Grandi imprese: le 8 strade del “benessere” (di economie e famiglie)

Rita Annunziata
3.6.2021
Tempo di lettura: 3'
Sapevate che le imprese contribuiscono al 72% del pil dell'area Ocse? E che quelle di grandi dimensioni hanno generato 40mila miliardi di dollari di entrate solo nel 2018? Ecco come questa “ricchezza” influisce su economia e famiglie. Secondo McKinsey

Cinque sono flussi monetari direttamente misurabili: reddito da lavoro, reddito da capitale, tasse, investimenti in beni capitali, e pagamenti ai fornitori. Il sesto, invece, è il surplus del consumatore. Occhi anche sull’impatto ambientale

L’analisi è stata condotta su un campione di 5mila grandi imprese con entrate superiori al miliardo, che complessivamente hanno generato 40mila miliardi di dollari di entrate e 17mila miliardi di valore aggiunto lordo solo nel 2018

Contribuiscono al 72% del prodotto interno lordo e all'85% della crescita della produttività del lavoro (calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, ndr) dal 1995. E sono anche le principali fautrici degli investimenti tecnologici. Ma in che modo il valore da esse generato fluisce verso economie e società? A rivelarlo è nuova analisi del McKinsey global institute, condotta in particolare su un campione di 5mila grandi imprese con entrate superiori al miliardo, che complessivamente hanno generato 40mila miliardi di dollari di entrate e 17mila miliardi di valore aggiunto lordo solo nel 2018. Un percorso attraverso le otto strade del “benessere” dell'area Ocse, con l'obiettivo di fornire un punto di partenza per il mondo degli affari e della politica, non mancando di sollevare interrogativi per ulteriori ricerche.
Secondo gli analisti della società internazionale di consulenza manageriale, come anticipato, le imprese nel loro complesso contribuiscono al 72% del pil dell'area Ocse (il resto proviene principalmente da governo, attività senza scopo di lucro e famiglie). Un contributo che, se misurato in pil pro capite, è triplicato in media dal 1960 nelle principali economie della regione, senza dimenticare che tale cluster contribuisce all'85% degli investimenti tecnologici e all'85% della crescita della produttività del lavoro dal 1995. Se poi si sposta il focus sulle grandi imprese, le loro entrate globali sono balzate del 60% rispetto al pil del paese di origine di riferimento negli ultimi 25 anni. Ed è su queste ultime che McKinsey focalizza la propria attenzione, identificando gli otto percorsi attraverso i quali un dollaro di entrate da esse prodotto impatta su economie e famiglie. Cinque sono flussi monetari direttamente misurabili: reddito da lavoro, reddito da capitale, tasse, investimenti in beni capitali, e pagamenti ai fornitori. Il sesto è il surplus del consumatore (la differenza tra ciò che un individuo è disposto a pagare per ricevere un determinato bene o servizio e il prezzo di mercato dello stesso bene, ndr). Gli ultimi due riguardano le ricadute negative e positive sulla società, come l'impatto ambientale, la salute pubblica e la tecnologia, per i quali i ricercatori sottolineano non sia disponibile una valutazione esaustiva.
Stando al rapporto, il reddito da lavoro è il principale percorso “diretto”, con benefici pari a 0,25 dollari per ogni dollaro di entrate. Poco più della metà (0,58 dollari) va invece ai fornitori di piccole o grandi aziende, mentre il surplus del consumatore vale circa 0,40 dollari per ogni dollaro di entrate. Ma nell'ultimo quarto di secolo la situazione non è rimasta invariata. Confrontando i periodi tra il 1994 e il 1996 e tra il 2016 e il 2018, il cambiamento principale ha riguardato l'aumento di due terzi del reddito di capitale (da 0,04 a 0,07 dollari per ogni dollaro di entrate) che, se applicato ai 40mila miliardi di entrate relativi al cluster di grandi imprese analizzato, equivale a un aumento di 1,2 trilioni. Quanto al reddito da lavoro, si parla invece di una contrazione del -6% a 0,02 dollari. Lo stesso vale per i pagamenti dei fornitori, calati del -4% a 0,02 dollari (che sale al -10% per le piccole e medie imprese negli Stati Uniti). Il “capitolo” tasse, poi, sembra essere rimasto complessivamente stabile “poiché le diminuzioni delle imposte sulle società, in particolare nel Regno Unito e negli Stati Uniti, sono state compensate da lievi aumenti delle imposte sulla produzione (in particolare in Giappone) e dell'imposta sul reddito in Francia”, spiegano i ricercatori.

