Martìn Varsavsky: senza startup l'Europa rischia di diventare un museo

Laura Magna
Laura Magna
27.11.2020
Tempo di lettura: 3'
Uno dei più famosi investitori del mondo (Tumbrl, Eola, 23andMe tra le sue scommesse vinte) spiega perché è necessario abbandonare la nostra atavica paura di fallire se vogliamo ricominciare a crescere

Ha insegnato alla Columbia e alla Università di Ny ed è passato al venture dopo aver iniziato a fare l'imprenditore. La sua Prelude, con sede a Madrid, è oggi la più grande catena di cliniche per l'infertilità degli Usa. E adesso guarda ai robot che creano embrioni

L'Europa è piena di ottime idee e tecnologie, ma è dominata da un avversione al rischio che riguarda sia i potenziali imprenditori. Sia gli investitori. Un approccio che non possiamo più permetterci

«Non guardo la tv – attività in cui le persone in media si calcola passino sei ore al giorno, evito lunghi business lunch e focalizzo le decisioni in brevi meeting dritti al punto, non socializzando in fase di trattativa». La vita e la carriera di Martìn Varsavsky, uno dei più famosi venture capitalist del mondo, professore alla Columbia e all'Università di Ny, imprenditore seriale, sono decisamente singolari. Uno si aspetterebbe di trovarsi di fronte a uno stakanovista e invece lui sgombra subito il campo. «Lavoro solo mezza giornata. Ho sette figli. Mi piace fare il padre». E probabilmente fare il padre è un'attività utile anche a individuare le idee di business promettenti.
In cui entra come investitore, con Vas Ventures, in seed ed early stage (nel portafolio posizioni nel gigante della genetica 23andMe, in Eolia Eolia, una delle più grandi società di energia rinnovabile della Spagna, piattaforma di microblogging e social networ Tumblr) e Mvb che si occupa di late stage.
E per le quali si spende anche come imprenditore. Nel 2015, con il sostegno di Lee Equity, ha fondato Prelude, ora la più grande catena di cliniche per la fertilità negli Stati Uniti. Nel 2017, Martin ha fondato Overture Life, con l'idea di creare gli embrioni con l'ausilio dei robot. Il suo nome sta dietro a Viatel, la prima rete in fibra ottica paneuropea, alla telecom Jazztel, a Ya.com, venduta a Deutsche Telekom per 650 milioni di dollari.

Varsavsky ha spiegato il suo pensiero nel corso di un webinar in cui è stato intervistato da Enrico Resmini, ceo del Fondo Nazionale Innovazione – Cdp Venture Capital Sgr, lo strumento di Cdp che vuole far crescere l'ecosistema dell'innovazione italiano, con un patrimonio iniziale di un miliardo di euro a cui sono stati aggiunti ulteriori 200 milioni di euro nel decreto Rilancio. E non ha fatto sconti a nessuno. «Se non si accelera su questo fronte l'Italia, ma a ben vedere tutta l'Europa, rischia di diventare un museo», secondo Varsavsky, «l'Italia ha avuto una generazione di imprenditori geniali italiani del Dopoguerra, mai più eguagliata».
Perché? Perché oggi il sistema regolatorio non agevola la creazione di impresa, perché servono molti più soldi (forse con il Fondo nazionale innovazione qualcosa potrebbe cambiare) ma anche, sostiene Varsavsky, «perché esiste una forte avversione al rischio. Che riguarda i potenziali imprenditori ma anche gli investitori. In Italia, e anche in Germania, i due paesi con i maggiori tassi di risparmio al mondo. E non è che non ci siano buone startup: alcune di quelle italiane hanno avuto successo trovando finanziamenti all'estero. In Germania investono tanti fondi Usa perché hanno trovato un vuoto. La paura di fallire è un freno potentissimo alla crescita».
Anche il caso Tesla aiuta a riflettere: «gli investitori Usa vedono che l'automotive è destinato a cambiare. E credono sia solo questione di tempo: guardano ai prossimi dieci anni. Gli investitori europei invece, di fronte alla mancanza di utili della società di Elen Musk, hanno preferito disinvestire». Un tema anche di maturità del mercato, certamente.
Ma soprattutto culturale. «Si fa fatica a capire che le startup sono un sistema estremamente dinamico di prova ed errori. E tuttavia è più probabile che un investitore punti su qualcuno che ha provato e non è riuscito che in uno che non si è mai cimentato. Io stesso preferisco investire su qualcuno che ha già fallito». Perché il fallimento è alla base del successo. «Le idee che non vanno bene lasciano in eredità lezioni vitali», dice Varsavky. E racconta la storia di Daniel Lubetzky, il miliardario messicano di origine lituana che ha fondato la società degli snack salubri Kind, venduta nel corso di quest'anno a Mars per 5 miliardi di dollari. «Nei venti anni precedenti ha lanciato prodotti che sul mercato non sono andati bene. Viene da chiedersi se i cinque miliardi li abbia guadagnati quando ha venduto la sua startup o nei venti anni precedenti. Si impara più dalle cose che non vanno bene che da quelle che vanno bene. La cultura italiana è meno preparata, per la connotazione quasi criminale sul fallimento. Ma il fallimento di chi fa impresa è simile a quello di chi fa scienza: esperimenti che non funzionano e possono diventare oggetto di paper che ispirano ulteriori evoluzioni». E che conducono, fatalmente, alle scoperte che (a volte) cambiano il mondo.

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