Ecco i settori che hanno salvato l'export “made in Italy”

Rita Annunziata
26.3.2021
Tempo di lettura: 3'
Dal food al fashion, dall'arredamento all'elettronica: tutti i comparti che hanno garantito la tenuta dell'export made in Italy (grazie al digitale). Mentre cresce la fiducia delle imprese, soprattutto nel manifatturiero

Nel 2020 l'export digitale italiano di beni di consumo ha sfiorato i 13,5 miliardi di euro di valore, in crescita del +14% sul 2019

A garantirne la tenuta è stato innanzitutto il fashion, che rappresenta il 53% dell'export digitale di beni di consumo e il 16,5% di quello di settore

Istat: “Nel settore manifatturiero l'indice di fiducia recupera per il secondo mese consecutivo (da 99,5 a 101,2)”

Nell'ultimo anno l'emergenza pandemica si è abbattuta sugli scambi commerciali tradizionali, che hanno subito in Italia un crollo di circa il 10%. Ma non solo. L'incertezza sui mercati globali si è tradotta in un'impennata dei rischi di internazionalizzazione, soprattutto di tipo finanziario, logistico e commerciale. Eppure, alcuni settori sembrerebbero essere stati in grado di arginare la scivolata delle esportazioni “made in Italy”. Grazie al digitale.
Secondo una nuova ricerca dell'Osservatorio export digitale della School of management del Politecnico di Milano, nel 2020 l'export digitale tricolore di beni di consumo ha sfiorato i 13,5 miliardi di euro di valore, in crescita del +14% sul 2019, per un'incidenza sugli scambi commerciali complessivi del 9% (+2%) e sulle esportazioni totali del 3% (+0,5%). A garantirne la tenuta è innanzitutto il fashion che, con un valore di 7,1 miliardi di euro, raccoglie il 53% dell'export digitale di beni di consumo e il 16,5% di quello di settore (nonostante una contrazione del 9% sul 2019). Segue il food, l'unico in crescita del 46% per un valore di 1,9 miliardi di euro, pari al 14% delle esportazioni digitali e al 4% di quelle alimentari. Chiude il podio l'arredamento, che vale 1,1 miliardi, l'8% dell'export online e il 12% di quelle di settore. Positivo anche il contributo di elettronica, cosmetica, cartoleria, giochi, articoli sportivi e altri comparti che valgono complessivamente il 25% dell'export digitale b2c (anche se singolarmente hanno un peso marginale).

Ampi margini di crescita “digitale” per le imprese italiane


Ciononostante, secondo i ricercatori, le imprese italiane godono ancora di ampi margini di crescita sul fronte dell'e-commerce. Infatti, solo poco più della metà delle realtà imprenditoriali della Penisola (il 56%) sfrutta oggi i canali digitali per vendere prodotti a livello internazionale, indirizzandosi verso la Germania (34,7%), la Francia (26,8%), il Regno Unito (26%), gli Stati Uniti (25,4%), la Spagna (18%) e la Cina (11,4%). Quasi il 75%, tra l'altro, esporta online prodotti per meno del 20% del proprio fatturato e un'azienda su dieci non conta all'interno del proprio organico né un export manager né un e-commerce manager.
“Nonostante il peso dell'e-commerce italiano nel panorama globale sia ancora contenuto, il digitale ha rappresentato un traino per il nostro export nell'ultimo anno, compensando il calo degli scambi attraverso i canali tradizionali”, interviene Riccardo Mangiaracina, direttore dell'Osservatorio export digitale. “Per sfruttare l'accelerazione impressa dalla pandemia e migliorare le performance di internazionalizzazione delle nostre imprese occorre però una sapiente integrazione del digitale nelle modalità di export tradizionali, anche quando l'emergenza sarà superata”, aggiunge, sottolineando come il digitale non rappresenti “un'opportunità a costo zero, perché servono investimenti e competenze”. Ma non coglierla significherebbe “rischiare di essere tagliati fuori dal mercato”.

