Covip: Italia a due velocità nel 2° pilastro della previdenza

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Nel 2017, gli iscritti alle diverse forme previdenza complementare hanno raggiunto quota 7,6 milioni di individui, con un patrimonio in gestione d 162,3 miliardi

Si registra una forte dispersione territoriale nelle iscrizioni e flussi contributivi che nelle regioni ricche del paese sono più che doppi rispetto alle aree del mezzogiorno

Debole quadro regolamentare per gli investimenti delle casse previdenziali dei professionisti

Nel dibattito al Parlamento di Strasburgo si rischia di snaturare il progetto Pepp volto ad assicurare un prodotto pensionistico “europeo” ai cittadini del continente

L'Italia è un paese a due velocità, anche nella previdenza complementare. Nel 2017 è proseguita la crescita, costante nel tempo, degli iscritti al secondo pilastro del sistema pensionistico italiano cui aderivano a fine anno 7,6 milioni di contribuenti (+6,1%). E in aumento sono anche le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari che, nel 2017, hanno raggiunto il non indifferente ammontare di 162,3 miliardi di euro. (+7,3%). Lo ha detto il presidente della Covip (authority di vigilanza del settore) Mario Padula nel corso dell'assembla annuale della commissione.

Continua dunque la marcia di avvicinamento ai paesi europei più evoluti nella previdenza complementare. A scorrere le pagine e le tabelle della relazione emergono però marcate differenze territoriali, nella cosiddetta “inclusione previdenziale”. Sono “le regioni più ricche del paese – ha sottolineato Padula - ad avere i tassi di partecipazione più elevati: introno al 35% delle forze di lavoro, con punte del 45-50% laddove l'offerta previdenziale è integrata da iniziative di tipo territoriale. In queste aree i versamenti contributivi, 3.000-3.500 euro all'anno in media, sono più che doppi rispetto a gran parte delle regioni del Mezzogiorno”.

Per promuovere maggiori adesioni e maggiori flussi contributivi il presidente della Covip ha in particolare proposto di utilizzare al meglio i benefici fiscali già previsti dalla normativa, in particolare prevedendo di poter “riportare ad anni di imposta successivi i benefici che non si sono utilizzati in una fase di incapienza fiscale”.

 

L'asset allocation della previdenza complementare


I titoli di stato rappresentano ancora la principale destinazione d'investimento dei fondi pensione italiani, ma la loro quota (per metà rappresentata da titoli italiani) è scesa di 5 punti percentuali in un anno al 41,5%. Salgono invece gli investimenti in titoli di debito (16,6%), in azioni (17,7%) e in quote di fondi comuni (14,4%). I rendimenti, in riferimento alle diverse forme complementari, si sono collocati tra il 2,6 e il 3,3%, percentuali comunque superiori alla rivalutazione del Tfr, il tradizionale benchmark da battere per il settore, che si è attestato all'1,7%.

 

Casse di previdenza con debili regole


La Covip, in aggiunta alla previdenza complementare, esercita l'attività di vigilanza nei confronti delle casse di previdenza che erogano le pensioni di base ad alcune categorie professionali (nota, giornalisti etc.). A questo proposito Padula ha ricordato che il quadro regolamentare non è ancora completo - manca da anni un regolamento sulla disciplina degli investimenti - ciò che ha favorito un quadro a macchia di leopardo. Tre casse - ha ricordato con un certo allarme il presidente della Covip - sono ancora prive di una disciplina in materia e per altre 17 la normativa interna “risulta comunque incompleta e non adeguata rispetto agli obiettivi di tutela del risparmio previdenziale obbligatorio che le casse gestiscono”.

Rischia di snaturare il progetto Pepp


Padula ha infine espresso preoccupazione sul progetto europeo dei Pepp, volto ad assicurare uno schema pensionistico complementare per il continente. I testi di compromesso che stanno circolando all'interno del Parlamento europeo, dove la bozza di regolamento è in discussione, “allontanano il progetto da quanto originariamente prospettato rischiando di vanificarne la realizzazione. L'attenuazione del ruolo dell'Eiopa, quale autorità deputata alla funzione autorizzativa, rischia di non assicurare omogeneità nell'accesso al mercato; la riformulazione delle regole in materia di distribuzione rischia di rendere i Pepp più costosi e meno adatti a una diffusione nelle fasce di popolazione meno favorite”.
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