Strategie passive, nel 2022 la strada sarà più accidentata

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Alberto Battaglia
10.1.2022
Tempo di lettura: 5'
I rialzi dei tassi da parte della Fed, ma non solo: perché il 2022 si preannuncia un anno più complicato per i mercati

Secondo la cio della divisione wealth management di Morgan Stanley, Lisa Shalett, le condizioni favorevoli alla fenomenale crescita delle azioni negli ultimi anni potrebbero iniziare a venire meno proprio quest'anno

“Per esempio, una crescita economica migliore del previsto e un'inflazione persistente indurranno probabilmente la Federal Reserve ad aumentare il tasso dei fondi federali, il che potrebbe sbloccare i tassi reali dai minimi storici negativi e indurre la volatilità del mercato”, ha affermato la cio in un suo intervento

Un contesto macroeconomico segnato dalla progressiva uscita delle banche centrali dalla politica degli stimoli renderà questo 2022 un po' meno favorevole alle strategie d'investimento passive, tipicamente focalizzate su indici dominati da società ad elevata capitalizzazione. E' quanto sostiene la cio della divisione wealth management di Morgan Stanley, Lisa Shalett, nel ricordare quanto la compressione dei tassi d'interesse reali siano stati un motore fondamentale nella crescita dei mercati azionari nel decennio successivo alla Crisi Finanziaria. Fra il 2009 e il 2018, infatti, il tasso di crescita composto delle azioni americane è stato del 15% annuo, “il doppio rispetto alla media di lungo periodo”. Quanto avvenuto negli ultimi tre anni segnati in larga parte dalla pandemia ha ulteriormente rafforzato l'idea che l'andamento dei tassi reali abbia molto a che vedere con il rally azionario: nonostante il colpo del Covid-19 sull'economia, la crescita dell'azionario Usa è stata superiore al 20% annuo in media. Non è un segreto che a questo risultato abbia contribuito una nuova massiccia iniezione di liquidità da parte delle autorità monetarie.

Con l'inizio del nuovo anno, tuttavia, pensiamo che gli investitori passivi”, che si affidano a fondi che replicano l'andamento di determinati indici, “debbano affrontare una situazione più difficile”, ha affermato Shalett in un suo intervento pubblicato sul sito ufficiale di Morgan Stanley, “per esempio, una crescita economica migliore del previsto e un'inflazione persistente indurranno probabilmente la Federal Reserve ad aumentare il tasso dei fondi federali, il che potrebbe sbloccare i tassi reali dai minimi storici negativi e indurre la volatilità del mercato”.

L'aumento dei tassi da parte della Fed è considerato ormai una necessità urgente, alla luce dei robusti risultati occupazionali dell'economia americana e del tasso d'inflazione ben oltre gli obiettivi (a novembre l'indice dei prezzi al consumo ha toccato il 6,8% e ci si attende un ulteriore rialzo per il dato di dicembre). La banca d'affari Goldman Sachs ha recentemente aumentato a quattro i rialzi dei tassi previsti dalla Fed nel 2022, il primo dei quali dovrebbe arrivare a marzo in concomitanza con la fine del piano di acquisti di titoli.
Il fatto che il rialzo dei tassi da parte della Fed sia stato di fatto anticipato in seguito alle decisioni dell'ultimo meeting di dicembre non ha, tuttavia, avuto un impatto negativo sui mercati. Secondo la cio di Morgan Stanley, “questa reazione benevola deriva probabilmente dalla liquidità schiacciante nei mercati e dal posizionamento tecnico di fine anno - fattori che si attenueranno quest'anno”. Nel frattempo, ha aggiunto Shalett, l'aumento dei costi del lavoro, dell'energia e della logistica continuerà probabilmente a pesare sugli utili aziendali nel 2022. Di conseguenza, sarebbe legittimo aspettarsi maggiore debolezza sulle performance di Borsa.

Quelli citati finora, però, non sono gli unici elementi in grado di incidere sulla volatilità dei mercati. Shalett, ad esempio, cita il destino incerto del massiccio piano di spesa Build Back Better che non ha i numeri per passare al Senato, nella sua forma già approvata alla Camera. Un ridimensinamento della spesa pubblica nel 2022 potrebbe accrescere l'impatto economico del ritiro degli stimoli monetari, frenando la crescita economica americana – come avevamo raccontato in questo precedente articolo. Anche un indebolimento del dollaro relativo ad alcune principali altre valute sarebbe nel radar delle preoccupazioni di Morgan Stanley: è una circostanza che si verificherebbe qualora la ripresa in Europa, in Cina o in Giappone superasse le aspettative.

Infine, Shalett ha sottolineato i rischi derivanti dalla concentrazione delle mega-cap sulla volatilità: “l'S&P 500 è arrivato ad essere dominato da una manciata di titoli tecnologici a grossa capitalizzazione, con i sette attori più grandi che rappresentano quasi un terzo del capitale complessivo del mercato e che guidano i rendimenti a livello di indice”, ha scritto la cio di Morgan Stanley, “un fenomeno che crea un rischio di concentrazione estremo per gli investitori con un'esposizione significativa a tali indici passivi”. E' qualcosa di cui preoccuparsi ora che “i responsabili delle politiche fiscali globali guardano con attenzione a queste aziende”, che sarebbero fra i maggiori bersagli della global minimum tax – la tassa minima sui profitti aziendali concordata in sede internazionale.

Alla luce di questi rischi “gli investitori dovrebbero considerare la possibilità di neutralizzare le posizioni estreme e concentrate, cercando al tempo stesso la diversificazione. Suggeriamo di bilanciare la generazione di reddito e l'apprezzamento dei prezzi, con un focus sulla qualità e sui titoli a dividendo”.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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