Usa-Ue: sistemi bancari a confronto alla luce della crisi ucraina

Rita Annunziata
12.4.2022
Tempo di lettura: 5'
La crisi ucraina rischia di ampliare il divario, già rilevante, tra banche europee e americane. Mentre si preparano a intessere nuove relazioni con le fintech

Citi, Attolico: “Tra i primi 10 istituti per capitalizzazione di mercato al mondo se ne contano sei nordamericani e quattro asiatici. Non era così 20 anni fa”

Se si guarda al return on equity medio delle sei banche Usa al 2021, si parla di un valore superiore al 15% e doppio rispetto alla media europea

UniCredit, Padoan: “Le banche stesse devono cambiare, collegarsi alle fintech e creare nuovi animali finanziari. C’è bisogno di una grande visione strategica”

Le banche europee (numeri alla mano) scontano un divario rilevante in termini di dimensione, profittabilità e capacità d'investimento rispetto a quelle americane. Stando ai dati presentati in occasione del Global banking forum da Leopoldo Attolico, country officer Italy di Citi, tra i primi 10 istituti per capitalizzazione di mercato al mondo se ne contano sei nordamericani e quattro asiatici. Se poi si guarda al return on equity medio delle sei banche Usa al 2021, si parla di un valore superiore al 15% e doppio rispetto alla media Ue. Senza dimenticare gli investimenti in tecnologia che vanno dai 12 miliardi di dollari annunciati da JpMorgan Chase per il 2022 ai 2 miliardi di Banco Santander. Un contesto, spiega Attolico, figlio anche di un business model differente. E che rischia di venir esacerbato dalla crisi russo-ucraina.

Gli effetti della crisi ucraina sulle banche


“Le banche americane sono maggiormente presenti in due rami di attività, il fixed income e l'investment banking, mentre quelle europee tendono ancora a un business più tradizionale ancorato all'attività di lending che ha sofferto particolarmente negli ultimi anni specialmente a causa dello scenario di tassi d'interesse bassi per effetto della pandemia”, racconta Attolico. Senza dimenticare il fatto che, aggiunge il vice presidente di Prometeia Giuseppe Lusignani, il mercato statunitense è decisamente più concentrato (differentemente da quello europeo). La guerra nell'Est Europa, in questo orizzonte, potrebbe colpire gli istituti da una parte all'altra dell'Oceano in maniera ancora più asimmetrica. “In termini di effetti diretti della crisi ucraina, le banche europee sono molto più esposte rispetto a quelle statunitensi anche per motivi geografici. Ma si tratta di esposizioni gestibili (circa 100 miliardi di euro) e concentrate in pochi istituti operanti in Russia, Ucraina e Bielorussia tramite filiali localizzate a livello locale”, osserva Rony Hamaui, segretario generale dell'Associazione per lo sviluppo degli studi di banca e Borsa (Assbb). “Gli effetti indiretti, invece, sono quelli che forse si sentiranno di più in Europa: la minore crescita degli Usa (-0,6%) sarà meno della metà che nell'Unione europea (-1,7%). E questo creerà inevitabilmente nuovi problemi anche per le banche italiane”, avverte Hamaui.

Padoan: “Le banche si leghino alle fintech”


In questo contesto, stando al presidente di UniCredit Pier Carlo Padoan, gli istituti stessi devono cambiare, collegarsi alle fintech e creare “nuovi animali finanziari”. Nell'ottica dell'Unione bancaria. “In Europa siamo a favore dell'integrazione ma resistiamo di fatto a questo processo d'integrazione e perpetriamo un fenomeno che si muove lungo basi nazionali e non lungo basi europee”, osserva Padoan. “Se non facciamo questo salto deciso, rischiamo di ampliare il divario con gli Stati Uniti. Io continuo a essere ottimista perché l'Europa ha sempre fatto passi in avanti, più o meno significativi, nei contesti di crisi. Ma non bisogna dimenticarsi che la nozione stessa di banca dovrà subire delle trasformazioni”. Sulla stessa linea d'onda Lusignani, secondo il quale interventi in termini di Banking union e un'accelerazione verso la creazione di un mercato europeo più integrato potrebbero favorire un incremento del livello degli investimenti e consentire una ristrutturazione “più veloce” del sistema bancario europeo.

“Le acquisizioni delle banche americane, in questo momento, sono soprattutto concentrate proprio nell'ambito del cosiddetto fintech”, interviene Attolico. “Venendo invece alle banche europee, osserviamo un'attenzione più spostata sul consolidamento domestico perché è l'unico segmento dove sono chiare le sinergie (sia di costo che di ricavi) e dove gli aspetti di tipo politico-regolatorio sono più favorevoli”. Gli americani, spiega a sua volta Amaui, puntano sulle fintech perché “credono che il futuro sia lì” e che acquisire una nuova banca non sia “molto appealing”. Un ragionamento, aggiunge, che dovrebbe far riflettere anche gli istituti europei. “La verità è che non è chiarissimo cosa bisogna fare e dove bisogna andare. Anche le fintech oggi sono alla ricerca di un futuro e questo futuro non è così ovvio. Sono anni che diciamo che prenderanno in mano il sistema finanziario ma ancora non è successo se non in maniera abbastanza marginale. La ricetta del futuro è una ricetta complicata, che richiede una grande lucidità e attenzione al dettaglio”. La risposta non può che avere un'importante dimensione strutturale, conclude Padoan. “Dobbiamo capire in che modo rilanciare la crescita della produttività tramite nuovi investimenti. E stabilire un legame tra un business model che guardi ai dati e la capacità di innovazione attraverso l'open finance”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
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