Consulenti: quando e perché ribilanciare il portafoglio

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Alberto Battaglia
27.12.2021
Tempo di lettura: 5'
Un nuovo sondaggio condotto su 300 consulenti ha mostrato quali sono gli approcci più diffusi sui ribilanciamenti di portafoglio

Quando ribilanciare? Secondo un sondaggio condotto da Advyzon la risposta fornita più frequente dai consulenti è “dipende dal cliente”, con una netta maggioranza del 55%

Il restante 45% dei consulenti preferisce, invece, programmare i ribilanciamenti su una base temporale. Ecco i pro e contro dei vari approcci emersi dall'indagine

Il profilo del risparmiatore è stato declinato in una distribuzione di portafoglio coerente con i suoi obiettivi; bene, ma da adesso in poi sarà forse scolpita nella pietra? In verità, cambiare l'allocazione di portafoglio è qualcosa che avviene, nella pratica della consulenza finanziaria, abbastanza spesso. I criteri per decidere il come e il quando, però, non rispettano regole universali. Advyzon, una società specializzata in performance reporting e portfolio management, ha sondato le opinioni di 300 consulenti finanziari per capire quali sono idee più diffuse sui ribilanciamenti di portafoglio, quelle operazioni che riallineano l'allocazione agli obiettivi del cliente.
Quando ribilanciare, dunque? La risposta fornita più frequente è “dipende dal cliente”, con una netta maggioranza del 55% - vedremo poi nel dettaglio alcuni criteri per capire in che modo definire l'intervento sulla base delle caratteristiche del cliente. Il restante 45% dei consulenti preferisce, invece, programmare i ribilanciamenti su una base temporale. In particolare, il 15% opta per una “messa a punto” ogni trimestre, mentre un altro 30% preferisce una scadenza annuale.

Ogni approccio sembra avere i suoi vantaggi, vediamoli con ordine.

Il ribilanciamento trimestrale è quello in grado di valutare in modo più puntuale il portafoglio sulla base delle performance di mercato, il che può essere utile in periodi di elevata volatilità o comunque quando i mercati spingono con forza in una direzione, sia essa verso l'alto o verso il basso. Se una particolare asset class, ad esempio, si discosta notevolmente dall'obiettivo stabilito con il cliente si potrà correggere in “corso d'opera” e in tempi relativamente brevi. Inoltre, sarà possibile confrontarsi con il cliente con intervalli più ravvicinati sui suoi obiettivi.

Allungare ad un anno l'orizzonte temporale del ribilanciamento riduce la frequenza degli interventi e, di conseguenza, le possibili implicazioni negative in termini di costi di transazione (più si tocca il portafoglio, più commissioni sugli scambi andranno pagate) e in termini fiscali. E' possibile, infatti, che i ribilanciamenti frequenti possano incrementare gli oneri sulle plusvalenze. In effetti, è una questione di market timing quella in grado di determinare se, in circostanze specifiche convenga di più un ribilanciamento trimestrale o annuale. A seconda dei casi un ribilanciamento più frequente potrebbe far liquidare precocemente un mercato toro o fissare le perdite di un mercato orso – oppure l'esatto opposto. In ogni caso, uno studio condotto da Vanguard sulla base di dati raccolti fra il 1926 e il 2015 aveva mostrato come tra i due approcci non ci fossero differenze significative, salvo il fatto che il ribilanciamento annuale aveva mostrato una volatilità leggermente inferiore.
Al di là dei ribilanciamenti determinati a livello temporale, i consulenti sondati da Advyzon hanno citato un altro paio di approcci. Il primo è il sistema “a soglia”. L'allocazione di portafoglio, in questa logica, viene modificata solo quando l'equilibrio fra le varie classi di attività oltrepassa determinati limiti. Ad esempio, in seguito a un rally azionario, un bilanciamento tradizionale 60-40 fra azioni e obbligazioni potrebbe diventare 70-30 (poiché il valore della componente azionaria è salita molto più in fretta di quella obbligazionaria). Se la soglia stabilità fosse del 10% il consulente potrebbe dunque procedere con il ribilanciamento, vendendo azioni e comprando bond fino a ritornare all'equilibrio 60-40 originario. Qualora, invece, le variazioni si rivelassero più contenute, il portafoglio sarebbe lasciato così com'è. La società sottolinea come questo approccio richieda qualche spiegazione in più al cliente, dal momento che la sua comprensione è meno immediata rispetto ad una semplice cadenza temporale. Inoltre, la “soglia di tolleranza” dovrà essere calibrata attentamente, anche sulla base del numero delle asset class in portafoglio.

Un ultimo principio utilizzato per decidere quando ribilanciare risponde al nome di 'Constant-proportion portfolio insurance' (Cppi). Si tratta dell'applicazione pratica di un principio basilare della gestione del rischio: tanto più aumenta la ricchezza accumulata dall'investitore, tanto più sarà in grado di tollerare perdite, con la possibilità di incrementare asset particolarmente volatili, come le azioni. In questo caso, a decidere come rivedere l'allocazione sarà la situazione patrimoniale del cliente: se migliora, potrà essere introdotto maggiore rischio in portafoglio – sempre che l'investitore abbia manifestato l'intenzione di sfruttare l'opportunità. Un conto, infatti, è potersi “permettere” determinate perdite, un altro è il desiderio di voler rischiare di più per massimizzare le opportunità di rendimento.

“Indipendentemente dall'approccio al ribilanciamento in uso”, conclude il survey, “è importante avere un sistema di cui ci si fida per creare, rivedere ed eseguire gli scambi, e per comunicare qualsiasi aggiornamento ai clienti”.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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