I millennial vogliono “guarire” il Pianeta, ma diffidano delle imprese

Rita Annunziata
17.6.2021
Tempo di lettura: 3'
La crisi non ha minato il desiderio dei millennial di essere ascoltati. Soprattutto quando si parla della salute del Pianeta. Fabio Pompei di Deloitte: “Le pmi devono allinearsi”

Condotto uno studio su un campione di quasi 23mila soggetti (tra millennial e generazione Z, di cui 800 in Italia) provenienti da 45 paesi

Il climate change e la difesa dell’ambiente restano la preoccupazione numero uno della generazione Z (con il 26% a livello globale e il 41% in Italia)

Il 60% dei giovani teme che l’impegno delle imprese in tal senso sarà messo in secondo piano dalle sfide economiche generate dalla crisi

La capacità dei nativi digitali di connettersi e riunirsi tramite le tastiere dei propri smartphone ha avuto negli anni un impatto globale. Dal movimento “Me Too” al “Black lives matters”, dalla convocazione di marce sul cambiamento climatico alla richiesta di prodotti ecosostenibili, queste generazioni stanno imponendo un vero e proprio cambiamento nella società e nel mondo degli affari. E sebbene la crisi pandemica ne abbia inevitabilmente ridotto le attività, non ha minato la loro spinta e il loro desiderio di essere ascoltati. Soprattutto quando si parla della salute del Pianeta.
A scattare la fotografia di una generazione tutta “green” e “tech” è la nuova Global millennial survey 2021 di Deloitte, condotta su un campione di quasi 23mila soggetti (tra millennial e generazione Z, di cui 800 in Italia) provenienti da 45 paesi e coinvolti tra l'8 gennaio e il 18 febbraio 2021. Un sondaggio che rende sempre più chiaro come i giovani non siano soltanto “resilienti” ma anche “più persistenti e inclini di altri a mettere in discussione e persino a sconvolgere lo status quo”, credendo nel “potere degli individui di creare il cambiamento”, spiegano i ricercatori.
Ma partiamo dal contesto. Oggi, coloro che ritengono che la situazione economica peggiorerà sono più numerosi degli ottimisti di circa 15 punti percentuali. E il sentiment sul mondo del business non è migliore, anzi. Solo il 47% dei millennial e il 48% della genZ afferma che le imprese abbiano un impatto sociale positivo, ed è la prima volta che tale livello è sceso sotto il 50% dall'inizio delle rilevazioni di Deloitte nel 2012 (era il 76% nel 2017). Per quanto riguarda l'Italia, la percentuale di coloro che credono che il business abbia un impatto positivo sulla società è crollata addirittura al 34%. A diminuire parallelamente è anche la “job loyalty”, vale a dire il sentimento di appartenenza che spinge i giovani a restare fedeli al proprio datore di lavoro, mentre rispetto all'anno scorso un numero minore di soggetti ritiene che le aziende non perseguano altri obiettivi oltre al profitto (si parla del 62%, quattro punti percentuali in meno rispetto al 2020).

Sulla base di questo scenario, il cambiamento climatico e la difesa dell'ambiente restano la priorità numero uno degli individui della generazione Z (con il 26% a livello globale e il 41% in Italia), seguiti dalla disoccupazione (rispettivamente con il 25 e il 35%) e dalla salute (21% e 25%). Per i millennial, in cima alle preoccupazioni a livello globale sale il capitolo salute e prevenzione (28%), mentre gli italiani vedono la disoccupazione al primo posto (39%). Quanto al Pianeta, il 31% della genZ in Italia e il 40% circa a livello globale crede che sempre più persone si impegneranno sul fronte delle questioni ambientali dopo la crisi pandemica, ma il 60% teme che l'impegno delle imprese nel combattere il climate change sarà messo in secondo piano dalle sfide economiche generate dall'emergenza sanitaria.

I millennial vogliono “guarire” il Pianeta, ma diffidano dalle imprese

“È in qualche modo notevole che gli intervistati siano rimasti concentrati sulle questioni ambientali quando le minacce alla loro salute, al benessere familiare e alle carriere erano più imminenti”, si legge nel rapporto. “Nel sondaggio pre-pandemia dello scorso anno, la metà di tutti gli intervistati ha affermato di temere che l'ambiente avesse superato il punto di non ritorno e che fosse troppo tardi per riparare i danni causati dal cambiamento climatico”. Cifre che, seppur ancora elevate, sono scese al 44% per i millennial e al 43% per la genZ. Secondo Deloitte, i segnali incoraggianti osservati durante i periodi di lockdown potrebbero aver alimentato l'ottimismo in tal senso. Uno dei “pochi risultati positivi della pandemia globale”, scrivono, è stata la realizzazione di come individui, organizzazioni e istituzioni possano cambiare “quando necessario” e la riduzione delle attività inquinanti potrebbe a sua volta aiutare a guarire il Pianeta. Poco più di due terzi dei giovani affermano infatti che i cambiamenti ambientali osservati durante la crisi (meno inquinamento e acqua più pulita, tra gli altri) li rendono più ottimisti sul fatto che il climate change possa essere invertito. Ma è necessario anche un maggior supporto da parte delle imprese.

I leader aziendali, osservano i ricercatori, dovrebbero aiutare attivamente queste generazioni a incanalare la loro determinazione e a concentrare i propri sforzi per creare il futuro che desiderano: un futuro più responsabile nei confronti del Pianeta, più empatico nei confronti delle popolazioni di tutto il mondo e più favorevole all'uguaglianza. Concentrandosi dunque sulla creazione di un impatto positivo sulla società e coinvolgendo anche i propri stessi dipendenti, un modo che “probabilmente” potrebbe aiutarli anche ad attrarre e trattenere talenti. “Non stupisce che i giovani si concentrino sempre più sulle questioni ambientali e di responsabilità sociale. Allo stesso tempo emerge una certa sfiducia nei confronti delle imprese e della loro capacità di fare la differenza su questi temi: è un monito di cui tutto il mondo del business deve tenere conto”, interviene Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia. Poi conclude: “Soprattutto ora che con il Piano nazionale di ripresa e resilienza abbiamo davvero l'opportunità di conciliare il bisogno di ritorno alla crescita con la possibilità di rendere più sostenibile la nostra economia”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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