Città “desertificate”, Sangalli: serve un'equa web tax

Rita Annunziata
23.2.2021
Tempo di lettura: 3'
Nel 2021 un'impresa su quattro attiva nel settore dell'alloggio e della ristorazione è destinata a sparire. Ma non solo. Secondo Carlo Sangalli di Confcommercio, per fermare la “desertificazione” delle città italiane serve un progetto di rigenerazione urbana. E un'equa web tax

Negli ultimi otto anni hanno chiuso oltre 77mila attività del commercio al dettaglio e circa 14mila del commercio ambulante

Crescono le imprese straniere (dal 7,8 al 10,3%), mentre diminuiscono quelle a territorialità italiana (-3%)

Negli ultimi otto anni le città italiane hanno conosciuto una progressiva “desertificazione”: oltre 77mila imprese attive nel settore del commercio al dettaglio in sede fissa (-14%) e quasi 14mila nel commercio ambulante (-14,8%) sono sparite. Nei centri storici tengono, in qualche misura, i negozi di base come gli alimentari (-2,6%) e le tabaccherie (-2,3%), mentre impennano i consumi in tecnologia e comunicazioni (+18,9%) e farmacie (+19,7%). Uno scenario che la crisi epidemiologica, nel 2021, non potrebbe far altro che continuare ad acutizzare.
Secondo un'analisi dell'Ufficio studi di Confcommercio sulla Demografia d'impresa delle città italiane, infatti, nel corso dell'anno è attesa la chiusura di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione solo nei centri storici dei 110 capoluoghi di provincia e altre 10 città di media ampiezza analizzate (che raccolgono il 22,8% della popolazione complessiva in Italia, il 24,1% delle imprese, il 24,4% dei negozi al dettaglio in sede fissa, il 23,2% degli ambulanti e il 23,9% di alberghi, bar e ristoranti, ndr). Si parla dunque di un crollo pari al -24,9%, il calo più profondo della storia economica degli ultimi due decenni. Non fa da meno il commercio al dettaglio, per il quale il segno meno raggiunge il 17,1%. Il commercio elettronico, invece, dal valore di 30 miliardi, è crollato del 2,6% nel 2020 rispetto al 2019, trainato dall'impennata dei beni alimentari (+30,7%) e dalla discesa dei servizi acquistati (-46,9%).
Per non dimenticare poi il crollo dei beni tradizionali “che si spostano nei centri commerciali o, comunque, fuori dai centri storici”, precisano i ricercatori, con percentuali che oscillano tra il -17% dell'abbigliamento e il -25,3% per libri e giocattoli, fino al -27,1% per mobili e ferramenta e al -33% per le pompe di benzina. Sul fronte opposto si posizionano alberghi e pubblici esercizi che, nonostante la crescita rispettiva del +46,9% e del +10%, continuerebbero a navigare nell'incertezza.

“Per fermare la desertificazione commerciale delle nostre città, bisogna agire su due fronti”, interviene Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio. “Da un lato, sostenere le imprese più colpite dai lockdown e introdurre finalmente una giusta web tax che risponda al principio stesso mercato, stesse regole. Dall'altro, mettere in campo un urgente piano di rigenerazione urbana, per favorire la digitalizzazione delle imprese e rilanciare i valori identitari delle nostre città”.

Aumentano le imprese straniere


Nel complesso, intanto, dal 2012 le imprese registrate restano costanti sui sei milioni, ma mentre quelle italiane hanno conosciuto una contrazione del 3%, quelle straniere sono cresciute dal 7,8 al 10,3% del totale delle imprese. In altre parole, le 160mila aziende tricolori “sparite in questi otto anni sono state esattamente rimpiazzate, sotto il profilo numerico, da imprese straniere”, precisano i ricercatori. Anche sul fronte dell'occupazione, gli italiani sono rimasti sostanzialmente stabili, mentre i lavoratori stranieri hanno conosciuto un'impennata dell'11,5% (una tendenza ancor più evidente nel commercio, negli alberghi e nei pubblici esercizi).

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