Ma quali sono le grandi aziende che contribuiscono maggiormente al “successo” delle società? Sulla base di quest'analisi, McKinsey le ha suddivise in otto archetipi:

  • gli scopritori, che hanno un elevato livello di ricerca e sviluppo e includono aziende farmaceutiche e biotecnologiche ma anche di prodotti per la casa;

  • i fornitori, con elevati livelli di occupazione e grandi costi di fornitura tipici della vendita al dettaglio e della distribuzione, incluse aziende di abbigliamento di lusso con alti costi di marketing;

  • i tecnologi, che spaziano tra hardware, software e media, con un'elevata ricerca e sviluppo. Hanno consentito alla crescita della produttività dell'economia e contribuito al surplus del consumatore con forti riduzioni dei prezzi nel tempo;

  • gli esperti, che includono ospedali, servizi sanitari, servizi alle imprese e università private. Si affidano a lavoratori altamente qualificati e dedicano la quota più elevata del loro valore aggiunto alla retribuzione dei dipendenti;

  • i “fuelers”, vale a dire compagnie petrolifere, del gas e del carbone, che fanno grandi investimenti fisici, hanno la più elevata produttività del lavoro, pagano le tasse di produzione più alte e producono il maggior numero di emissioni;

  • i finanziatori, che comprendono banche, assicurazioni e società immobiliari. Hanno il reddito di capitale più elevato, le tasse più alte e pagano anche i salari più corposi;

  • i costruttori, che includono società di servizi, telecomunicazioni e trasporti;

  • e infine i “makers”, che rappresentano circa il 25% di tutte le entrate e il 27% di tutta l'occupazione delle aziende analizzate.


“Makers” e costruttori sono stati a lungo gli archetipi predominanti, nonché i pilastri delle economie industriali, ma la loro quota di entrate totali è diminuita drasticamente nell'ultimo quarto di secolo (si parla rispettivamente del -12 e del -2%). Sull'altro versante, tecnologi, finanziatori e scopritori hanno registrato la crescita più elevata sul fronte del reddito da capitale e del reddito da lavoro, poiché “hanno ampliato la loro quota di valore aggiunto lordo e diminuito i pagamenti dei fornitori”, spiega McKinsey. Uno dei fattori trainanti dell'impatto positivo sulle società è stato inoltre il boom del surplus dei consumatori, soprattutto per i tecnologi e i “makers”, i cui prezzi sono scesi rispettivamente del 50% e del 20%.

“Tenendo conto di tutto questo, scopriamo che ciò che è rimasto invariato nell'ultimo quarto di secolo è che l'attività imprenditoriale continua a essere il driver dominante dalla crescita economica”, spiegano i ricercatori. Tuttavia, molto è cambiato in termini di impatto, poiché “alcuni percorsi si sono ridotti e altri sono cresciuti e, al contempo, alcuni archetipi aziendali sono diventati più diffusi e altri meno”. Cambiamenti che hanno dunque “importanti implicazioni per l'economia e le sue parti interessate, in particolare le famiglie”, si legge nello studio. In tal senso “questo studio solleva interrogativi per ulteriori ricerche e considerazioni per i leader, soprattutto nel mondo degli affari e della politica. Le aziende, per esempio, potrebbero utilizzare questi risultati per comprendere meglio i modelli e le implicazioni del proprio impatto sull'economia. I leader politici, invece, potrebbero considerare tali impatti, accentuarne gli aspetti positivi e coglierne le opportunità”, conclude McKinsey.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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