Covid-19, consulenti sempre meno attenti

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Le esigenze degli investitori più anziani rispetto a quelli più giovani sono diverse e anche le ripercussioni sul patrimonio causa pandemia. Una cosa però li accomuna: l'assenza totale del consulente in questo momento

Portafogli diversi, esigenze diverse, nature diverse. Gli investitori non sono tutti uguali. Una delle grandi differenza la sia ha tra vecchi e giovani

Il consulente non è però attivo. Sicuramente quelli dei più giovani hanno aggiornato maggiormente i loro clienti, ma non sempre. E le grandi banche private non fanno eccezione

Investitori in pensione e quelli in attività hanno reazioni diverse, a livello di investimento, rispetto al Covid-19. E dunque, secondo SpectremGroup, società di ricerca sulla gestione patrimoniale, il portafoglio degli investitori in pensione è stato meno colpito rispetto a quelli ancora in attività. Il motivo?
Secondo lo studio questo è da ricercarsi nella loro natura. I pensionati sono a casa, percepiscono la pensione e non hanno l'ansia del lavoro da perdere. I loro portafogli sono più stabili e meno rischiosi di quelli di un giovane investitore, quindi il crollo del mercato azionario è stato meno impattante. Aspetto però da tenere in considerazione è anche il fatto che, sì i pensionati non avranno la paura di perdere il lavoro ma il loro patrimonio, soprattutto nel caso in cui non si abbia una pensione consone allo stile di vita che si sta conducendo, è più che mai importante. E dunque le preoccupazioni sulle perdite ce le hanno anche loro.

Un aspetto che invece distingue le due categorie di investitori è il ruolo del consulente. Quelli in pensione hanno contatti molto meno stretti con il loro consulente, rispetto a quelli in attività, ma gli investitori in pensione hanno quasi sempre considerato il contatto con il loro advisor in modo positivo.

Questo a differenza dei più giovani che molto spesso si lamentano delle prestazioni del consulente. Il motivo? Tendenzialmente la fiducia. Un investitore in pensione ha lo stesso consulente da diversi anni. E il rapporto tra i due si è andato consolidando nel tempo. Questo implica che, da una parte il cliente è più predisposto ad ascoltare il consulente e ad accettare i suoi consigli e dall'altra che il feedback finale è sempre positivo. I giovani clienti, alle prese con i primi consulenti non possono invece vantare un tale rapporto e una tale fiducia nei confronti del proprio private banker. E dunque può essere che lo cambino e siano scontenti, non dandogli il tempo di interagire.

E nel periodo coronavirus è cambiato qualcosa?

La ricerca sostiene proprio di sì. E dunque stando ai dati solo il 17% degli investitori in pensione hanno dichiarato di aver ricevuto contatti con il proprio consulente per discutere dell'impatto della pandemia e delle possibili modifiche agli investimenti. Mentre il 23% dei più giovani è stato contattato dai consulenti per ricevere una linea di massima. Da sottolineare come entrambe le percentuali siamo basse, troppo, per essere un servizio quello private che ha un costo e viene pagato dal cliente. Questo atteggiamento di scostamento lo si riscontra purtroppo anche nei grandi gruppi bancari che hanno un focus sul private banking.

Il report sottolinea infatti come in entrambi i casi il confronto con il consulente sia avvenuto sotto spinta del cliente e non su iniziata dell'advisor. Il 21% dei clienti in pensione ha infatti dichiarato di non aver ancora sentito il proprio consulente da quando è iniziata la crisi, ma non pensa di cambiarlo. Molti giovani hanno invece sottolineato come nel breve ne cercheranno sicuramente un altro.

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