Mobius: scommetto sull'Africa, i semiconduttori e le donne

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
18.1.2021
Tempo di lettura: 7'
Mark Mobius, indiscusso guru delle economie di frontiera, è stato tra i protagonisti di Emerging markets, ideas from the future, una diretta di We Wealth Must, realizzata da We Wealth, con un focus sulle prospettive dei mercati in via di sviluppo. Ecco i suoi consigli su dove e come investire

Il futuro è dei mercati emergenti, ci sono pochi dubbi. Ma quali mercati e aziende sono favorite?

Il sorpasso della Cina sugli Usa in termini di Pil arriverà nel 2028, con cinque anni di anticipo rispetto alle previsioni. Colpa (o merito) di covid-19.

Secondo Mobius, il rischio più sottovalutato per i mercati emergenti ha a che vedere con lo stato di salute del mondo sviluppato.

Dire che i mercati emergenti sono il bacino ideale a cui volgersi per catturare la crescita futura è persino banale. Basti pensare ai trend demografici: nei prossimi 30 anni, secondo l'Onu, la popolazione mondiale aumenterà di due miliardi di persone e a trainare il boom demografico saranno otto nazioni: India, Nigeria, Pakistan, Congo, Etiopia, Tanzania, Indonesia ed Egitto.

La resilienza della Cina

D'altra parte, il sorpasso della Cina sugli Usa, in termini di Pil, avverrà molto prima: nel 2028, stima l'autorevole Center for Economics and Business Research. Con cinque anni di anticipo rispetto alle previsioni. Merito – o colpa – della pandemia, dalla quale Pechino è emersa più velocemente e più forte. Unica, tra le maggiori economie, ad archiviare il 2020 con un'economia in crescita, più 1,9%, dice l'Fmi. Del resto, se spostassimo il calendario in avanti di 10 anni, scopriremmo che nel 2030 Cina e India varranno da sole due terzi della classe media globale e il 60% dei consumi.
Il futuro è dei mercati emergenti, ci sono pochi dubbi. Più interessante è capire se lo sia anche il presente. E soprattutto, quali mercati, settori e aziende siano meglio posizionati per cavalcare questi megatrend. Un terreno, quello dei paesi emergenti, su cui pochi investitori vantano l'esperienza di Mark Mobius, indiscusso guru delle economie di frontiera, tra le voci più autorevoli dei mercati finanziari, per oltre 30 anni in Franklin Templeton, oggi al timone di Mobius Capital partners, società che fa fondato nel 2018. We Wealth lo ha intervistato (*).
Non si possono capire i mercati emergenti di oggi, e di domani, senza ricordare da dove provengono. Se dovesse indicare il singolo fattore che li rende radicalmente diversi, oggi, rispetto a quando ha iniziato ad occuparsene, 30 anni fa, cosa direbbe?

La differenza più evidente è nella loro dimensione. Quando abbiamo iniziato con il primo fondo dei mercati emergenti, nel 1987, i paesi su cui si poteva investire erano soltanto sei in tutto il mondo: il Messico, in America Latina, e cinque in Asia. Tutti gli altri mercati erano chiusi o inaccessibili, in un modo o nell'altro. Ovviamente non esistevano né la Cina né la Russia, in quanto Paesi comunisti, senza mercato. Oggi gli emergenti rappresentano circa metà della capitalizzazione del mercato globale.

Quali sono le aree più interessanti su cui puntare guardando ai prossimi cinque o dieci anni?

A mio avviso l'Africa è la regione che offre prospettive più interessanti perché la sua popolazione è giovane, sta sperimentando proprio ora un rapidissimo balzo tecnologico, che investe in modo pervasivo molte economie locali. Anche l'Asia può contare su previsioni di crescita sorprendenti, soprattutto nel Sud Est. In ogni caso, si possono trovare opportunità interessanti in tutti i mercati emergenti.

