L'Afghanistan sull'orlo del collasso economico e umanitario

Alberto Negri
Alberto Negri
20.12.2021
Tempo di lettura: 5'
L'Afghanistan è oggi allo sbando: il budget dello stato derivava infatti per il 75% dagli aiuti internazionali, oggi congelati

L’unica cosa che funziona nell'Afghanistan di oggi è il narco-stato, ha scritto Alberto Negri.

Dall’Afghanistan, secondo l’Ufficio Onu anti droga (Unodc), proviene oltre l’80% dell’oppio e dell’eroina consumati a livello globale. Un mercato che vale il 14% del Pil. Ci siamo dimenticati di questo mondo. L’ultima volta che è successo, l’Europa è finita sotto scacco del terrorismo

In agosto i talebani sono entrati a Kabul e già abbiamo quasi dimenticato le tragiche immagini della fuga degli afghani all'aeroporto. In un recente dibattito alla Luiss, cui mi hanno invitato a partecipare, ho persino sentito un generale italiano affermare che “in fondo la Nato in Afghanistan ha raggiunto i suoi obiettivi”.

In realtà il ciclo della “guerra al terrorismo” iniziato nel 2001 e continuato nel 2003 con l'attacco all'Iraq è stato un fallimento. Il conflitto afghano e quello iracheno non possono essere trattati disgiuntamente. Nella guerra al terrorismo lo scacco iracheno è più grave di quello afghano.

La sfida strategica in Iraq era sicuramente maggiore, nonostante da Baghdad le truppe Usa si siano ritirate ordinatamente nel 2011, dal momento che la regione del Golfo, con le sue risorse energetiche, rappresentava dal 1945 un'area prioritaria per gli Stati Uniti. Inoltre con il ritiro da Baghdad gli Usa hanno lasciato il Paese esposto all'influenza dell'Iran. Quali fossero le priorità lo dimostrano i numeri: nel 2002 in Afghanistan gli Usa avevano 10mila soldati, 25mila nel 2007, contro gli oltre 140mila in Iraq nel 2003. In ogni caso il ritiro americano dall'Iraq nel 2011 aveva lasciato il Paese senza protezione. Nel 2014 l'Isis conquistava Mosul, seconda città del Paese, e la fuga delle truppe irachene in quella fase è stata paragonabile a quella delle truppe di Kabul nell'agosto scorso.

 
La penetrazione del Califfato in Iraq e in Siria è stata una tragedia per le popolazioni locali ma anche per l'Europa: il fatto che l'Isis avesse sotto controllo un suo territorio con oltre otto milioni di abitanti ha incoraggiato gli affiliati e i jihadisti europei a colpire le capitali del continente, da Parigi, a Londra a Berlino. La disfatta di Kabul, dunque, era già stata annunciata da quella irachena. L'Isis nel 2014, dopo la conquista di Mosul, seconda città del Paese, arrivò alle porte di Baghdad e a fermarlo non furono gli Usa o la Nato ma le milizie sciite guidate dal generale Qassem Soleimani, ucciso da un drone americano il 3 gennaio 2020 all'aereoporto di Baghdad. L'Isis allo stesso tempo si propagava in Siria. Chi come il sottoscritto è stato in Afghanistan, in Iraq e in Siria, conosce bene cosa vuol dire arrivare a qualche centinaio di metri dalla bandiera nera del Califfato. Quest'anno gli americani si sono ritirati dalla base di Bagram, la maggiore del Paese, la notte del due luglio, senza neppure avvertire le forze armate afghane. Come in Iraq nel 2011, gli Usa hanno lasciato senza copertura aerea l'esercito afghano che si è poi sbandato e liquefatto senza combattere.
Perché? In primo luogo si è detto che gli afghani disponevano di 300mila uomini: in realtà quello era il numero dei soldati a libro paga del ministro della Difesa, non i veri effettivi schierati sul campo che non erano più di 80mila. La seconda ragione della disfatta era che i talebani ormai da molto tempo controllavano il 50 per cento del territorio fuori dalle grandi città. Il vero problema non erano i talebani ma la propaganda occidentale che vantava risultati militari inesistenti: i raid americani e della Nato hanno fatto migliaia di morti senza conquistare l'Afghanistan.

Una terza ragione fondamentale è che i talebani sono popolari tra l'etnia maggioritaria dei pashtun, quella che tranne rarissime eccezioni nella storia ha sempre comandato a Kabul. La sconfitta del 2001 era stata una sconfitta non soltanto per il Mullah Omar ma per tutti i pashtun, dominanti nelle provincie del Sud ma anche nel Pakistan della North West Frontier, la retrovia che ha consentito loro di sopravvivere in questi anni con il consenso decisivo di Islamabad. Il Pakistan appoggia i talebani perché così controlla l'Afghanistan, considerato dai generali la “profondità strategica” essenziale per Islamabad. Il Pakistan si confronta a sud con l'India _ due potenze nucleari in tensione perenne per il Kashmir _ e l'Afghanistan è un tassello fondamentale in questo gioco pericoloso.

Che cos'è oggi l'Afghanistan abbandonato dagli occidentali? Un Paese sull'orlo del totale collasso economico e umanitario, visto che il budget dello stato derivava per il 75% dagli aiuti internazionali oggi congelati.

L'unica cosa che funziona è il narco-stato. Dall'Afghanistan, secondo l'Ufficio Onu anti droga (Unodc), proviene oltre l'80% dell'oppio e dell'eroina consumati nel mondo. In poche parole Usa e Nato in vent'anni non hanno fatto niente per contrastare gli oppiacei e dare alternative alla coltura del papavero che costituisce il 14% del Pil, un fatturato di circa 3 miliardi di dollari l'anno che supera di gran lunga le esportazioni di merci e prodotti legali.

Questi sono i dati delle Nazioni Unite. Noi ormai qui ci siamo già dimenticati dell'Afghanistan, dell'Iraq, della Siria, ma state certi che questo mondo – come altre volte è avvenuto in passato - non si dimenticherà di noi altrettanto facilmente.
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È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante".
Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.

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