Chi fa guerra alle banche sulla trasformazione digitale

Rita Annunziata
12.4.2022
Tempo di lettura: 5'
Le banche tradizionali, negli ultimi anni, hanno accelerato gli investimenti in innovazione. Ma hanno iniziato a fare i conti anche con nuovi operatori. E con una clientela che continua a trovare valore nel contatto umano

Gli incumbent vedono nella collaborazione con le fintech un’opportunità rilevante secondo tre dimensioni: disporre di soluzioni innovative (48%), migliorare in maniera significativa la struttura dei costi (57%) e ridurre il time-to-market (31%)

Doris: “Cinque o sei anni fa si credeva che le fintech avrebbero sottratto il business agli incumbent. Ma, nel tempo, è stato chiaro che la maggior parte di esse avrebbero piuttosto venduto i propri servizi alle banche tradizionali”

Negli ultimi anni abbiamo assistito a quello che Marco Giorgino, professore di istituzioni e mercati finanziari e direttore scientifico dell'Osservatorio fintech e insurtech del Politecnico di Milano intervenuto in occasione del Global banking forum, ha definito un periodo di “grandissimo fermento” sia in termini di nuovi operatori sbarcati sul mercato sia di accelerazione digitale degli istituti tradizionali. Un contesto che ha visto i cosiddetti incumbent, appunto, orientare gran parte dei propri investimenti verso l'innovazione. Ma anche fare i conti con una clientela che continua a vedere nel contatto umano un valore.

I vantaggi della cooperazione banche-fintech


“Osservando oltre 500 realtà innovative nel nostro paese, non tutte con una dimensione importante ma anche startup, abbiamo evidenziato due elementi”, racconta Giorgino. “Il primo è che la maggior parte di queste società parte attraverso capitali privati: abbiamo un leader (che spesso proviene dal mondo bancario) che porta avanti un progetto e una grande compagine di investitori. Anche se per fare un salto dimensionale è importante avere piuttosto investitori strategici importanti che possano farle crescere velocemente. Dall'altro lato ci sono gli incumbent che hanno vincoli che le nuove società non hanno e sistemi legacy che frenano l'innovazione. Ma che stanno cercando di superare i ritardi accumulati ben comprendendo il potenziale della digitalizzazione, non solo trasformando in digitale un'attività bancaria o finanziaria ma puntando su nuovi business model”. Anche intessendo relazioni con le stesse fintech.
Stando a un recente studio promosso da The European House Ambrosetti, Fabrick e illimity su un campione di oltre 630 attori (tra fintech, imprese e startup nazionali e internazionali) e i cui dati sono stati ricordati nel corso della tavola rotonda dal ceo di Fabrick Paolo Zaccardi, gli incumbent vedono infatti nella collaborazione con le fintech un'opportunità rilevante secondo tre dimensioni: disporre di soluzioni innovative (48%), migliorare in maniera significativa la struttura dei costi (57%) e ridurre il time-to-market (31%). “L'arrivo delle challenger bank o delle altre fintech ha sicuramente spinto gli istituti tradizionali a rinnovarsi, fare investimenti e migliorare i propri servizi”, osserva Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum. “Cinque o sei anni fa si credeva che le fintech avrebbero sottratto il business agli incumbent. Ma, nel tempo, è stato chiaro che la maggior parte di esse avrebbero piuttosto venduto i propri servizi agli istituti tradizionali”, spiega il numero uno del Gruppo di Basiglio.

L'importanza del contatto umano (oltre il digitale)


In questo contesto, aggiunge Doris, l'unione digitale-persone continuerà però a rappresentare l'asso vincente anche nel futuro. Specie per quelle tipologie di operazioni a elevato valore aggiunto per le quali il risparmiatore potrebbe necessitare del supporto di un banker. “La pandemia ha accelerato questo processo. Noi avevamo investito molto nel digitalizzare anche quei contratti che prevedevano l'incontro di una persona. E a fatica eravamo arrivati al 60% di contratti firmati in digitale. Ebbene, il covid-19 ha fatto schizzare queste percentuali nel periodo di lockdown assoluto a livelli del 96-97%. Oggi questa percentuale è scesa all'80%”, continua Doris. Ma si parla comunque di un incremento di 20 punti percentuali, spiega, legato al fatto che i risparmiatori hanno imparato a usare questi sistemi digitali apprezzandone la rapidità di esecuzione e la diminuzione rilevante degli errori.

Il caso di Banca Ifis e AideXa


Banca Ifis, racconta infine l'amministratore delegato Frederik Geertman, punta sull'omnicanalità. Anche nell'acquisizione di nuovi clienti. “Nell'ultimo anno abbiamo acquisito circa il 20% dei nostri clienti attraverso l'onboarding digitale. Una percentuale che, nell'ambito del nostro piano industriale, dovrebbe arrivare al 40% in due anni e mezzo. Questo processo può aprirsi e chiudersi in digitale ma anche essere preso in carico dai nostri operatori a seconda delle esigenze del cliente stesso. Nella nostra esperienza, dunque, la digitalizzazione deve essere a servizio della customer experience”. AideXa, invece, nasce con un approccio interamente dedicato all'universo delle piccolissime imprese. Un segmento non solo estremamente ampio ma anche con esigenze particolari. “Queste realtà non hanno un direttore finanziario ma l'imprenditore stesso deve occuparsi di tutto. E per un imprenditore che deve seguire mercato, dipendenti, clienti, fornitori, più il rapporto con la banca è semplice, diretto e trasparente, meglio è”, osserva Roberto Nicastro, presidente e co-founder dell'azienda cloud al 100%. “Dalle indagini di mercato abbiamo rilevato che la rapidità di risposta sul credito rappresentava la necessità principale cui rispondere. E abbiamo disegnato un processo creditizio che, facendo leva sulla Psd2, consente di dare una risposta in 20 minuti o al massimo in 24 ore”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
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