Istat: giù l'export, ma non la competitività del made in Italy

Rita Annunziata
7.4.2021
Tempo di lettura: 3'
Secondo un nuovo rapporto dell'Istat, l'Italia ha registrato nel 2020 un crollo delle esportazioni del 9,7%. Eppure sembrerebbe non aver perso competitività sui mercati globali. E la ripartenza delle imprese potrebbe essere legata proprio alla loro capacità di internazionalizzazione. E alla sostenibilità

Nel mese di novembre quasi un terzo delle imprese temeva di non sopravvivere al semestre successivo, mentre solo una su cinque affermava di non aver subito conseguenze o di aver tratto beneficio dall'emergenza

La capacità di operare su scala internazionale si evidenzia come un fattore determinante della resistenza e della ripresa del sistema produttivo. Una dinamica abbastanza indipendente dalla variabile della dimensione

Lanza: “Le catene globali del valore reggono, i regionalismi persistono e si accentuano. E lo stesso vale per la sostenibilità, che sarà uno degli elementi fondanti del processo competitivo delle imprese nei prossimi anni”

La crisi ha avuto un impatto immediato e dirompente sui flussi di commercio estero, ma non ha condizionato la competitività del “made in Italy”. Secondo un nuovo rapporto dell'Istat, i dati internazionali relativi al 2020 mostrano come il contributo della domanda estera netta alla crescita del pil sia risultato negativo per tutte le principali economie dell'area euro, con un impatto meno accentuato per Italia e Germania (rispettivamente pari al -0,8 e al -0,9%) rispetto a Francia e Spagna (-1,5 e -1,9%). La Penisola, in particolare, ha registrato un calo delle esportazioni del -9,7%, una caduta ad ogni modo più contenuta rispetto al 2009 (quando ha superato il -20%), ma le quote sulle importazioni mondiali sono rimaste sostanzialmente invariate, riportando anche lievi aumenti in alcuni paesi dell'Unione europea, negli Stati Uniti e in Svizzera.
“In un anno caratterizzato da enormi difficoltà in quasi tutti i comparti produttivi, la performance di competitività relativa colta dall'indicatore sintetico di competitività (una sintesi degli andamenti di produzione industriale, fatturato estero e grado di utilizzo degli impianti), evidenzia come durante la fase di lockdown si sia determinata una tendenza alla divaricazione della performance relativa dei settori”, spiega l'Istituto nazionale di statistica. Nel dettaglio, quelli che l'anno precedente erano stati caratterizzati da dinamiche migliori (come alimentari, bevande, elettronica) “hanno poi manifestato una parziale tenuta”, mentre quelli già meno performanti (come tessili, abbigliamento, pelli, automobili) “hanno continuato a perdere terreno”. Un trend poi invertitosi nel secondo semestre, sulla scia della riapertura delle attività e del recupero della domanda estera.

Piccolissime imprese: il 34% a rischio chiusura


C'è da dire che nel mese di novembre quasi un terzo delle imprese temeva di non sopravvivere al semestre successivo. Oltre il 60% si attendeva una diminuzione dei ricavi, mentre solo una su cinque affermava di non aver subito conseguenze o di aver tratto beneficio dall'emergenza. Uno scenario ancor peggiore per le imprese di piccola e piccolissima dimensione: la percentuale di coloro che a fine 2020 si considerava a rischio chiusura era del 34% per quelle con 3-9 addetti e dell'11% per quelle con 250 addetti e oltre. Imprese che, di fronte allo shock, hanno reagito in ordine sparso. Circa il 30% è rimasto “spiazzato” e non ha attuato una strategia di difesa. Un quarto, invece, ha introdotto nuovi prodotti, diversificato i canali di vendita e di fornitura, intensificato le relazioni esistenti o attivato nuove forme di relazioni produttive con altre realtà. Un quinto, infine, ha messo in atto azioni di profonda riorganizzazione dei processi e degli spazi di lavoro, adottando nuovi modelli di business o adeguandosi alla transizione digitale.

Operare su scala internazionale per ripartire


In questo contesto, la capacità di operare su scala internazionale si evidenzia come un fattore determinante della resistenza e della ripresa del sistema produttivo. “Più le imprese sono internazionalizzate (come le multinazionali italiane) migliore è la loro capacità di reagire alla crisi”, spiega Gian Paolo Oneto, direttore centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell'area delle statistiche economiche dell'Istat, sottolineando come tale dinamica risulti “abbastanza indipendente dalla dimensione, in particolare se si considerano le imprese appartenenti a multinazionali estere”. A questo proposito, precisa inoltre l'istituto nel rapporto, occorre però “ricordare che la tenuta competitiva delle imprese dipende anche dalle modalità con cui esse accedono ai mercati internazionali”, ribadendo che “una partecipazione realizzata in forme più complesse tende ad associarsi a una minore diffusione di elementi di vulnerabilità, con una diminuzione nella quota di imprese che segnalano rischi di chiusura e problemi di liquidità o di domanda”.

Lanza: “Occhio anche alla sostenibilità”


“Sono convinta che la pandemia, in fondo, non ci abbia insegnato nulla di nuovo. Ma ha accelerato tendenze già in atto”, interviene Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia. “Le catene globali del valore reggono, i regionalismi persistono e si accentuano. E lo stesso vale per la sostenibilità, che viene spinta in maniera propulsiva e accelerata come nessuno immaginava nel pre-covid. Nei piani degli imprenditori, nel modo di lavorare e nella nostra sensibilità di consumatori, il tema dell'ambiente c'era già, ma sarà anche uno degli elementi fondanti del processo competitivo delle imprese nei prossimi anni. Che, tuttavia, dovranno far fronte a costi importanti per restare al passo. Ed è qui che policy corrette giocheranno la loro parte”.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti