Nocera (Belgrave): "Più costruttivi sui mercati azionari"

Walter Riolfi
Walter Riolfi
19.3.2019
Tempo di lettura: 3'
Da 'non pessimisti' a 'moderatamente ottimisti'. Questa la view per i mercati di Belgrade, uno dei più importanti fondi di fondi hedge d'Europa. Ne abbiamo parlato con Mattia Nocera, capo degli investimenti
"Dopo il disastro di dicembre e il forte recupero di gennaio, siamo un po' più costruttivi sui mercati azionari", dice Mattia Nocera, capo degli investimenti di Belgrave CM, uno dei più importanti fondi di fondi hedge d'Europa. "Più costruttivi" è un'espressione da qualche tempo in voga tra gli investitori internazionali il cui significato spazia da "non pessimisti", come erano a dicembre, a "moderatamente ottimisti". Per Nocera equivale a una "neutralità positiva" sul quadro macroeconomico mondiale e a una grande incertezza sull'andamento dei mercati. Il 2019 si profila come l'anno più difficile per le azioni e i bond da quando, nel lontano marzo 2009, iniziò l'attuale ciclo dei mercati. Ben più incerto del 2016, perché la droga fiscale somministrata da Donald Trump nel 2018 non avrà effetti quest'anno e potrebbe rivelarsi una remora nel prossimo: il tutto condito dal rallentamento dell'economia cinese ed europea, dai populismi nel Vecchio continente, da un livello di debito (governativo, societario e delle famiglie) assai più elevato di 10 anni fa e da quella sensazione d'insicurezza che suggerisce un ciclo economico e finanziario ormai maturo.

La sede di Belgrave nel cuore di Londra è un osservatorio privilegiato per capire cosa pensano e cosa fanno i gestori dei grandi hedge fund mondiali. La società, attraverso le consociate lussemburghese e italiana (Global Selection Sgr), gestisce una decina di fondi e Nocera è in contatto con circa 120 gestori di hedge fund sparsi per il pianeta. I suoi clienti sono in prevalenza istituzionali, poiché la soglia d'investimento è di 500mila euro, ma non mancano i privati, giacché quell'importo si riduce a 125mila euro se è parte di una gestione patrimoniale. E' vero che il mondo degli hedge fund non ha brillato nell'ultimo decennio: gli indici azionari o gli Etf hanno fatto meglio, poiché è bastato restare sempre investiti, specie sui titoli più vivaci (ad alto Beta) per guadagnare di più quando tutto saliva. Grandi gestori come Crispin Odey e, più recentemente, come Bill Gross, hanno sperimentato momenti difficili a causa della difficoltà di decifrare mercati che si sono mossi più per l'artificioso intervento delle banche centrali che per i fondamentali.

"I mercati ritengono che la Fed non abbia un modello adeguato per valutare gli effetti combinati del quantitative tightening (la riduzione degli attivi di una banca centrale) e di tassi d'interesse in rialzo", rivela Nocera, e questo spiegherebbe la grande paura di dicembre. Del resto, la Fed o la Bce nemmeno avevano idea di quanto fossero stati condizionati i mercati al tempo dei quantitative easing e di tassi nominali e reali a zero e persino negativi. Ma, di questo gli investitori si sono assai poco curati, ebbri dalla gioia di vedere crescere tutto. In effetti, spiega Nocera, sono cambiati nell'ultimo decennio i canali di trasmissione della politica monetaria, soprattutto negli Usa dove s'è ridotto il peso del finanziamento bancario a tutto vantaggio dei bond societari finanziati direttamente dagli investitori. In ogni caso, la leva della politica monetaria è diventata più corta. E se la Fed può tranquillizzare i mercati, prospettando una pausa nel rialzo dei tassi (la cosiddetta Fed put, come quella che Jerome Powell ha sfornato il 4 gennaio), la Bce è assai meno attrezzata: non fosse altro perché la sua “put”, è continua e per questo ha perso via via d'efficacia. In ogni caso, la politica monetaria rimane in tutto il mondo in una "fase sperimentale che crea grattacapi ai banchieri centrali e profondo turbamento sui mercati". Per Nocera, il primo motivo di preoccupazione arriva dall'economia e la Cina costituisce il principale focolaio di crisi. Guardiamo alle vendite di auto, dice. Il Paese è passato da 6 milioni di autoveicoli immatricolati nel 2008 ad oltre 25 e ci s'immaginava che la tendenza proseguisse a 35 milioni in pochi anni: quanto possono assorbire complessivamente  i mercati europeo e statunitense. Invece la dinamica è rallentata nel 2016 e s'è addirittura invertita nel corso del 2018. Altri beni di consumo hanno mostrato la stessa traiettoria e tutto ciò non poteva non avere un effetto negativo sull'Europa i cui scambi commerciali sono ben più internazionalizzati degli Usa. Colpa in parte della politica tariffaria di Trump, sebbene la crescita del commercio internazionale sia in fase di stallo dal 2010.

Va da sé che l'Europa, alle prese con la recessione italiana e la stagnazione in Germania, la Brexit, l'affermazione delle forze populiste e l'incertezza delle elezioni di maggio, sia l'area che più soffre del rallentamento economico cinese. Negli Stati Uniti, aggiunge Nocera, la situazione si profila meno grave: il Pil sembra crescere al 2,5%, ai ritmi sperimentati tra il 2010 e il 2017, ma potrebbe scivolare attorno al 2%. Le stime degli utili aziendali sono riviste in netto ribasso, ma, per fortuna, non si profila un crollo nel mercato del credito come nel 2008. Infine, la politica monetaria dovrebbe restare com'è fino a giugno e poi si vedrà cosa segnaleranno i dati macro. Di certo, le scelte d'investimento si fanno sempre più difficili. Per Nocera, la Cina offre qualche opportunità, non fosse altro perché le valutazioni dei titoli di Shanghai sono reduci da ribassi superiori al 30% nel 2018.

Paura di grossi crolli azionari?


Forse no, visto che gli investitori globalmente non sono più a leva come negli anni passati. In ogni caso, di certezze ce ne sono poche e quando Nocera chiede una previsione ai suoi 120 gestori di hedge fund, si sente dire che le cose dovrebbero restare più o meno come sono oggi: con l'indice S&P 500 oscillante tra i 2.600 punti e i 2.900 (era a 2.775 il 19 febbraio) e il cambio euro dollaro che potrebbe muoversi tra 1,10 e 1,20. Dipende da come andranno le cose, dice. Ma le variabili sono adesso così tante che investire sui mercati è come navigare a vista.
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Laureato in storia si è avvicinato ai mercati finanziari lavorando in borsa prima di diventare, nel 1992, giornalista economico. Dalle pagine de «Il Sole 24Ore», ha scritto di mercati finanziari e politica monetaria. Non credendo alla teoria dei mercati efficienti, ha sempre cercato di analizzare i comportamenti degli investitori, convinto che il sentiment del mercato giochi un ruolo prevalente nelle scelte d'investimento. Dal 2017 collabora anche all'inserto economico de «Il Corriere della Sera».

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