Il metodo dei 5 perché: un protocollo per trovare la causa dei problemi

Tempo di lettura: 3'
Nella vita lavorativa e familiare è normale trovarsi ad affrontare un problema, ma come fare a superarlo? Il segreto sta nel non fermarsi al “primo perché”, ma nell'identificare le vere cause ponendosi almeno cinque domande
Quanto sarebbe utile poter utilizzare un metodo che funzioni sempre per risolvere qualsiasi tipo di problema? Beh, un metodo esiste, o per lo meno un approccio. E se consideriamo il fatto che può essere impiegato da chiunque e per qualunque problema, potremmo definirlo pure “scientifico”.

È conosciuto come il “metodo dei 5 perché” e fu introdotto da Kiichiro Toyoda, fondatore della Toyota.
Toyoda era solito approcciare ogni problema continuando a porsi perché sull'origine dello stesso. Si era reso conto che nella maggior parte dei casi erano sufficienti cinque domande di “perché” (a volte anche meno, a volte qualcuna in più) per trovare la causa ultima di un problema e, di conseguenza, la soluzione.
Infatti, per risolvere qualsiasi problema dobbiamo innanzitutto capirne l'origine. E per farlo dobbiamo indagare con attenzione.

Arrivare all'origine


Facciamo un esempio semplice. Poniamo che il nostro problema sia che l'auto non parte.
Perché l'auto non parte?
Perché la batteria è scarica.
Perché la batteria è scarica?
Perché l'alternatore non sta funzionando.
E ancora: Perché l'alternatore non sta funzionando?
Perché la cinghia dell'alternatore si è rotta.
Perché la cinghia dell'alternatore si è rotta?
Perché non è mai stata sostituita, sebbene l'auto avesse percorso migliaia di chilometri.
Perché non è mai stata sostituita?
Perché non è mai stata effettuata la manutenzione programmata.

In questo caso, il vero problema è la mancanza di manutenzione programmata. Se ci fossimo fermati al primo perché (la batteria è scarica) e avessimo sostituito la batteria, sicuramente in pochi giorni anche la nuova batteria si sarebbe scaricata, dato che l'alternatore non funzionava e non si sarebbe potuta ricaricare. Purtroppo spesso ci si ferma al primo perché e non si identificano le vere cause.

Funziona sia per i processi tecnici sia per i problemi di natura emotiva


Il “metodo dei 5 perché” funziona molto bene con i problemi di natura tecnica, ma può essere applicato in ogni contesto, anche per problemi di natura emotiva. Infatti io lo uso spesso nel coaching e nella formazione.

Facciamo un altro esempio.
Un team leader è arrabbiato con un suo collaboratore perché non è stato eseguito il compito da lui richiesto. Il team leader si trova a dover fronteggiare un'emozione negativa (disappunto verso il membro della sua squadra) e potrebbe pensare che la persona in questione sia svogliata o non idonea al lavoro.
Ma se andasse più a fondo, potrebbe imparare a tramutare questo sentimento di rancore in comprensione e capire la vera origine dell'apparente negligenza del collega.
Ecco cosa potrebbe chiedersi il leader in questione:

Perché sono arrabbiato con il membro del mio team?
Perché non ha eseguito il compito assegnatoli.
Perché non l'ha eseguito?
Perché dice di non avere avuto tempo.
Perché non ha avuto tempo?
Perché doveva compiere un altro lavoro e c'è stato un ritardo nel processo.
Perché c'è stato un ritardo nel processo?
Perché anche gli altri collaboratori erano stati caricati di troppi compiti e la maggior parte di loro non è riuscito a completarli entro i tempi stabiliti.
Perché tutti i collaboratori erano stati caricati di troppi compiti?
Perché la richiesta del mercato è aumentata e la forza lavoro è limitata.
In questo caso, il team leader può comprendere che il vero problema non era la negligenza di quella persona, ma l'eccessivo carico di lavoro. E così può da una parte calmare il suo sentimento di rancore verso di lui e dall'altra capire come risolvere il problema del ritardo all'origine: assumendo più collaboratori o automatizzando alcuni processi o delegando alcuni compiti a terzi.

La domanda “perché” mette in moto la nostra abilità analitica e ci impegna ad allargare l'orizzonte della nostra ricerca, ampliando la nostra visuale e scavando in profondità.

A volte saranno sufficienti cinque domande, a volte ne serviranno di più, ma ciò che conta è indagare finché non si individua davvero l'anello debole del processo che non sta funzionando. E se funziona con gli altri proviamolo anche su noi stessi.
Opinione personale dell’autore
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo. WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Ha costituito 15 anni fa una boutique specializzata in formazione e coaching per manager e sportivi. Ha ideato una metodologia che vince le naturali resistenze all’apprendimento di nuovi comportamenti. È anche conosciuto come il fondatore della Domandologia ®. Insegna queste materie, oltre che nelle aziende private, anche presso l’Aeronautica militare italiana.
La redazione vi consiglia altri articoli

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti