Bpm, Creval, Mediobanca: ci si prepara al consolidamento

Teresa Scarale
Teresa Scarale
9.2.2021
Tempo di lettura: 5'
Conti migliori delle attese (con il contributo fondamentale di wealth e asset management), vantaggi fiscali e un perdurante contesto politico favorevole preparano il terreno alle banche italiane per una nuova stagione di fusioni. Sia nella veste di protagoniste che in quella di consulenti

«Per quanto riguarda l'attività di m&a siamo aperti alla possibilità di raggiungere accordi. Una fusione è naturalmente uno dei principali target che vogliamo raggiungere ma non dipende solo da noi», afferma Giuseppe Castagna di Bpm

Il ceo di Mediobanca Alberto Nagel – forte di un utile semestrale triplicato a 411 milioni – ribadisce che eventuali operazioni straordinarie hanno senso solo se si traducono in utile e dividendi per gli azionisti

Anche Creval (oggetto di opa da parte di Credit Agricole) accelera il processo di crescita, con un utile netto di 113,2 milioni di euro nel 2020, più che raddoppiato rispetto ai 56,2 milioni di euro del 2019

Dividendi in arrivo sia da Mediobanca, Bpm, Creval, nel rispetto delle linee guida delle autorità regolamentari (leggi Bce)

«Per quanto riguarda l'attività di m&a siamo aperti alla possibilità di raggiungere accordi. Una fusione è naturalmente uno dei principali target che vogliamo raggiungere ma non dipende solo da noi». Con grande chiarezza l'amministratore delegato di Banco Bpm Giuseppe Castagna – durante l'ultima conference call con gli analisti – apre a operazioni straordinarie, che voci di stampa vorrebbero con Unicredit più che con Bper. Del resto, la banca milanese è un obiettivo che fa gola a molti, essendo ottimamente posizionata nelle regioni più ricche del paese. In caso di fusione potrebbe inoltre apportare un certo ammontare di crediti fiscali all'incorporante (qualità di cui gode anche Mps). Castagna lo sa, e afferma di voler «capire quale sia la migliore opzione tra le possibili per Banco Bpm». L'ad definisce poi strategici i comparti asset management e bancassurance, e per questo «vogliamo aumentare la nostra quota in Anima» nell'anno.
Tuttavia la crisi morde, e la banca milanese chiude l'ultimo trimestre 2020 con un rosso di 241,7 milioni di euro, a fronte di un utile di 95,8 milioni nello stesso periodo del 2019. Il risultato sconta 536,2 milioni di rettifiche su crediti, in crescita del 65,3% rispetto al terzo trimestre del 2020.

A pochi metri da piazza Meda, la crisi pandemica sembra non esistere. Il ceo di Mediobanca Alberto Nagel – forte di un utile semestrale triplicato a 411 milioni – ribadisce che eventuali operazioni straordinarie hanno senso solo se si traducono in utile e dividendi per gli azionisti. Fra questi, il numero uno è Leonardo Del Vecchio con la sua Delfin, con la quale vi è «costanza di interazioni» e allineamento su «strategia e cose da fare». Il numero uno di Piazzetta Cuccia afferma che non si deve «crescere con acquisizioni per forza e ad agni costo».

Soprattutto nel wealth management, prosegue Nagel, «non è facile trovare buoni target per fare operazioni di m&a. Mediobanca ha il capitale, il brand e il posizionamento di mercato per crescere nel wealth management» anche per «per linee interne»: l'm&a «non è l'unica strada per continuare a remunerare gli azionisti». La divisione wealth mostra infatti un costante miglioramento, con un utile netto di 47 milioni (+46% sul semestre, -3% anno su anno), e ricavi pari a 302 milioni (+6% semestre e +1% anno), sia per accresciute masse che marginalità.
A livello patrimoniale Mediobanca si conferma fra le numero uno in Europa, con un Cet1 al 16,2% quando il requisito regolamentare è 7,94%. I ricavi risultano stabili su base annua (1,3 miliardi) e in crescita del 10% su base semestrale. L'utile netto del corporate investment banking è salito di quattro volte (170 milioni) semestre su semestre, 18% anno su anno, con ricavi ai massimi storici (364 milioni). Il motivo è che Mediobanca ha partecipato alle più importanti transazioni di m&a, in particolare in Italia (basti pensare all'operazione Intesa-Ubi) e Francia. E non è detto che questa voce non aumenti ulteriormente nel corso del 2021: Mediobanca è fra gli advisor del Tesoro per “l'affaire” Mps.

Risultati migliori del previsto anche per Credem, in rally con un rialzo del 7,52%: l'utile netto consolidato è stabile a 201,6 milioni (+0,1% rispetto al 2019).

Anche Creval (oggetto di opa da parte di Credit Agricole) accelera il processo di crescita, con un utile netto di 113,2 milioni di euro nel 2020, più che raddoppiato rispetto ai 56,2 milioni di euro del 2019. Con l'implementazione delle linee guida del piano industriale, Creval si definisce «tra le migliori banche per solidità patrimoniale (Cet 1 ratio fully loaded al 19,6%) e profilo di rischio (con un Npe ratio lordo al 5,8%)». Gli oneri operativi «sono in diminuzione del 9% grazie ad una rigorosa disciplina che ha permesso di raggiungere con un anno di anticipo gli obiettivi di piano». Anche il Credito Valtellinese può contare sul vantaggio fiscale delle imposte differite, come ricorda il ceo Luigi Lovaglio quando dice che le dta «danno più libertà di manovra». Pur affermando che la banca è in grado di realizzare gli obiettivi del proprio piano nel 2021, sottolinea che in caso di necessità «potremmo comunque beneficiare delle imposte differite», che saranno a bilancio per i prossimi cinque anni».

Quanto ai dividendi, Creval prevede 0,23 euro per azione per complessivi 16,1 milioni di euro, nel rispetto delle linee guida dell'autorità di vigilanza. Mediobanca prospetta invece una distribuzione pari al 70% dell'utile netto, mentre Bpm ha proposto 0,06 euro ad azione.

Ora, il mercato e gli analisti attendono il dipanarsi all'orizzonte del governo Draghi, considerato estremamente favorevole al consolidamento bancario sulla scia del precedente, molto attivo sul fronte Mps. I titoli del settore (e non solo loro) ne stanno già beneficiando.

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