Focus sull'export digitale B2B da 127 miliardi di euro


Occhi puntati soprattutto sull'export digitale B2B che, differentemente dal comparto B2C, “ha subito una notevole frenata a causa del lockdown”, spiega Maria Giuffrida, ricercatrice dell'osservatorio. “Si è assistito a un accorciamento delle filiere, con molti operatori che hanno iniziato ad aggirare gli intermediari delle varie catene di fornitura per servire direttamente il consumatore finale attraverso l'e-commerce, ove possibile e tipicamente nei mercati più vicini”, precisa. Il comparto, infatti, ha sfiorato lo scorso anno i 127 miliardi di valore, in calo del 5% sul 2019, anche se cresce l'incidenza sulle esportazioni complessive di prodotti (pari al 29%). In tal senso, la filiera più digitalizzata è quella automobilistica, che rappresenta il 18,5% dell'intero settore per un valore di 23,5 miliardi di euro. Seguono tessile e abbigliamento con 18,3 miliardi e la meccanica con 15 miliardi. Ma anche il largo consumo (10 miliardi), il farmaceutico (6 miliardi), il materiale elettrico (5 miliardi) e l'elettronica (3,5 miliardi).
Secondo un sondaggio condotto dall'osservatorio su un cluster di 124 imprese tricolori, tra l'altro, a crescere nell'anno della crisi sono anche i rischi di internazionalizzazione. Il 28% delle intervistate, infatti, dichiara di aver sofferto rischi di natura finanziaria e il 19% di difficoltà logistiche. Il 23% parla di rischi moderati in entrambe le aree e il 30% di un “rischio grave” sia di tipo logistico che finanziario. Ancora una volta, le più colpite sono le imprese B2B (sia dal punto di vista finanziario che operativo) poiché maggiormente coinvolte in “più lunghe e complesse filiere produttive”, spiegano i ricercatori. “Per mitigare i diversi rischi le imprese hanno aperto canali e-commerce, impiegato soluzioni digitali come piattaforme e tool collaborativi per facilitare l'interazione a distanza, introdotto forme di lavoro smart e maggiore flessibilità sulle mansioni assegnate, proposto nuovi prodotti ispirati alle esigenze del momento, attivato nuovi canali di finanziamento attraverso il supply chain finance”, dichiara Lucia Piscitello, responsabile scientifico dell'osservatorio. “Sarà essenziale dotarsi di una strategia di export ben strutturata, che coinvolga tutti i principali pilastri, per fare in modo che queste iniziative nate dalla crisi portino risultati e performance soddisfacenti anche nel lungo periodo”, conclude.

Istat: migliora la fiducia delle imprese a marzo


Segnali di miglioramento, intanto, provengono dall'indice di fiducia delle imprese dell'Istituto nazionale di statistica. Il settore manifatturiero torna a recuperare per il secondo mese consecutivo, salendo da 99,5 a 101,2. In crescita da gennaio anche l'indice delle costruzioni, che passa da 141,9 a 147,9. Diverso è il caso dell'indice dei servizi di mercato che, dopo l'impennata registrata tra dicembre e febbraio, torna a flettere da 85,7 a 85,3. Lo stesso vale per il commercio al dettaglio, che non prosegue lungo la scia del recupero dello scorso mese ma registra un nuovo calo da 93,7 a 90,9. “In relazione alle componenti dell'indice di fiducia, nell'industria manifatturiera migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese sul livello della produzione, mentre le scorte di prodotti finiti sono giudicate stabili. Nel comparto delle costruzioni, tutte le componenti registrano una dinamica positiva. Per i servizi di mercato, la diminuzione dell'indice è trainata dalle aspettative sugli ordini che sono in deciso calo. Con riferimento al commercio al dettaglio, si stima un peggioramento sia dei giudizi sia delle attese sulle vendite mentre le scorte di magazzino sono giudicate in decumulo”, spiega l'Istat.

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