Più lacci alle banche d'affari? Serve un cambio di paradigma

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Le banche d’affari sono le banche più potenti, in grado di determinare gli assetti dell’economia, indirizzando le grandi operazioni non solo finanziarie ma anche industriali. Focus su alcune proposte di riforma del settore per limitare in via normativa il loro strapotere

Prima delle elezioni, Salvini, il “leader” della seconda forza dello schieramento di centro-destra che è poi risultato vincitore, ha posto la necessità della riforma delle banche d’affari (anche “merchant bank”) per limitare la loro possibilità di esercitare altre attività bancarie finanziarie. 

Non è la prima volta – e non sarà nemmeno l’ultima - che viene proposta una riforma del genere. È naturale - sia chiaro - che sia così. Le banche d’affari sono le banche più potenti, in grado di determinare gli assetti dell’economia, indirizzando le grandi operazioni non solo finanziarie ma anche industriali. A ciò si deve aggiungere che esse pongono in essere – sono le uniche ad avere la competenza tecnica all’uopo necessaria - operazioni di finanza sofisticata dall’alto rischio, tra cui la forma più importante è quella degli strumenti derivati, che sono stati responsabili della crisi del 2008 e che hanno reso instabile l’intera finanza e con essa l’intera economia.

Sono comprensibili, così, i tentativi di limitare in via normativa lo strapotere delle banche d’affari

La misura da introdurre maggiormente gettonata è quella della separazione soggettiva con l’attività bancaria ordinaria di deposito: le due attività dovrebbero essere svolte da due tipologie di banche diverse (come era del resto in Italia prima delle grandi riforme dei primi anni ’90). Secondo alcune versioni più radicali, addirittura la separazione si deve estendere al risparmio gestito e quindi a tutti i servizi di investimento (e non è questo il caso della riforma sopra citata, circoscritta come visto solo a quella parte dei servizi di investimento relativa alle banche di affari).  


Alcune proposte di riforma delle banche d’affari

Le proposte – tutte - sono, come appena detto, comprensibili ma fuori bersaglio. Innanzitutto, esse sono, per la stragrande maggioranza, circoscritte alle singole persone giuridiche e non investono l’intero gruppo di appartenenza. Pertanto, uno stesso gruppo potrebbe esercitare entrambe le attività con due banche diverse. La soluzione sarebbe così formalistica e non produttiva di effetti considerevoli.

Occorrerebbe allora, per un approccio sostanzialistico e mirante all’effettività, introdurre la versione più estrema, che vieta l’esercizio congiunto delle due attività anche all’interno dello stesso gruppo.  

Nell’entrare nel merito, le proposte sono non condivisibili in quanto trascurano le sinergie ineliminabili tra le diverse attività, che non tollerano divisioni innaturali: la finanza è unitaria e le diverse attività sono tra di loro in sinergia ineliminabile (basti pensare al collegamento tra depositi bancari e investimenti finanziari e tra loro e i crediti, nonché tra le attività di produzione e quelle non solo di distribuzione ma anche di consulenza).

Del resto, precludendo le sinergie all’interno dello stesso gruppo bancario, si lascerebbero le banche d’affari nelle mani esclusive di gruppi industriali e meramente speculatori, con una diminuzione complessiva drastica delle garanzie di buon funzionamento del settore. 

Il vero è che queste misure - al di là delle differenze contenutistiche - tradiscono il loro vero intento, che è quello di tagliare le unghie alle banche d’affari per ridimensionarle

Proprio tale intento è fortemente criticabile e anzi inammissibile. 

Le banche d’affari rivestono un ruolo decisivo, tale da aumentare a dismisura con la recessione e con l’inflazione, che richiedono la sottoposizione agli investitori privati di prodotti e servizi dal profilo di rischio alto quale:

  • conseguenza necessaria degli alti vantaggi perseguiti necessari per battere l’inflazione e comunque per tener conto della situazione generale di assoluta instabilità, da un lato;
  • dall’altro quale frutto della scelta, di grande rilievo, di fare in modo che le loro disponibilità finanziarie affluiscano direttamente alle imprese produttive in modo da sostenerle – direttamente - nel momento di crisi, senza farle passare per investitori professionali: la conseguenza è che gli investitori privati si trovano a correre rischi prima riservati agli altri.

In virtù di tale svolta, epocale, le banche d’affari, se vedranno, presumibilmente, diminuire l’ambito delle negoziazioni dirette, dall’altro avranno il compito di contribuire al confezionamento di tali prodotti e servizi: e quindi il loro ruolo è veramente decisivo ai fini dell’adeguatezza e della meritevolezza degli stessi prodotti e servizi.    

Il loro ridimensionamento è evidentemente velleitario, ma addirittura non desiderabile.   


Problema: il controllo dell’attività delle banche d’affari

Il vero problema è il controllo della loro attività, sia da parte delle Autorità di Vigilanza sia in sede di contenziosi civilistici.

Gli strumenti di controllo sui servizi di investimento in generale non sono sufficienti, in quanto tarati su operazioni tipiche di investimento, standardizzate e diversificate e così dal rischio se non (sempre) limitato (il che è comunque quanto meno una linea tendenziale, anche per i prodotti più dinamici, in cui, in ogni caso, il risparmiatore deve mantenere una distanza di fondo rispetto agli investimenti), quanto meno controllato, mentre nel nostro caso si rientra in operazioni straordinarie in cui si devono effettuare valutazioni tipiche da intermediari (con piena identificazione e immedesimazione negli investimenti) ma con il capitale dei risparmiatori. 

A differenza dei risparmiatori privati, gli intermediari - e più in generale gli investitori istituzionali - possono, infatti, permettersi di perdere capitali ingenti in una o più operazioni, essendo in grado di compensare con vantaggi straordinari da ottenuti da altre. Il salto di qualità è evidente e i controlli devono tener conto di ciò. 

Quello che si chiede ai controlli è di essere tali da valutare il comportamento delle banche d’affari rispetto agli investimenti al fine di verificare se abbiano posto in essere tutte le misure necessarie per assicurare la loro adeguatezza e meritevolezza a tutela dei risparmiatori.  


Il salto di qualità sui controlli delle banche d’affari

Ed è proprio questo il nocciolo della questione: le banche di affari sono coloro che, per loro storia ed essenza, determinano gli assetti della finanza e dell’economia ed è antistorico tentare di limitare la loro operatività e di restringere tale ruolo. È necessaria un’ottica di controlli che sia in grado di cogliere proprio tale ruolo, un tempo decisivo e predominante, nel processo di determinazione degli assetti finanziari ed economici. Ed è qui che si gioca il salto di qualità dei controlli. 

Non si può dubitare assolutamente che già di per sé, vale a dire già adesso e da sempre le banche d’affari, salvo abusi specifici - che, sia ben chiaro, ricorrono in tutte le attività - valutino l’adeguatezza delle singole operazioni, ma fanno ciò secondo due criteri non utilizzabili nell’offerta di singoli investimenti ai clienti privati. 

Da un lato seguono una logica di convenienza complessiva, secondo cui un buon risultato ne compensi uno negativo, che non può essere applicata nel nostro caso, in cui occorre la tutela dei singoli clienti coinvolti in ciascuna operazione. 

Dall’altro, seguono una complessiva valutazione della convenienza dell’operazione nell’ambito dei complessivi assetti finanziari ed economici. E anche qui tale criterio non è utilizzabile nel nostro caso, in quanto non si possono sacrificare i singoli clienti sull’altare di equilibri di mercato più vasti.    


Conclusione

In definitiva, è necessario un cambio radicale di prospettiva per cui il ruolo di registi della finanza e dell’economia delle banche d’affari deve essere accettato assolutamente, in quanto fattore positivo e impareggiabile di sviluppo, ma con cambio radicale di ottica, non nel senso dello snaturamento -come prenderebbero le modifiche sempre instancabilmente proposte finora per fortuna senza alcun successo - ma in quello di arricchimento, al fine di vincolare le banche di affari non solo a una complessiva valutazione, ma anche a una di promozione dell’interesse dei singoli clienti. 

Nel settore degli investimenti finanziari il singolo cliente è proprio e solo lui a trovarsi al centro di ogni attività. 

Ciò finora non ha ricevuto attuazione ed effettività nell’attività delle banche d’affari. È una lacuna che va colmata e così si raggiunge il risultato - straordinario da un punto di vista civilistico - di legare indissolubilmente tra di loro singolo contratto, complessiva attività di impresa e generale andamento dei singoli settori e con loro dell’intera finanza e dell’intera economia.

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Laureato in Giurisprudenza presso l’università degli Studi di Roma, dal 2010 è professore a contratto di diritto degli Intermediari finanziari presso la Facoltà di Economia dell’Università di Parma. Da maggio 2000 svolge la professione di avvocato a Milano ed è fondatore dello studio
legale Bochicchio&Partners, con un’ampia specializzazione che contempla, tra gli alti, il settore bancario, finanziario e dell’intermediazione mobiliare, i profili societari e giuslavoristici, contemplando anche i profili penalistici del diritto dei mercati finanziari e del diritto societario.

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