I redditi delle società e il conto corrente dei familiari

Mara Palacino
Mara Palacino
4.6.2021
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Assi portanti nella lotta contro le operazioni economiche non trasparenti, le indagini finanziarie sono state oggetto di una pronuncia della sezione tributaria della Suprema Corte, che sembrerebbe estenderne ulteriormente la portata applicativa. Lente di ingrandimento sul conto corrente dei familiari nell'accertamento del reddito della società
Le indagini finanziarie rientrano nella fase di verifica e precedono l'accertamento vero e proprio; si sostanziano nell'attività istruttoria finalizzata a far acquisire alle autorità competenti dati e notizie fiscalmente rilevanti per far emergere dinamiche occulte o per accertare maggiori redditi.
Il cardine della disciplina inerente le indagini finanziarie consiste in una presunzione legale relativa che opera sotto un duplice profilo: da un lato, riconduce al contribuente oggetto di indagine le movimentazioni dei conti correnti a esso riferibili, seppur intestati a terzi; dall'altro fa sì che i versamenti e i prelievi operati sui conti interessati (quindi anche di terzi non cointestatari) siano posti a base delle rettifiche e degli accertamenti a carico del contribuente medesimo.
Trattandosi comunque di una presunzione relativa, è possibile superarla fornendone una valida prova contraria: giustificando opportunamente l'estraneità delle movimentazioni emerse dalle indagini finanziarie all'impresa indagata oppure la loro corretta inclusione nella determinazione del reddito.

La corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 19.386 del 17 settembre 2020, pare voler ampliare le possibilità induttive rendendo determinante anche solo l'esistenza di un legame familiare con componenti di una società di capitali per legittimare un avviso di accertamento a carico della società stessa.

Nell'ordinanza in questione, l'Agenzia delle Entrate aveva, infatti, accertato un maggior reddito a carico di una società a responsabilità limitata sulla base delle movimentazioni bancarie poste in essere dall'amministratore e, soprattutto, dai suoi familiari più stretti. Soccombente nei primi gradi di giudizio, la società ricorreva poi per Cassazione adducendo, tra i diversi motivi di ricorso, l'illegittimità della presunzione attraverso la quale le erano state attribuite quelle operazioni finanziarie rinvenute nei conti correnti di familiari, non co-intestatari.

In risposta, la corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, sostenendo l'operato dell'Agenzia delle Entrate e ha considerato il rapporto familiare intercorrente tra l'amministratore della società e i soggetti, ciascuno individualmente intestatario del conto, sufficiente a convalidare il fondamento presuntivo alla base dell'atto di accertamento.
Al fine di meglio intendere la portata dell'ordinanza trattata, occorre innanzitutto precisare che, sulla base di un principio consolidato della giurisprudenza della Cassazione, le indagini finanziarie sono compiute riconducendo al contribuente indagato non solo le operazioni sui conti correnti a esso intestati e cointestati, ma anche i movimenti sui conti appartenenti agli amministratori, soci e procuratori generali.

Ciò che risulta innovativo e per certi versi dirompente nella pronuncia della Suprema Corte è la motivazione della decisione: la legittimità dell'accertamento a carico della Srl viene confermata unicamente per l'esistenza di un legame familiare tra titolari dei conti correnti e un esponente della società. Non c'è stata da parte dell'Agenzia delle Entrate alcuna necessità di dimostrare l'intestazione fittizia o in qualche modo effettivamente riconducibile alla società verificata: è bastato essere moglie e figlia dell'amministratore.

Questo modus operandi, sembra appunto ampliare considerevolmente la capacità presuntiva dell'autorità, lasciando ai contribuenti l'arduo compito di provare il contrario.
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