Può citare i nomi di alcune aziende dei che si candidano a diventare futuri campioni dei mercati, su scala globale?

Attraverso la nostra sicav registrata in Lussemburgo, investiamo, ad esempio, in una società brasiliana chiamata Fleury, che opera nella diagnostica medica ed è cresciuta molto in fretta anche grazie al contesto venutosi a creare con covid-19. Poi ci sono aziende di Taiwan, che si occupano del cosiddetto fabless, cioè progettano sia il chip, che i software in esso contenuti, per migliorare, ad esempio, la fotocamera degli smartphone o altre funzionalità. Taiwan è probabilmente una delle aree più importanti per questo settore. Anche il comparto manifatturiero dei semiconduttori è interessante, favorito, tra l'altro, da una rapida espansione della domanda di servizi in cloud. Non bisogna dimenticare i mercati di frontiera, che sono passati dall'essere totalmente privi di tecnologia a poter disporre di alcune soluzioni piuttosto avanzate. Tra i nostri investimenti c'è ad esempio Safaricom, in Kenya, che gestisce il servizio M-pesa, per trasferire denaro da una persona all'altra tramite lo smartphone.

Dal punto di vista geo-politico l'insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca porterà a un cambio di rotta nei rapporti tra Cina e Stati Uniti?

Stiamo assistendo a una battaglia molto agguerrita sul fronte del trasferimento tecnologico, di internet e della proprietà intellettuale: non si fermerà. Vale la pena ricordare che i cinesi si sono trovati a sviluppare la propria tecnologia come conseguenza delle restrizioni sulle vendite imposte alle aziende statunitensi di software e hardware. Ora i cinesi stanno intraprendendo una strategia molto aggressiva per sviluppare sistemi operativi e semiconduttori proprietari, duplicando, di fatto, ciò che finora era fornito principalmente dalle società Usa. Le aziende cinesi venderanno la propria tecnologia nei mercati di frontiera, in Africa e in altri paesi emergenti e questo metterà il comparto nelle condizioni di crescere ancora più in fretta.

Come si distingue sul nascere una storia di successo, in grado di resistere alle pressioni competitive e imporsi sui mercati internazionali?

Bisogna sempre ricordare che sono le persone a fare il business. Il primo passo è studiare le persone che stanno dietro all'azienda. Ovviamente vanno presi in esame i dati finanziari, le prospettive di crescita del settore e così via, ma alla fin fine il vero segreto del successo sta nel management e in chi controlla e gestisce un'impresa. Devono essere ben istruiti, preparati, competenti e motivati. Non devono per forza avere molta esperienza, possono essere anche giovani, l'importante è che abbiano passione per il proprio lavoro. Quando investiamo in società quotate, le cerchiamo con una buona corporate governance e un Cda indipendente, dove sieda anche una componente femminile.

Qual è il rischio più sottovalutato in questo momento, quello che potrebbe far deragliare l'economia e i mercati dei Paesi emergenti dal binario di crescita che ha descritto?

Il rischio più sottovalutato ha a che vedere con la salute del mondo sviluppato. I mercati emergenti, ancora oggi, dipendono in modo sostanziale dalle esportazioni verso i paesi più industrializzati. C'è da sperare che l'Ue, il Giappone, gli Stati Uniti, l'Australia e la Nuova Zelanda continuino ad avere un buon andamento perché sarà il loro stato di salute a condizionare la crescita dei mercati emergenti.

(*) intervista tratta dalla diretta We Wealth Must del 18 novembre, cui hanno partecipato anche Manuela D'Onofrio, head of investment and solutions at Unicredit group, Carlos Hardenberg, co-fondatore di Mobius capital partners, Furio Pietribiasi – managing director di Mediolanum international funds, Gianluca Serafini, ceo e managing dirctor di Fideuram am sgr. Per rivedere la diretta, con i sottotitoli in italiano, visita  /direttevideo/
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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