L'exit, l'ultima tappa del ciclo di vita della start up

Laura Magna
Laura Magna
22.1.2021
Tempo di lettura: 3'
Il socio di capitale può attuare diversi approcci nel periodo in cui resta investito in una start up. In letteratura si distingue tra un approccio invasivo (hands-on) e uno più soft (hands-off). Quale che sia lo stile favorito, il traguardo è sempre lo stesso: far crescere l'azienda al punto che sia pronta per essere ceduta sul mercato a un'altra industria. E incassare la plusvalenza generata con il lavoro del venture capital

Può accadere che alla fine del periodo di investimento di 7-10 anni, ci si renda conto che l'impresa ha ancora bisogno di crescere e non sia pronta per operare in autonomia sul mercato. A quel punto, diventa conveniente monetizzare comunque, se si è raggiunto il guadagno pianificato, vendere a un nuovo socio finanziario, tipicamente un Pe

La creazione di impresa si compie pienamente quando l'ex start up viene ceduta o a un socio industriale che le consente di sviluppare ulteriormente il business; oppure quando viene quotata in Borsa attraverso una Ipo

La creazione di valore promulgata dal venture capital nel corso delle diversi fasi di finanziamento e dei round, dall'early stage all'early growth fino all'expansion financing e alla sustained growth, mira a una unica conclusione: l'exit.
Ovvero il momento in cui l'azienda è cresciuta al punto da essere in grado di camminare sulle proprie gambe e ha un valore tale da poter essere ceduta ottenendo un extra-rendimento per chi ha effettuato l'investimento. L'azienda può essere ceduta a un compratore industriale o finanziario diverso oppure può essere quotata in Borsa attraverso una Ipo. Il processo che porta fino a questo momento che ne segnala il completamento è di medio lungo termine, non inferiore ai 7-10 anni, ed è focalizzato sulla creazione di valore. L'investitore non si limita ad apportare capitale, ma segue il percorso dell'azienda mentre si sviluppa e interviene per apportare correttivi e indirizzare la strategia.
In termini concreti, l'investitore realizza una serie di cambiamenti nell'organizzazione in cui investe, intervenendo in particolare sul sistema di controllo e di gestione, richiedendo sistemi di reporting affidabili e formali; sullo sviluppo strategico, indirizzando i piani di crescita organica e inorganica (e dunque anche eventuali acquisizioni di società terze); intervenendo sulla situazione finanziaria, rendendo ottimale il mix di equity e debito dell'azienda e tendendo ad aumentare il suo merito di credito; attraendo manager e altri talenti.
Secondo la letteratura ci sono due diversi approcci, uno che vede l'investitore attuare un'azione incisiva e pervasiva nell'azienda e uno che invece lo vede più distante da ciò che avviene nei board.
Il primo approccio, “hands on”, prevede che l'investitore sia presente in Cda con diritto di veto sulle decisioni più importanti della vita dell'azienda e che sia presente, con visite costanti e informazioni mensili su ciò che accade in azienda. Ed è lo stesso investitore a chiedere che siano nominati manager di sua fiducia nelle posizioni chiave.
Nell'approccio “hands off”, la partecipazione è molto più blanda: pur avendo un posto in Cda l'investitore in questo caso preferisce lasciare il campo della gestione ordinaria e strategica all'imprenditore, e chiede solo di poter monitorare costantemente l'andamento della società – attraverso l'analisi dei parametri di bilancio e le partecipazioni in assemblea.
Quale che sia la modalità operativa scelta e al di là degli aspetti romantici e idealistici che pure caratterizzano il lavoro del venture capital, questo investitore è un socio temporaneo dell'imprenditore, che investe perché ha l'obiettivo di ottenere un guadagno da questo investimento. Il disinvestimento o exit è proprio il momento in cui questo surplus di realizza. Si tratta del momento conclusivo del ciclo di vita della startup, una morte che la porta a rinascere più forte di prima dalle proprie ceneri, essendo infine parte di un grande gruppo industriale, di un pe o galoppando da sola in Borsa.

La cessione in alcuni casi può essere anche parziale e l'investitore può decidere di conservare una quota nel capitale dell'azienda da cui disinveste parzialmente.
Ci sono alcuni aspetti critici da considerare: investitore e altri azionisti devono accordarsi sul momento in cui effettuare l'exit che non è mai predeterminato, ma è funzione dello sviluppo della società. Tipicamente l'exit si realizza quando si sono raggiunti gli obiettivi di sviluppo pianificati; o, in caso le cose non vadano secondo il programma, quando si ritiene non si possa più crescere oltre il livello raggiunto. Investitore e azionisti devono anche definire quale sia il canale migliore per uscire e anche questo fattore non può essere previsto ma valutato in progress.
In generale, i canali possibili sono quattro.

  • Può accadere che alla fine del periodo di investimenti di 7-10 anni, ci si renda conto che l'impresa ha ancora bisogno di crescere e non sia pronta per operare in autonomia sul mercato. A quel punto, diventa conveniente monetizzare comunque, se si è raggiunto il guadagno pianificato, vendere a un nuovo socio finanziario.

  • Una seconda soluzione è il riacquisto delle quote da parte dell'imprenditore, eventualità che può essere anche prevista fin da principio nell'accordo con l'investitore.

  • Le due soluzioni precedenti non realizzano in maniera compiuta il percorso di creazione di impresa. Che si attua invece quando l'ex startup viene ceduta a un altro gruppo industriale che può presentarsi spontaneamente o essere cercata dal venture capital in cooperazione con la target. Si tratta della conclusione migliore per l'ex startup, perché le consente di sviluppare ulteriormente il business realizzando sinergie e avvalendosi della esperienza e del know di un'altra impresa tipicamente più strutturata e consolidata;

  • Più facile e altrettanto valida la quotazione in Borsa che consente tramite Ipo di portare sul listino una quota di minoranza lasciando il controllo nelle mani dell'imprenditore. Più facile anche perché l'azienda che ha compiuto un percorso di evoluzione organizzativa che la rende già pronta per il mercato.

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