziende europee che crescevano di più e meglio. Ma nonostante i premi, nonostante i finanziamenti e ce ne sarebbero ancora tanti di “nonostante”, la società non ce l'ha fatta e ha chiuso i battenti lasciando oltre 100 dipendenti a casa. Nel frattempo, per la scaleup palermitana è stata ufficialmente aperta l'asta fallimentare. Il ramo d'azienda all'asta, stimato 654.000 euro con un'offerta minima non inferiore a 483.750 euro da presentare entro il 12 settembre, comprende brevetti, marchi, domini web, contratti e rapporti di lavoro dipendente. Questo è  quello che rimane di 12 milioni di finanziamenti! La domanda sorge spontanea: perchè una fine così ingloriosa?

Gli ultimi conti


L'ultimo bilancio depositato, quello del 2016, non lascia tanto spazio all'immaginazione per i risultati del 2017. Ricavi a circa 3 milioni di euro, il 25% in meno rispetto al 2015 (oltre 4 milioni), un dato che pesa particolarmente per una tech company viste le aspettative di crescita “esponenziale” per il fatturato di questo genere di aziende. Male anche l'EBITDA (nel 2015 negativo di poco più di mezzo milione di euro), che nel 2016 si è attestato a – 1,3 milioni. Infine, una perdita netta di circa 1.8 milioni di euro, quasi il doppio rispetto all'anno precedente.

Il fondatore Ugo Parodi Giusino, trentaseienne palermitano, indica come uno dei motivi del fallimento, la difficoltà di accesso ai capitali, necessari per reggere il confronto.

Neppure il contesto ha aiutato. L'ultimo SEP Monitor “Tech scaleup Europe” realizzato da Mind the Bridge, fornisce una fotografia dell'ecosistema europeo delle “scaleup”, ossia le startup (MTB guarda solo alle Tech Companies - settore ICT) che sono state in grado di raccogliere oltre 1 milione di dollari. Il report sottolinea come, sul fronte scaleup, l'Europa, nonostante la crescita, sia ancora molto indietro rispetto agli Stati uniti che hanno il quadruplo delle scaleup e raccolgono 8 volte più capitale rispetto all'Europa. Basti pensare che la Silicon Valley vale da sola, in termini di numero di scaleup, un po' più dell'intero continente europeo; non solo, ma raccoglie quasi il triplo del capitale di tutte le scaleup europee.

Focalizzandoci sul Vecchio Continente è interessante notare come a fine dicembre 2017, i 3 paesi sul podio per numero di startup e capitale raccolto, Regno unito (1168 scaleup, $27.5mld), Germania (530 scaleup, $14,6 mld) e Francia (681 scaleup, $8,9 mld) rappresentino complessivamente il 52% della popolazione europea delle scaleup e il 61% dell'importo totale del finanziamento.

Se si guarda all'Italia, i dati parlano di 178 scaleup (10° posto) e 1,3 miliardi di dollari raccolti (11° posto). Guardando sia al rapporto tra capitale raccolto e PIL sia al numero di scaleup pro capite, l'Italia si colloca ben al di sotto della media europea e degli altri paesi del Sud Europa sottoperformando in entrambi gli indicatori.

È risaputo che 9 startup su 10 non sopravvivono e anche se il tasso di fallimento delle scaleup, avendo già passato una prima scrematura, è un po' più basso, è importante tenere presente, spiega Alberto Onetti, presidente di Mind The Bridge che “molti degli insuccessi di queste aziende vengono mascherati da acquisizioni”. I dati di MTB mostrano come, considerando un campione di startup vendute che hanno comunicato il prezzo di acquisizione, il 71% delle startup che sono state comprate non hanno restituito il capitale investito.

“Paradossalmente il mercato in Italia è più selettivo perché abbiamo meno capitali, quindi l'imprenditore deve davvero mostrare dei risultati molto convincenti. In America invece, vista l'abbondanza di capitali, spesso si insiste con un progetto, con un imprenditore, finchè non si apre una via” precisa Aurelio Mezzotero, Managing Director di Italian Angels for Growth, e prosegue “gli ultimi dati sugli investimenti in startup dei primi 6 mesi, parlano di circa 250 milioni di euro, più di quanto è stato investito nell'intero anno scorso. In Italia la crescita sta avvenendo, con tempi non rapidissimi, ma fa ben sperare per il futuro. Sicuramente i numeri sono ancora modesti. Credo che l'Italia arriverà al livello degli altri paesi nei prossimi anni. Non dobbiamo preoccuparci e paralizzarci per qualche incidente di percorso che è nella natura dell'attività imprenditoriale”.

Tornando a Mosaicoon, tra i critici del web c'è chi ha espresso forti dubbi sul servizio offerto dalla scaleup. Tramite la piattaforma, l'utente ha accesso a uno stock di video creativi, pensati per performare al meglio sui social network ed essere successivamente brandizzati e customizzati dalle aziende.

Ma quella che è stata considerata la forza di Mosaicoon, ovvero riduzione sensibile dei tempi e dei costi del tradizionale processo di produzione, per altri non ha rappresentato una formula vincente. La critica mossa è che i video “preconfezionati” finiscono per indebolire un marchio invece che rafforzarlo.

C'è chi poi parla poi di un progetto troppo ambizioso. Un'ambizione, quella di scalare a tutti i costi per andare in contro alle aspettative elevate, che ha portato l'azienda a insistere sulla crescita finanziaria, cambiando il business model e perdendo di vista la competitività del prodotto. Una “transizione verso un modello scalabile” che non è stata ottimale. Certo è più facile fare sbagli quando un mercato  è innovativo  e in gran parte inesplorato. Lo stesso Parodi Giusino, del resto, ha ammesso di aver commesso molti errori.

Cosa resta dunque di Mosaicoon?

Onetti si attende che “dei cento ex dipendenti, una certa percentuale partirà con iniziative imprenditoriali come spesso accade in Silycon Valley". L'augurio è che possa accadere anche all'Isola  delle Femmine.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti