Panic selling: non è sempre negativo, afferma uno studio del MIT

Alberto Battaglia
22.9.2021
Tempo di lettura: 5'
Le condizioni di mercato quando si vende e il tempo impiegato per tornare a comprare sono determinanti

Uno studio firmato da alcuni studiosi del MIT (“When Do Investors Freak Out? Machine Learning Predictions of Panic Selling”) ha messo alla prova di diversi scenari il panic selling, concludendo che, in alcune circostanze, può essere utile a proteggere il capitale

Il problema si pone quando gli investitori che vendono in preda al panico non tornano più a investire in asset rischiosi, o impiegano troppi mesi per farlo

Abbiamo chiesto al professor Enrico Maria Cervellati, (Link Campus University e Università La Sapienza di Roma) quali modelli di finanza comportamentale possono essere d'aiuto nell'interpretare un panic selling inefficiente

Nessun consulente finanziario suggerisce di farsi prendere dal panico quando i mercati iniziano a scendere. Ma se le vendite d'impulso dettate dalla paura possono recare danni a lungo termine sul risparmio, la colpa non è della vendita in quanto tale. Piuttosto, ad essere nociva è la scarsa prontezza con la quale i risparmiatori tendono a rientrare nel mercato: se ciò avviene troppo tardi, vengono bruciate importanti opportunità di recupero e, in ultima analisi, non si riesce a dare un senso strategico alla vendita finalizzata a bloccare le perdite (stop loss).

E' questa una delle evidenze emerse da una recente ricerca degli studiosi del MIT Sloan school of management e intitolata: “When Do Investors Freak Out? Machine Learning Predictions of Panic Selling”. La risposta alla domanda relativa al “quando gli investitori perdono il controllo” è relativamente prevedibile: avviene quando i mercati fluttuano di più. L'aspetto interessante affrontato dalla ricerca, piuttosto, è un altro: quando si vende in un momento di crisi “pesano di più” le perdite evitate o le opportunità mancate in seguito?

Per affrontare la questione i ricercatori hanno raccolto dati provenienti da oltre 653mila conti di intermediazione, riferiti a 298mila risparmiatori. L'obiettivo è stato osservare come, quando e per quanto tempo si erano verificati i fenomeni di panic selling (definiti come una riduzione del 90% degli asset azionari in portafoglio realizzata nell'arco di un mese, dovuta almeno per la metà agli scambi effettuati sul mercato).

La frequenza generale del panic selling è limitata, anche se oltre l'80% degli investitori osservati l'ha praticata una volta e l'11,4% per due volte. Quello che accade dopo la vendita dettata dal panico è uno degli aspetti cruciali: dopo il panic selling, il 30,9% degli investitori non ha più acquistato asset rischiosi, il 58% ha atteso 1-5 mesi e il 13,1% si è deciso dopo 6-10 mesi.
A determinare quanto possa essere conveniente bloccare le perdite incidono sia l'ampiezza del calo registrato dal mercato sia i tempi che gli investitori impiegano per “rientrare in gioco”.
La strategia avrebbe potuto funzionare durante la crisi finanziaria. In quella fase di grande ribasso è “stato tipicamente saggio liquidare l'intero portafoglio di attività rischiose a breve e medio termine (meno di 35 mesi)”, si legge nel paper. “Un individuo che abbia liquidato all'inizio della crisi e poi ha lasciato il mercato per 15 mesi in quel momento si è salvato dal perdere un altro 17%”, hanno proseguito gli esperti. Ma evitare il ritorno nel mercato “per più di 34 mesi dopo la liquidazione, tuttavia, avrebbe fatto perdere all'investitore il rally del mercato post-2009 e avrebbe rinunciato a potenziali profitti”.

Tenendo conto del tempo medio che impiega un investitore a rientrare nel mercato è possibile sostenere che, nel caso della crisi del 2008, la maggioranza dei risparmiatori che hanno bloccato precocemente le perdite avrebbero avuto il tempo sufficiente per rientrare sul mercato e trarre un vantaggio rispetto a chi è rimasto semplicemente alla finestra.
Più avanti le cose sarebbero andate diversamente. Infatti, durante il periodo successivo alla Crisi Finanziaria, caratterizzato da una forte crescita, “gli investitori che hanno liquidato avrebbero pagato un prezzo elevato in termini di costo-opportunità”. Detta altrimenti, avrebbero ottenuto migliori risultati evitando del tutto il panic selling. Nel grafico in basso vengono rappresentati i ritorni dei portafogli, assumendo che non siano mai stati toccati nei diversi scenari: la linea blu, che rappresenta i rendimenti durante la crisi del 2008 rimane al di sotto dello zero per 34 settimane, indicando la già citata finestra di opportunità per gli investitori che hanno optato per l'uscita dall'azionario. Negli altri due scenari, pre-crisi e post-crisi, tale opportunità non si sarebbe mai verificata.

Nonostante le “connotazioni negative” legate al panic selling, hanno affermato gli autori nelle loro conclusioni, “abbiamo dimostrato che questa negatività potrebbe non essere sempre giustificata".

"Mentre la vendita di panico in condizioni di mercato normali è davvero dannosa per l'investitore al dettaglio medio", hanno  fuggire in ambienti di mercato in sostenuto declino impedisce ulteriori perdite e protegge il proprio capitale”.

La finanza comportamentale e il panic selling negativo


Per trarre vantaggio da una strategia stop loss, comunque, è importante mantenere la freddezza necessaria e avere un metodo per rientrare nel mercato senza eccessive attese, anche se alcuni meccanismi psicologici talvolta ostacolano questo obiettivo. “Il primo fattore comportamentale” coinvolto in questa eccessiva attesa “è l''effetto del morso del serpente' (snake bite effect) per cui dopo un'esperienza negativa come un crollo di mercato o anche di un singolo titolo, non si vuole ripetere emotivamente l'esperienza negativa e quindi si attenderà troppo per tornare a investire su quel titolo o mercato”, ha spiegato Enrico Maria Cervellati, professore associato di Finanza Aziendale presso la Link Campus University e Università La Sapienza di Roma. “Il secondo fattore riguarda invece un particolare 'Tipo di Investitore Comportamentale' estremamente avverso al rischio e alle perdite noto come 'Conservatore' o 'Guardiano', molto diffuso tra le persone di una certa età e soprattutto in Italia”. Per il cosiddetto 'investitore guardiano' le decisioni richiedono molto più tempo e spesso si bloccano quando è in preda alla paura. “Questo tipo di investitori ci mette molto tempo prima di convincersi a rientrare sul mercato e a volte non lo fa affatto, quando per esempio il mercato secondo loro è salito troppo”, ha concluso Cervellati, “insomma, il classico investitore per cui non è mai il momento giusto per tornare a investire”.
Riconoscere questi schemi mentali può essere un primo passo per affrontare la prossima crisi con la dovuta lucidità, inclusa la scelta di uscire temporaneamente dal mercato.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica
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