Titanio giapponese, made in Italy

Laura Magna
Laura Magna
13.5.2022
Tempo di lettura: 5'
O meglio, per dirla con Nicola Del Din, ceo del gruppo bellunese Blackfin, “neo-made in Italy”. “Italiana sì, ma attenta a persone e ambiente”. Nelle parole del manager e del suo socio Giancarlo Recchia, la storia di un'azienda familiare, fondata cinquant'anni fa da una ex dipendente di Luxottica e capace di resistere alla concorrenza cinese grazie a un legame indissolubile con il Sol Levante
“Siamo legati a doppio filo al Giappone, perché esclusivamente dal Giappone acquistiamo il titanio, il più puro in assoluto, che usiamo per le nostre montature”. Nicola del Din, ceo di Blackfin, rappresentante della seconda generazione di imprenditori del bellunese che hanno fondato l'azienda, non cela l'orgoglio. Quello di essere l'unico produttore a sperimentare un materiale innovativo fin dagli anni '80 e, ancora oggi, l'unico al mondo a usarlo per gli occhiali.
Blackfin ha visto la luce nel distretto dell'eyewear italiano e nasce per iniziativa della mamma di Del Din, Maria Luisa Pramaor, diciottesima dipendente di quello che sarebbe diventato il più importante colosso dell'occhialeria globale (oggi EssilorLuxottica). È il 1971 e Maria Luisa decide di mettersi in proprio, approfittando della possibilità - che la casa madre offre - di esternalizzare alcune fasi a supporto della produzione. E resta indipendente anche quando la casa madre, ormai una multinazionale, decide di riassorbire internamente il lavoro. Allora Maria Luisa propone al marito, Primo Del Din, che fa il direttore generale di un mobilificio, di unirsi a lei nell'avventura. L'azienda viene ufficialmente fondata con il nome di Pramaor. Il titanio arriva poco dopo, insieme alla grande minaccia cinese della delocalizzazione. Maria Luisa si trova di nuovo davanti a un bivio: e la scelta è, ancora una volta, quella della differenziazione.

“Ma non è stato un percorso in discesa – dice Nicola Del Din, che ci ha parlato di Blackfin insieme al suo Cfo Giancarlo Recchia (i due sono anche i soci di maggioranza del gruppo, un terzo investitore ha una quota di minoranza) - Il titanio va compreso e studiato e questa necessità ci ha portato in Giappone, dove si trovano le attrezzature più avanzate e si può acquisire una base di know-how. Un elemento che distingue questo materiale è l'estrema difficoltà nella sua lavorazione”. Così i primi anni sono segnati da continui tentativi per trovare un giusto equilibrio tra taglio, saldatura e colorazione, ma con pazienza, nei primi anni '90 l'azienda, raggiunge risultati importanti in termini di qualità. Il titanio – e il Giappone – sono presenze costanti nella storia di Blackfin e sono ciò che salva di nuovo l'azienda nel 1998 quando Primo Del Din viene a mancare e Nicola prende le redini assieme alla madre. “Il titanio diventa un forte elemento identitario e apre le porte a nuovi clienti”, dice Del Din.

Ma se il legame con il Giappone è vitale la produzione, precisa il ceo, “avviene tutta rigorosamente in Italia, addirittura possiamo dire all'interno dello stesso edificio: la nostra sede, infatti, è da sempre ad Agordo e da qui non ci siamo mai spostati. Anzi, lo scorso anno abbiamo inaugurato Black Shelter, un green building che ospita gli uffici direzionali e l'intera produzione. Un edificio sostenibile, integrato nel territorio, il primo in Veneto ad aver ricevuto la certificazione CasaClima Work& Life, che ne attesta i tre pilastri della sostenibilità: ecologico, economico e socio-culturale, quest'ultimo inteso come benessere sul luogo di lavoro”.

