Industria: fatturato col segno più. Ma pesa il nodo riaperture

Rita Annunziata
22.4.2021
Tempo di lettura: 3'
Nel mese di febbraio, rivela l'Istat, il fatturato dell'industria ha riportato un incremento dello 0,2%. Un risultato trainato esclusivamente dal mercato interno. Intanto, il decreto “riaperture” non accoglie il benestare delle associazioni del settore: secondo Confcommercio, rischiano di essere penalizzate almeno la metà delle imprese

Istat: “A febbraio il fatturato dell’industria, al netto della stagionalità, segna il terzo incremento consecutivo su base congiunturale”

Il nodo riaperture potrebbe pesare su almeno la metà delle imprese italiane: sono 116mila i pubblici esercizi che non godono di uno spazio esterno

Per i centri commerciali, la chiusura del weekend ha tagliato il giro d’affari del 40% rispetto al 2019 e il fatturato annuo di 56 miliardi di euro

Secondo gli ultimi dati dell'Istituto nazionale di statistica, nel mese di febbraio il fatturato dell'industria (al netto dei fattori stagionali) ha riportato un incremento dello 0,2%. Un risultato trainato dal balzo sul mercato interno (+0,9%), contro un calo del -1,3% su quello estero. Nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo segna dunque un incremento del 2,4% rispetto al trimestre precedente (tra il +2,6% sul mercato interno e il +1,9% su quello estero).
“Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, gli indici destagionalizzati segnano aumenti congiunturali per l'energia (+6,3%), per i beni di consumo (+0,7%) e per i beni intermedi (+0,3%), mentre registrano un calo dell'1,5% per i beni strumentali”, scrive l'Istat nella nota. Se si considera invece il comparto manifatturiero, i settori che riportano gli incrementi tendenziali più marcati sono quelli delle apparecchiature elettriche e non (+14,8%) e della metallurgia (+10,3%), mentre sul versante opposto si posizionano l'industria tessile e dell'abbigliamento (-8,9%) e le raffinerie (-16,5%). “A febbraio il fatturato dell'industria, al netto della stagionalità, segna il terzo incremento consecutivo su base congiunturale. Nella media degli ultimi tre mesi la crescita è più sostenuta sul mercato interno. Nel confronto tendenziale è significativo l'apporto positivo proveniente dalla metallurgia e dal settore dei macchinari e attrezzature”, commenta l'istituto, confermando invece “la performance negativa delle industrie tessili, abbigliamento, pelle e accessori, in flessione tendenziale quasi ininterrotta da febbraio 2020”.

Decreto “riaperture”: penalizzata la metà delle pmi


Intanto il Consiglio dei ministri, riunitosi nella giornata del 21 aprile a Palazzo Chigi, ha approvato un decreto-legge per la graduale ripresa delle attività economiche e sociali. Un testo che delinea il cronoprogramma relativo alla progressiva eliminazione delle restrizioni. A partire dai ristoratori che, dal 26 aprile, potranno riaprire le proprie attività all'aperto sia a pranzo che a cena in zona gialla, mentre dal 1° giugno anche al chiuso, ma solo a pranzo. Dal 15 maggio sarà consentita l'attività nelle piscine coperte e dal 1° giugno nelle palestre al chiuso, oltre all'apertura al pubblico di manifestazioni ed eventi sportivi di interesse nazionale. Un'impostazione che accoglie solo in parte il benestare delle associazioni del settore.
“Le aperture per le sole attività all'aperto rischiano di penalizzare almeno la metà delle imprese che non possono usufruire di questa possibilità. Per i pubblici esercizi della montagna, poi, è una doppia penalizzazione, considerate le condizioni climatiche”, interviene Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio. “Chiediamo due ulteriori accorgimenti: favorire una sensibilizzazione nei confronti delle amministrazioni locali nel permettere di utilizzare nuovi spazi pubblici e anticipare prima possibile le aperture anche all'interno, con distanziamento e protocolli di sicurezza”. Sulla stessa linea d'onda anche la Federazione italiana dei pubblici esercizi, secondo la quale “troppe imprese restano tagliate fuori dalla limitazione del servizio ai soli spazi esterni”. Si tratterebbe di oltre 116mila pubblici esercizi, con il 46,6% dei bar e dei ristoranti che non gode di spazi all'aperto.

Annc-Coop, Ancd-Conad, Confcommercio, Confimprese, Cncc-Consiglio nazionale dei centri commerciali e Federdistribuzione, tra l'altro, chiedono al “governo di permettere a tutti i punti vendita di centri, parchi e gallerie commerciali di riprendere l'attività anche nei fine settimana, nel rispetto dei protocolli di sicurezza”, scrive in una nota la Confederazione generale italiana delle imprese, delle attività professionali e del lavoro autonomo. Sottolineando come solo la chiusura del weekend, operativa da oltre sei mesi, abbia generato un crollo del giro d'affari del 40% rispetto al 2019 e tagliato il fatturato annuo di 56 miliardi di euro. Senza dimenticare poi il nodo dei ristori economici, considerati “quasi nulli e inadeguati a coprire le perdite già consolidate”. Secondo le associazioni, è necessaria dunque un'urgente “iniezione di liquidità nel sistema per le imprese di tutte le dimensioni, che potrebbe passare anche da uno spostamento temporale delle scadenze fiscali e previdenziali, da un rafforzamento degli strumenti e una semplificazione delle procedure di accesso al credito agevolato, con tempi rapidi e certi, da una nuova misura sugli affitti, con la previsione del credito di imposta anche per il 2021”.

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