Challenger bank, la rivoluzione fintech tutta digitale

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
15.7.2022
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Costi inferiori, personale contenuto e forte connotazione tecnologica: la banca del nuovo decennio si chiama challenger bank

L’Area Studi di Mediobanca ha pubblicato il report sulle challenger banks, evidenziando come la pandemia e i progressi tecnologici abbiano favorito lo sviluppo delle banche digitali

Nel 2021 sono stati raccolti 3,5 miliardi di euro (+129,5% sul 2020) di capitale a supporto della crescita e ulteriori 1,8 miliardi euro nel primo semestre 2022

Sono italiane 12 delle 96 challenger banks europee: hanno dimensioni minori della media, ma fanno dell’Italia il Paese più rappresentato, insieme alla Francia e dopo il Regno Unito

La pandemia prima, la guerra poi, hanno trasformato il settore bancario, nell’ultimo decennio alle prese con un calo strutturale dei ricavi e dei margini, per via dall’appiattimento dei tassi e dagli effetti delle nuove regolamentazioni.  Gli istituti bancari tradizionali, in questo scenario sfidante, sono stati costretti a rivedere i propri modelli distributivi, anche per stare al passo delle banche digitale – le cosiddette challenger banche – che in tutta Europa stanno attraendo sempre più capitali e clienti, soprattutto tra i più giovani.

Banche sempre più votate al digitale


Il passaggio a un modello di business votato al digitale da parte degli istituti bancari è un trend in atto già da diverso tempo. Tra il 2010 e il 2020 si sono infatti ridotti sia il personale bancario (-34,4% in Spagna, -26,4% nel Regno Unito, -14,8% in Italia e -13,9% in Germania) e ancor più gli sportelli (-48,3% nel Regno Unito, -48,1% in Spagna, -36,8% in Germania e -30,1% in Italia). Il fenomeno ha interessato in particolare il Nord Europa dove sussiste una bassa densità di filiali in rapporto alla popolazione, al contrario al blocco mediterraneo, dove si riscontra un’incidenza superiore alla media europea (39 sportelli ogni 100 mila adulti) per Francia (61 sportelli), Spagna (57) e Italia (47). I Paesi nordici inoltre guidano la classifica degli adulti fruitori di servizi bancari online con punte, a fine 2021, superiori al 90% in Norvegia, Danimarca e Finlandia e dell’86% nel Regno Unito; l’Italia si posiziona nelle retrovie con il 45%, al di sotto della media europea (58%).


Le challenger banks


La voglia di digitale dei clienti bancari è confermato anche dal fatto che il numero di challenger banks è in costante aumento. Si tratta di banche digitali concentrate sull’innovazione di prodotto e con costi di funzionamento e dimensioni inferiori rispetto alle banche tradizionali. In Europa se ne contano 96, due terzi delle quali sono concentrate in tre Paesi: 37 nel Regno Unito, 12 in Italia e in Francia.  63 detengono una licenza bancaria completa, 20 agiscono in qualità di agenti di operatori terzi, sei sono in possesso di licenza di Imel o di Istituto di Pagamento e le restanti sette hanno una licenza bancaria con restrizione o sono in fase di Application, hanno cioè avviato la procedura con un’operatività ad oggi limitata. Solo nove sono quotate in Borsa: sei inglesi, una italiana (Illimity Bank), una estone e una norvegese (Aprila Bank) trattata in un mercato non regolamentato (Euronext NOTC). Altre tre società sono state delistate, oggetto di acquisizione da parte di incumbent o fondi d’investimento.


Ricavi in crescita


Nel 2020 i ricavi delle challenger banks europee sono aumentati del 3,9% sul 2019, mentre il risultato netto aggregato è peggiorato del 12,7%, in linea con le performance delle banche dell’Eurosistema. Con un valore già negativo nel 2019 (-5,1%), il Roe complessivo è sceso di 0,4 p.p. collocandosi al -5,5% nel 2020. Sono invece cresciuti i totali attivi (+11,4%) e i crediti v/clienti (+4,9%). Al contrario, la diffusione della pandemia ha giovato alle challenger banks prettamente digitali, ovvero le subsidiaries (enti giuridici che gestiscono le iniziative online di grandi Gruppi) e le neobanks (costituite dopo il 2010), con crescite dei ricavi nell’ordine del +19,9% per le prime e del +24,8% per le seconde. Le neobanks hanno una redditività ancora negativa, (Roe al -13,9%, +0,1 p.p. sul 2019). Per esse, il raggiungimento del breakeven è legato all’incremento della customer base e del ventaglio di servizi offerti (che dipende dall’ottenimento della licenza bancaria piena), con lo sviluppo dimensionale che può fungere da game changer.


Il venture capital finanzia le challenger banks


Infine quanto al finanziamento, se il rapporto con i mercati borsistici appare ancora modesto, le challenger banks fanno invece ampio ricorso al venture capital. Dal 2016 a oggi ammontano a 11,6 mld di euro le risorse raccolte tramite questa forma di finanziamento. Solo nel 2021 sono stati complessivamente raccolti 3,5 miliardi di euro (+129,5% sul 2020). I conteggi per i primi sei mesi del 2022 risultano in rialzo dell’82,3% sullo stesso periodo del 2021 attestandosi a 1,8 miliardi, ma in parziale raffreddamento.

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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