Munger: cosa imparare sugli investimenti dal socio di Buffett

Alberto Battaglia
29.11.2023
Tempo di lettura: 5'
Charlie Munger, socio di lunga data di Warren Buffett, è morto a 99 anni: ecco in cosa consiste l'approccio di focus investing che ha fatto la fortuna di Berkshire Hathaway

Charlie Munger rimane una leggenda degli investimenti, anche se le sue visioni e quelle del suo socio di lunga data, Warren Buffett, possono apparire anticonformiste agli occhi della finanza personale più comune. Scomparso all'età di 99 anni, Munger aveva accumulato un patrimonio di 2,6 miliardi dollari e, fino all'ultimo, è stato il vicepresidente della conglomerata Berkshire Hathaway guidata da Buffett.


 L'età di Munger non aveva scalfito le convinzioni sul suo stile di investimento, da sempre allergico alle mode e attento a dosare scommesse: poche e selezionate. “Direi che la cosa più importante, se volete evitare tutti gli errori stupidi, è sapere dove siete competenti e dove non lo siete”, aveva dichiarato Munger nel dicembre 2020, “e questo è molto difficile da fare, perché la mente umana cerca naturalmente di farvi credere di essere molto più intelligenti di quanto non siate”.


Diversificazione sopravvalutata e controllo dei costi 

Il portafoglio di Berkshire Hathaway, la società guidata da Buffett e Munger, ha alcune caratteristiche peculiari. Circa il 90% delle risorse sono investite nelle prime 10 azioni, mentre resta fuori dal perimetro degli investimenti una cospicua pila di contanti (liquidità investita in titoli a breve termine) da 157 miliardi di dollari. Si tratta di una forte presa di distanze rispetto alle note virtù della diversificazione, come strumento per il controllo del rischio, ma anche dagli ammonimenti per chi mantiene una grande quota di liquidità in portafoglio.  

 

Al nostro stile di investimento è stato dato un nome, focus investing, che implica dieci partecipazioni, non cento o quattrocento”, aveva scritto Munger sul Poor Charlie's Almanack nel 2005, “l'idea che sia difficile trovare buoni investimenti, quindi concentrarsi su pochi, mi sembra un'idea ovvia. Ma il 98% del mondo degli investimenti non la pensa così. Per noi è stato un bene”. 


Chi avesse acquistato un qualsiasi fondo d'investimento o Etf azionario avrebbe avuto un rischio più diversificato rispetto a quello di Munger e Buffett, infatti. La prospettiva dei due, però, è molto critica sulla diversificazione classica, storpiata nel termine “diworsification” (traducibile in una “diversificazione che peggiora le cose”). 


“L'idea della diversificazione ha senso fino a un certo punto: se non si sa cosa si sta facendo e si vuole ottenere un risultato standard senza essere imbarazzati, è ovvio che si può diversificare ampiamente”, aveva scritto Munger nel 2019, “nessuno ha diritto a ricevere un sacco di soldi per riconoscere questa cosa, perché è un'ovvietà, come sapere che due più due fa quattro”. Segue un passaggio decisamente franco: “Ma i professionisti degli investimenti pensano di aiutarvi organizzando la diversificazione. Un idiota potrebbe diversificare un portafoglio! O un computer, se è per questo”. 


Quello che per Munger ha fatto la differenza è aver avuto “alcuni momenti in cui si sa che qualcosa è migliore della media e investire solo dove si ha questa conoscenza in più". Questa conoscenza è difficile da applicare su grandi portafogli diversificati e per questo Berkshire Hathaway ha concentrato il grosso degli investimenti su poche azioni. Per Munger e Buffett questo approccio ha funzionato nel lungo termine, con un ritorno annualizzato superiore a quello dell'S&P 500. Replicare con successo questa strategia, però, è difficile e relativamente più rischioso. 


Se però non si sa bene su quali azioni investire, Munger ha aggiunto che “è estremamente importante per chi è un detentore a lungo termine non pagare un grosso tributo annuale per la performance”, ovvero elevati costi. “Naturalmente ora ci sono alcuni consulenti di grande successo che utilizzano molto pesantemente l'indicizzazione”, l'investimento diversificato che replica l'andamento degli indici a costi ridotti, “e ovviamente stanno prosperando moltissimo”.

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L'allergia alle mode e l'opposizione al Bitcoin

Come Warren Buffett, anche Charlie Munger è stato un tenace oppositore delle criptovalute. Una contrarietà che è andata oltre il semplice tenersi fuori dall'investimento diretto, ma che anche sfociata nell'invocarne una messa al bando per legge. Munger ha mantenuto questa posizione fino agli ultimi tempi. “Una criptovaluta non è una valuta, né una merce, né un titolo. E', invece, un contratto di gioco d'azzardo con un margine di quasi il 100% per la casa. Ovviamente gli Stati Uniti dovrebbero ora emanare una nuova legge federale che impedisca che ciò accada”, aveva scritto Munger in un editoriale comparso sul Wall Street Journal lo scorso febbraio, invitando gli Usa a prendere esempio dai divieti adottati in Cina, dove si è “saggiamente concluso che [le cripto] avrebbero provocato più danni che benefici”.


Munger e Buffett, poi, sono stati spesso tacciati di avere una limitata sensibilità per le tematiche care all'universo Esg, gli investimenti responsabili sotto il profilo ambientale e sociale. Coca-Cola e le compagnia petrolifere Chevron e Occidental Petroleum, rappresentano oltre il 14% del portafoglio di Berkshire Hathaway. E' sempre mancata una delle società posizionate con maggior forza nell'ambito della transizione energetica: Tesla. "Sono rimasto certamente sorpreso dal fatto che Tesla sia andata così bene", aveva dichiarato Munger in un'intervista del novembre 2022, "non equiparo Tesla al Bitcoin” in quanto “Tesla ha dato un contributo concreto a questa civiltà. Elon Musk ha fatto alcune cose buone che altri non sono riusciti a fare... Non abbiamo avuto una nuova azienda automobilistica di successo da molto, molto tempo. Quello che Tesla ha fatto nel settore automobilistico è un piccolo miracolo". 


Tuttavia, Buffett e Munger hanno scommesso su un altro costruttore di auto elettriche, la cinese Byd. Di quella scommessa vincente, cominciata nel 2008, lo stesso Munger si è attestato la gran parte dei meriti. “Non ho mai contribuito a fare nulla al Berkshire Hathaway che sia stato positivo come Byd e l’ho fatto solo una volta”, ha detto lo scorso febbraio all’incontro annuale del Daily Journal, “Byd è molto avanti a Tesla in Cina”. Attualmente Berkshire possiede il 7,98% di Byd, per un controvalore di 2,4 miliardi di dollari. 


Non aver investito su Tesla, comunque, appare una grande occasione persa dato lo spettacolare percorso del titolo nell'ultimo decennio. A questa obiezione, probabilmente Munger avrebbe risposto con una delle sue solite frasi: "E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di essere costantemente non stupidi, invece di cercare di essere molto intelligenti". 


Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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