Private banking: il 10% dei patrimoni serviti è “rosa”

Rita Annunziata
8.3.2021
Tempo di lettura: 3'
Il private banking gestisce quasi un terzo del risparmio delle famiglie italiane, di cui circa 300 miliardi di euro riferibili alle donne. Una cifra che equivale al 10% della ricchezza complessiva del Paese e che pone ancora una volta l'accento sull'annosa “questione femminile”

Antonella Massari: “Come rappresentante dell'associazione italiana di un'industria chiave per lo sviluppo degli investimenti nell'economia reale e il conseguente rilancio del Paese, non posso non vedere che la disparità di genere costituisca uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile e alla crescita economica”

In Italia vivono 24 milioni di donne in età lavorativa, di cui il 37% risulta occupata. Le laureate rappresentano il 22,7% (contro il 17% degli uomini) e, sebbene scelgano in misura minore gli studi Stem, sono considerate “più colte dal punto di vista economico”. Secondo Aipb, è necessario evitare di “disperdere questo capitale”

Stando alle ultime rilevazioni di Aipb diffuse in occasione della Giornata internazionale della donna, il private banking gestisce quasi un terzo del risparmio delle famiglie italiane, di cui circa 300 miliardi di euro riferibili alle donne. Una cifra “sorprendente”, secondo il segretario generale dell'associazione Antonella Massari, soprattutto “per chi è abituato a pensare che la gestione dei grandi patrimoni sia riservata a capofamiglia di genere maschile”. E che equivale, spiega, al 10% della ricchezza finanziaria privata complessiva della Penisola, una percentuale che scivola al 35% se si considera solo il segmento servito dal private banking.
“Come donna e come rappresentante dell'associazione italiana di un'industria chiave per lo sviluppo degli investimenti nell'economia reale e il conseguente rilancio del Paese, non posso non vedere che la disparità di genere costituisca uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile e alla crescita economica”, scrive Massari. “Sono lieta di apprendere che il governo Draghi abbia intenzione di impegnarsi in questa direzione. Ma resta il fatto che, come giustamente l'ha definita Linda Laura Sabbadini, presidente dell'engagement group Women20 al G20 nell'audizione parlamentare a inizio febbraio, si tratti di un'emergenza nazionale”.

In questo contesto, aggiunge, il peso considerevole delle donne nella gestione dei patrimoni privati tricolori “inserisce il private banking tra i settori chiamati a riflettere sulla questione femminile”. Secondo le analisi dell'associazione, infatti, “se il rilancio dell'economia può trovare nel risparmio privato un valido sostegno, l'investitore donna può dare un contributo assai rilevante, va protetto e reso più rappresentativo”. “Come industria – continua Massari – abbiamo il dovere di conoscere e servire al meglio i profili della clientela femminile, così come hanno imparato a farlo il settore della moda e della grande distribuzione”, ma “come Paese abbiamo il dovere di stimolare l'espressione del loro potenziale”.

Gender equality, Aipb: i tre punti su cui intervenire


In Italia, infatti, vivono 24 milioni di donne in età lavorativa, ma solo il 37% risulta occupato. Le laureate, invece, rappresentano il 22,7% (contro il 17%) degli uomini e sono considerate “più colte da un punto di vista economico”, scrive Massari. Ragion per cui, secondo il segretario generale, la Penisola nel suo complesso non può permettersi di “disperdere questo capitale”. “Siamo di fronte a una piramide che vede la presenza al vertice ampliarsi lentamente anche grazie al contributo della legge Golfo-Mosca che ha introdotto le quote rosa, ma al tempo stesso assottigliarsi sotto, lasciando spopolate le fasce intermedie e alla base. È necessario, oggi più di ieri, sostenere e favorire la crescita della metà del nostro Paese, per il futuro di tutti”, spiega.

Secondo il segretario generale, sono dunque tre le principali direttrici da percorrere:

  1. il riequilibrio del gap salariale, tenendo conto del fatto che ad allontanare le donne dal mercato del lavoro non sia la "mancanza di servizi di cura” ma una “divisione dei compiti squilibrata all'interno della famiglia” che potrebbe essere superata solo con la parità retributiva;

  2. l'incentivazione all'imprenditoria femminile. A tal proposito, il manifesto Donne per la salvezza - Idee per una ripartenza alla pari nato nell'ambito della campagna europea Half of it volta a destinare metà delle risorse del Next generation Eu alle donne, cita strumenti come la riduzione delle aliquote, i finanziamenti agevolati, i fondi per il rilancio delle imprese femminili esistenti e i fondi per le imprese impegnatesi a migliorare l'equilibrio di genere;

  3. la promozione di una cultura e di un'educazione economica e finanziaria. “Divario di genere e bassa educazione finanziaria vanno affrontati congiuntamente, prevedendo percorsi formativi di consulenza e informazione per avvicinare sempre più l'universo femminile a una partecipazione attiva della gestione del risparmio familiare in un'ottica di medio-lungo termine. Un'evoluzione che prevediamo possa interessare tutta l'industria del private banking, se vorrà intercettare risorse e patrimoni da servire”, conclude l'esperta.


L'impatto della crisi pandemica in numeri


Ma qual è stato l'impatto della crisi pandemica proprio sull'inclusione economica delle donne italiane? Secondo una recente indagine Ipsos per WeWorld, che ha coinvolto un campione di 1.000 cittadine con un'età compresa tra i 18 e i 65 anni, il 54% dichiara che le proprie entrate si siano contratte nel corso del 2020 sulla scia dell'emergenza. Una percentuale che sale al 63% se si considera la fascia tra i 25 e i 34 anni e al 60% per quella tra i 45 e i 54 anni. Inoltre, il 60% afferma che la pandemia l'abbia resa “economicamente instabile” e il 42% che abbia incrementato la propria dipendenza economica dalla famiglia o dal partner. Di conseguenza, il 38% afferma che il proprio nucleo familiare sta incontrando difficoltà economiche nel sostenere spese impreviste (si parla del 46% nel caso di donne non occupate e con figli) e il 25% nel sostenere spese importanti come la sostituzione di un elettrodomestico. Il 47%, in definitiva, teme di perdere il proprio lavoro. E le stabilizzazioni, in tal senso, crollano ad appena il 4%.

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