Filiera corta ed export: le leve dell’industria contro la crisi

Rita Annunziata
24.6.2022
Tempo di lettura: 3'
Un nuovo rapporto di Intesa Sanpaolo analizza la resilienza al covid-19 dei distretti industriali. E le nuove priorità da affrontare alla luce della guerra

Tra i punti di forza dei distretti industriali si segnala una maggiore internazionalizzazione: le partecipate estere sono 29 ogni 100 imprese a fronte delle 19 delle aree non distrettuali

La distanza media degli approvvigionamenti, nel 2021, raggiungeva i 116 chilometri nelle aree distrettuali contro i 140 di quelle non distrettuali

Prima un calo del fatturato del -14,5% nel 2020. Poi un rimbalzo del +25,2% l’anno successivo. Le imprese manifatturiere distrettuali reggono l’urto della crisi. E si preparano a gestire l’impatto della guerra russo-ucraina puntando sulla centralità delle filiere produttive e sulla maggiore propensione all’export. Sono solo alcuni dei risultati della XIV edizione del Rapporto economia e finanza dei distretti industriali di Intesa Sanpaolo, che ne analizza la resilienza al covid-19 e le nuove priorità da affrontare, anche alla luce delle attuali tensioni nell’Est Europa.


Nelle stime dell’istituto, dunque, il fatturato delle imprese manifatturiere distrettuali ha registrato un rimbalzo del +25,2% a prezzi correnti e in valori mediani nel 2021. Complici soprattutto le esportazioni che, nello stesso periodo, hanno raggiunto la cifra record dei 133 miliardi di euro. L’invasione dell’Ucraina, poi, ha mescolato nuovamente le carte in tavola. Sottraendo ai distretti un mercato (quello russo e ucraino) dal valore di 3,2 miliardi di euro di cui 805 milioni per il Veneto, 771 milioni per la Lombardia e 531 milioni per l’Emilia-Romagna.

“Gli impatti sui settori e sui distretti dipenderanno dalla durata del conflitto e dalle condizioni con cui si concluderà”, si legge nel rapporto. “I nuovi equilibri geopolitici che si verranno a creare condizioneranno la struttura e la geografia degli approvvigionamenti e delle esportazioni”, aggiungono i ricercatori, evidenziando come sia “altamente probabile che servirà parecchio tempo per una completa normalizzazione dei rapporti commerciali tra Russia e Unione europea, con effetti negativi sulla disponibilità di alcune materie prime e quindi sui prezzi che resteranno su livelli storicamente elevati”. 


Un contesto in cui si rendono “necessari nel breve periodo interventi diretti a calmierare i prezzi dell’energia, per evitare la perdita di tessuto produttivo, e nel medio-lungo termine un'oculata politica energetica italiana ed europea, diretta a diversificare le fonti di approvvigionamento e ad accrescere l’autosufficienza europea, anche grazie al contributo delle fonti rinnovabili”, spiegano. Scelte che, in prospettiva, potrebbero andare a vantaggio proprio dei territori distrettuali “da sempre abituati a competere con successo sui mercati internazionali, nonostante costi dell’energia più alti rispetto ai competitor europei”.


Tra i punti di forza dei distretti, infatti, si segnala una maggiore internazionalizzazione: le partecipate estere sono 29 ogni 100 imprese a fronte delle 19 delle aree non distrettuali, mentre la quota di aziende che esportano raggiunge il 62,1% contro il 52,2% della controparte. Inoltre, i distretti vantano anche una maggiore capacità brevettuale, con 70,7 brevetti ogni 100 imprese contro i 51,5 delle aree non distrettuali. Un altro aspetto da considerare è poi la centralità delle filiere produttive, considerata a sua volta un fattore di competitività per i prossimi anni: la distanza media degli approvvigionamenti, nel 2021, raggiungeva i 116 chilometri nelle aree distrettuali contro i 140 di quelle non distrettuali.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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