Come la variante Delta sta rinviando il ritorno in ufficio

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Da Uber a Apple, varie società americane sono state costrette a posticipare il ritorno in presenza

Secondo un sondaggio Gartner, il 66% delle organizzazioni statunitensi ha ritardato la riapertura degli uffici, complice la risalita dei contagi

Negli Stati Uniti il fenomeno Delta ha quasi decuplicato i casi settimanali fra luglio e inizio settembre

Lo smart working rimarrà ancora una scelta obbligata per molti lavoratori, nonostante alcuni dubbi sulle conseguenze – in particolare per il progresso della carriera

La minaccia della variante Delta ha già convinto alcune fra le maggiori società americane a posticipare il ritorno del personale in ufficio, rinviandolo dall'inizio dell'autunno al prossimo gennaio. L'ultima azienda ad aver annunciato la decisione è stata Uber, i cui uffici riapriranno il 10 gennaio, anziché il 25 ottobre. Nel corso dell'ultimo mese avevano comunicato decisioni analoghe anche Google (riapertura fissata al 10 gennaio), Amazon (3 gennaio), Apple e Starbucks (gennaio).

A parte i grandi nomi, la tendenza a rinviare il ritorno in presenza si estende anche all'impresa americana in termini più generali. Un sondaggio Littler condotto fra il 4 e il 12 agosto aveva già mostrato come il 40% dei professionisti aziendali (Hr e altri) avessero indicato il posticipo del rientro in ufficio fra le misure anti-contagio previste dalla propria organizzazione. Un altro sondaggio condotto da Gartner il 24 agosto, su 238 executive leader, ha indicato un ulteriore aumento della percentuale: a causa delle varianti, sarebbe il 66% delle aziende ad aver ritardato la riapertura degli uffici.
Queste decisioni sono giustificate da un ritorno del virus che, negli Usa è stato ancora più forte rispetto a quanto osservato in Italia. Secondo i dati del Centers for disease control (Cdc), la media dei casi settimanali è passata, nei due mesi compresi fra il 3 luglio e il 3 settembre da 15.122 casi a oltre 150mila, con un incremento dell'894%. Il ritmo di casi settimanali è dunque tornato ai livelli dello scorso gennaio, anche se il numero delle morti, benché in aumento, è nettamente inferiore rispetto ad allora.

L'amministratore delegato di Intel, Patrick Gelsinger, ha confermato al New York Times che la decisione adottata dall'azienda, che ha rimandato il rientro in ufficio a inizio settembre, è stata chiaramente dettata dalla nuova ondata di contagi: “Ha decisamente allungato le cose... è una sfida per tutti noi, ci facciamo delle illusioni, ci sentiamo pronti a tornare alle nostre citate vite normali, ma poi facciamo qualche passo indietro".
Oltre al posticipo del rientro in ufficio, la prova dell'avvenuta vaccinazione si sta diffondendo come un'altra delle misure di prevenzione più diffuse, in particolare fra i grossi nomi di Wall Street. A partire dal 7 settembre Goldman Sachs e Credit Suisse chiederanno allo staff che lavora in presenza in ufficio la prova dell'avvenuta vaccinazione. Per tutti gli altri sarà obbligatorio lavorare da casa a partire da tale data.

Secondo la già citata ricerca Littler, il 33% delle aziende aveva messo in conto di chiudere i rapporti di lavoro con il personale che avrebbe rifiutato la vaccinazione e il 49% aveva affermato di aver richiesto una conferma dell'eventuale vaccinazione. Secondo il più recente sondaggio Gartner, inoltre, il 16% delle organizzazioni ha già richiesto ai dipendenti l'obbligo di vaccinazione (in aumento di due punti rispetto a gennaio).

Il mondo delle grandi banche americane si è dimostrato tra più critici al lavoro da remoto e, probabilmente, sarà anche quello più reticente nel decidere un'eventuale ritorno alla modalità smart working a causa delle preoccupazioni sanitarie.

Una recente indagine sugli effetti del lavoro a distanza, condotta dalla ADP e pubblicata l'11 agosto, aveva in qualche modo confermato alcuni dei dubbi avanzati dal Ceo di JPMorgan, Jamie Dimon. I lavoratori in presenza hanno riportato un più forte senso di legame con i colleghi (70% contro 64%) pur investendo meno tempo in incontri e riunioni (il 15% dell'orario di lavoro contro il 25% degli smart worker).

I lavoratori da remoto, inoltre, si sentono meno fiduciosi sul proprio progresso in termini di carriera, rispetto ai propri colleghi in ufficio. Secondo il rapporto ADP, il 57% dei dipendenti pensa che i loro dirigenti preferiscano i colleghi in sede rispetto ai lavoratori a distanza; questa percezione è supportata dalla stessa percentuale di manager stessi (59%) che affermano la stessa cosa in merito alle decisioni su assunzioni e promozioni.
Il prolungamento della pandemia dovuto alle varianti, dunque, potrebbe esacerbare i limiti di un lavoro a distanza prolungato e “obbligato”.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica
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