Imprese: come gestire la passività contro la crisi

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La pandemia ha avuto un impatto significativo sulle dinamiche dei flussi di cassa di tutte le imprese. E le misure dispiegate a sostegno della liquidità aprono lo spazio a sbilanciamenti di cassa e indebolimenti patrimoniali. Intervenire attraverso l'implementazione di strategie di “debt management” potrebbe essere la chiave
Classificato in maniera definitiva come “pandemia globale”, si è constatato che il Covid ha apportato in maniera repentina molteplici cambiamenti strutturali su tutto il sistema economico e competitivo globale, ridisegnando le filiere produttive, modificando i rapporti con la forza lavoro e, soprattutto, stravolgendo le condizioni di approccio al mercato e al cliente.
Tutto questo, evidentemente, ha avuto un impatto significativo sulle dinamiche dei flussi di cassa di tutte le aziende che, nella maggior parte dei casi, si sono trovate nel pieno di una delle crisi finanziarie più difficili di sempre e, soprattutto, nella necessità di dare priorità alla gestione della tesoreria prima ancora di quella operativa.

Di fondamentale importanza, almeno nell'immediato, è stato il decreto “Cura Italia” il quale, oltre ad offrire l'estensione dei tempi di pagamento di alcuni tributi, ha favorito una serie di misure per supportare finanziariamente piccole, medie e grandi imprese italiane. Tale Decreto ha emesso liquidità per circa €25 miliardi, a garanzia di circa €350 miliardi messi a disposizione dal sistema bancario nazionale.

Tali misure, per loro natura straordinarie e “una tantum”, hanno esaurito i loro effetti già a fine 2020, lasciando il futuro prossimo nelle mani delle imprese e del loro management che, a fronte di una crisi ancora in atto, dovranno gestire uno sbilanciamento di cassa e un conseguente indebolimento patrimoniale.

Se tali situazioni possono essere gestite nel breve termine con adeguate strategie di “cost management”, ossia un approccio volto a gestire la dimensione dei costi aziendali al fine di preservare al massimo la marginalità (ebitda ed ebit), nel lungo periodo non si può prescindere dall'esigenza di intervenire a livello patrimoniale e, pertanto, attraverso l'implementazione di strategie di “debt management”.

Normalmente le strategie di debt management seguono un approccio coordinato di tre azioni di intervento specifiche:

  1. Di breve termine - a supporto prevalentemente del capitale circolante;

  2. Di lungo termine - a supporto prevalentemente del capitale investito;

  3. Prospettiche - a supporto del business plan e del piano industriale.


Prima di implementare qualsiasi azione è fondamentale eseguire un monitoraggio puntuale della situazione debitoria esistente, fotografando quello che è lo status debitorio dell'azienda. Tale monitoraggio, se fatto secondo i criteri giusti, dovrebbe diventare la base sulla quale costruire un sistema di reporting finanziario, altro elemento fondamentale per poter competere in un contesto profondamente mutato quale quello attuale.

In estrema sintesi, il monitoraggio dovrebbe evidenziare:

  1. Un elenco completo degli ammontari ricevuti da terze parti a titolo di:



  • Prestiti;

  • Leasing e altre forme di locazione finanziaria;

  • Coperture di vario tipo;

  • Altre forme di finanziamento.



  1. Analisi dei tassi medi dei finanziamenti e loro duration (durata finanziaria);

  2. Analisi della liquidità e cash equivalent;

  3. Mappatura delle controparti bancarie e delle condizioni contrattuali;

  4. Mappatura e analisi dei prestiti intra-gruppo


Una volta ottenuta una chiara evidenza dell'effettivo stock di debito presente in azienda e della sua “qualità”, attraverso un successivo lavoro di analisi si potrà quantificare in che misura l'azienda in oggetto rientri nei parametri di finanziabilità che, come noto, variano in funzione dei possibili soggetti finanziatori.

Se dall'analisi si evince un sostanziale rispetto dei parametri di finanziabilità del soggetto finanziatore, allora si potranno implementare strategie di debt management volte al reperimento di linee finanziarie coerenti con la situazione patrimoniale attuale e prospettica o a supporto dei propri piani di sviluppo.

Se dall'analisi si evince un disallineamento (totale o parziale) rispetto ai parametri di finanziabilità del soggetto finanziatore, allora si dovranno implementare strategie di debt management volte alla ristrutturazione del debito in essere.

Con riferimento alle azioni di debt management sopra citate - prescindendo da quelle cosiddette “prospettiche”, la cui complessità è tale da richiederne una rappresentazione dedicata – queste possono essere classificate in funzione della durata dei loro effetti.

Come anticipato, le azioni di breve termine sono per lo più mirate a supportare il capitale circolante che, in periodi di crisi come l'attuale, risentono prevalentemente di tre effetti:

  1. Riduzione degli incassi

  2. Difficoltà a dilazionare i pagamenti

  3. Rigidità organizzative e impegni sociali


Una delle strategie più efficaci di debt management, soprattutto in tali periodi, è sostituire alcune fonti di finanziamento ordinarie (factoring, fidi, denaro caldo, ecc.), soprattutto se frastagliate su molteplici soggetti finanziatori, attraverso soluzioni di consolidamento del debito supportate da forme di garanzie sia pubbliche sia private. È chiaro che la mancata possibilità di reperire garanzie (o contro garanzie) da parte del sistema è indice di un possibile disallineamento (totale o parziale) rispetto ai parametri di finanziabilità del soggetto finanziatore. In tal caso, come pocanzi ricordato, si dovranno implementare strategie di debt management volte alla ristrutturazione del debito in essere.

Le azioni di lungo termine, invece, soprattutto in periodi come questo, potrebbero essere condizionate dalle seguenti necessità strategiche:

  1. Investimenti programmati;

  2. Investimenti di contenimento e di riassetto;

  3. Opportunità di mercato e contingency.


Molto spesso le soluzioni di finanziamento ordinarie non sono facilmente reperibili, soprattutto perché risentono di azioni di contenimento del rischio da parte dei finanziatori che, a prescindere dal merito del credito delle imprese, spesso sono costretti a riequilibrare i loro coefficienti patrimoniali interni, anche ai sensi di regolamentazioni bancarie nazionali e/o comunitarie.

A tal proposito giocano un ruolo strategico le fonti di finanziamento alternative, prestate perlopiù da investitori istituzionali specializzati la cui maggiore capacità di gestione del rischio si somma alla notevole flessibilità operativa.

Tra le forme di finanziamento maggiormente operative in tale periodo vi sono:

  1. Minibond;

  2. Mezzanine Financing;

  3. Credit funds;

  4. Intermediate Capital;


Il fattore critico per il reperimento di tali risorse è prevalentemente legato alla struttura organizzativa dell'impresa, al suo management e alla capacità di dimostrare ai “prestatori” che tali capitali verranno impiegati per rafforzare e rilanciare l'impresa nonostante il contesto, il quale, di fatto, non è che una nuova opportunità di consolidamento e rilancio.

 

Articolo a cura di Sante Maiolica, partner di Grant Thornton Financial Advisory Services

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