Il nuovo edificio sostenibile è una pietra miliare che rientra in un percorso di crescita, maturità, profonda identità e cultura aziendale. Ma è anche la rappresentazione fisica del profondo e indissolubile legame dell'azienda con il territorio. “La nostra sede è la manifestazione fisica e architettonica del nostro concetto di neomadeinitaly, un neologismo che rappresenta un modo differente di interpretare il classico “Made in Italy”, in quanto legato a una produzione non solo totalmente e autenticamente italiana, ma anche attenta alle persone e all'ambiente”, continua il manager.

E l'influenza del territorio si ritrova nel prodotto stesso, “nel senso che sono le montagne, le persone che in questi luoghi vivono e lavorano, che rendono il nostro prodotto speciale. Collaboriamo con alcune realtà locali mentre a livello nazionale ormai da anni sosteniamo la Andrea Bocelli Foundation, nata per aiutare le persone in difficoltà a causa di malattie, condizioni di povertà e emarginazione sociale promuovendo e sostenendo progetti che favoriscano il superamento di tali barriere e la piena espressione del proprio potenziale”, spiega Del Din.

La società è piccola, “ma strutturata – prosegue il ceo - con la presenza di Filippo Pustetto, nostro responsabile commerciale mondo oltre alla presenza di manager esterni”. E a protezione del patrimonio familiare la ricetta è quanto mai semplice: “Mantenersi coerenti con i propri valori e lavorare con una visione a medio-lungo termine”. Una ricetta che consente a Blackfin di essere resiliente, come ha dimostrato il biennio pandemico. “Il 2021 - dice il cfo Giancarlo Recchia - è stato un anno record che si è chiuso con un fatturato pari a 12,5 milioni di euro, +15% rispetto al 2019 e un Ebitda del 17,7%. Attualmente contiamo un centinaio di dipendenti e 30 agenti in Europa”. Nel 2020 il Covid ha impattato sui risultati meno della media del settore e abbiamo chiuso a -14% rispetto al 2019, ma comunque in utile. Ma il Covid, prosegue Recchia, “nella sua tragicità, è stato un importante banco di prova che ha messo in evidenza la nostra maturità aziendale. Siamo riusciti ad affrontare l'emergenza dimostrando che chi ha sostanza e visione non deve temere i momenti difficili, perché possiede gli strumenti per affrontarli.

Inoltre, producendo tutto al nostro interno siamo riusciti a gestire con tempestività e flessibilità le mutevoli condizioni dei mercati, rispettando anche le consegne. Questo senza dubbio è stato molto apprezzato dai nostri clienti”. E anche il cigno nero della guerra al momento sembra non avere grossi impatti perché “non ha influenzato “i prezzi del titanio  e non registriamo problemi di logistica e ritardi nelle consegne. Poiché utilizziamo poche tipologie di titanio, siamo sempre riusciti a gestire le scorte del magazzino. Chiaramente si respira un clima pesante all'interno della rete vendite, ma anche il rincaro dell'energia sul nostro prodotto ha un impatto abbastanza relativo – dice Recchia - Da poco abbiamo iniziato a lavorare con un distributore russo, ma questo rappresenta ancora una piccola percentuale del nostro business e non siamo esposti sui mercati direttamente colpiti dal conflitto”.

La crescita sarà trainata in futuro anche da un'ulteriore apertura del capitale. “Proprio poco prima del Covid – rivela Recchia - l'azienda è stata selezionata insieme con altre 21 società italiane di eccellenza rappresentative di diversi settori per partecipare alla prima Elite Banca Mediolanum Lounge, nata dall'accordo strategico tra Elite e Banca Mediolanum. Al momento non abbiamo allo studio alcuna operazione di finanza straordinaria, ma abbiamo colto con grande interesse questa opportunità che ci ha permesso di accrescere le nostre competenze in ambito finanziario ed entrare in contatto con un tessuto imprenditoriale di grande spessore e profondamente stimolante”.
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