Aziende: come coltivare i talenti e favorire lo spirito imprenditoriale

Rita Annunziata
15.10.2021
Tempo di lettura: 3'
Si può essere imprenditori all'interno delle mura aziendali? E in che modo le aziende possono favorire lo sviluppo di questi talenti e goderne in termini di business? Le risposte a queste e altre domande nella round table digitale organizzata da Gellify

Le aziende necessitano di diversità, non solo di genere, ma di punti di vista. Di pensiero critico. E questa diversità potrà anche aiutarle ad arricchirsi. Ecco come nelle parole di Roberto Battaglia e Marcello Coppa

Battaglia: “Le organizzazioni sono ricchissime di persone con capacità imprenditoriali spesso inespresse. Oggi devono gestire questa irrequietudine. Specie in una fase in cui, in Italia, c’è una fame di ripartenza”

Innovare con successo in azienda, secondo gli esperti, richiede oggi un approccio gestionale diverso che punti a scovare talenti con un mindset imprenditoriale. Sono quelli che vengono definiti “intrapreneur” o anche “irrequieti”, nelle parole di Roberto Battaglia, transformation lead - Imi corporate & investment banking di Intesa Sanpaolo intervenuto in occasione di una round table digitale organizzata da Gellify. Persone, racconta, con capacità imprenditoriali “spesso inespresse che hanno fame di saperne di più, di cambiare la propria condizione e dare un contributo che vada oltre il mandato che l'azienda assegna loro”. E che oggi potrebbero rappresentare la chiave anche per rimanere competitivi e restare sul mercato.
“Gestire questa irrequietudine è un aspetto di cui le imprese devono occuparsi”, osserva Battaglia. “Bisogna fare in modo che queste energie possano essere incanalate in una zona franca in cui innamorarsi di idee promettenti diventa uno dei modi di agire e di pensare in modo imprenditoriale. Un aspetto interessante, specie in una fase in cui in Italia c'è una fame di ripartenza. Ma per ripartire bisogna anche garantire all'innovazione di divertirsi”. Secondo Marcello Coppa, managing partner e innovation director di Gellify, tali figure devono essere innanzitutto scovate “nelle pieghe delle aziende”. Si tratta di talenti, spesso latenti e invisibili.
“Il concetto di talento ha diverse accezioni. Siamo portati a pensare che sia in parte innato. E nelle grandi organizzazioni i talenti sono persone ad alto potenziale sulle quali le aziende investono con grande impegno per accelerare i percorsi di carriera. Ma io credo che il talento non possa essere un'etichetta, perché si rischia di creare un effetto pericoloso. Sta piuttosto nella capacità di mettere a terra delle cose, ma da solo non basta e la fortuna non esiste. Questo implica coraggio, la capacità di assumersi del rischio e far accadere qualcosa che non è detto possa avere un esito positivo”, spiega Battaglia. Il talento, aggiunge, va estratto in modo maieutico. E sfidato, prima che formato, dandogli un obiettivo apparentemente impossibile.

“È chiaro che nelle organizzazioni questo tema riguarda chi lavora con le persone e non soltanto chi definisce le strategie o le politiche nella gestione dei talenti”, interviene Coppa. Di conseguenza, spiega, bisogna lavorare innanzitutto sui manager. Affiancando ai cacciatori di idee anche i cacciatori dei talenti, in grado non solo di identificarli ma anche di farli crescere e di coltivarli. “Un talento, quando viene sfidato, si direziona e motiva verso una sfida. Definire questi obiettivi credo sia un tema importante, insieme alla creazione di palestre in cui questi talenti possano permettersi di sbagliare”, spiega Coppa.

In questo contesto, stando ai due esperti, le organizzazioni devono dunque re-immaginarsi. Abbandonando modelli organizzativi caratterizzati da un'eccessiva gerarchia e accogliendo l'irrequietezza. Anche per ottenerne benefici in termini di business. “Gli irrequieti sono persone che non si accontentano, sono intellettualmente affamati e implicano un modello di business che li protegga e li guidi. Ma sono una grande risorsa”, analizza Battaglia. Poi conclude: “Le organizzazioni oggi necessitano di diversità, non solo di genere, ma di punti di vista. Di pensiero critico, vale a dire della capacità dei dipendenti di sviluppare un proprio punto di vista e saperlo rappresentare. E questa diversità potrà anche aiutarle ad arricchirsi”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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