La finanza sostenibile ai raggi X

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
20.9.2021
Tempo di lettura: 5'
Nonostante l'entrata vigore del regolamento europeo Sfdr, sopravvivono orientamenti molto diversi nell'interpretare il concetto di responsabilità sociale e ambientale applicato agli investimenti. La scelta “rigorista” di Axa IM, raccontata da Lorenzo Randazzo, institutional sales manager e RI expert della società di gestione

Axa im ha sviluppato un modello quantitativo che analizza 8.800 società di 190 Paesi - la quasi totalità del nostro universo di investimento – e trova completamento nella ricerca qualitativa.

Oltre l’80% dei fondi distribuiti da Axa im in Italia sono riconducibili agli articoli 8 e 9. A livello complessivo si tratta di 412 miliardi di euro in strategie Core, mentre se si considerano i soli investimenti green, 29 miliardi sono focalizzati su strategie che finanziano progetti sostenibili.

Gli investimenti sostenibili sono un bluff? La narrazione che tinge sistematicamente di verde qualsiasi ragionamento sul risparmio gestito – spesso sostenuta da argomenti un po' fragili – rischia di far germogliare un pericoloso sospetto: se tutti gli investimenti sono sostenibili, forse nessuno lo è davvero.

Un trend inarrestabile

Non è così. La crescita degli investimenti socialmente responsabili è un dato incontrovertibile che trova riscontro in tutte le analisi. È sostenuta da uno sforzo ampio, trasversale e concreto di integrazione dei fattori sociali e ambientali nei processi decisionali da parte di molti asset manager e incoraggiata dalle pressioni normative crescenti del Regolatore europeo.

Ma è certamente vero che esistono modi molti diversi di interpretare il concetto di sostenibilità applicato agli investimenti. Più o meno rigorosi. E rimane spazio per il green washing di coloro – aziende e operatori – che abbracciano l'impegno sul fronte ambientale e sociale in modo frettoloso e superficiale, per finalità di marketing, senza intraprendere azioni concrete e credibili in quella direzione.

Le nuove regole europee

Come distinguere le iniziative e i prodotti “furbi” da quelli autentici? “La direttiva Sfdr entrata in vigore il 10 marzo ha il merito di aver aumentato la trasparenza sulle informazioni relative ai singoli prodotti, a beneficio dei distributori e dei clienti finali.

Ulteriori progressi saranno compiuti con la “fase due” del regolamento, che dovrebbe entrare in vigore il 1° luglio del 2022: saranno definiti precisi indicatori Pai (Principal adverse impacts), ovvero standard tecnici che aiuteranno a mettere a fuoco in modo più puntuale le caratteristiche degli investimenti sostenibili, rendendoli più facilmente confrontabili”, Lorenzo Randazzo, institutional sales manager e RI expert di Axa Investment Managers.

La ricetta di Axa im

Per il momento, insomma, rimane un certo margine di manovra. Non a caso, gli asset manager stanno utilizzando criteri in parte differenti. “Axa IM ha scelto di adottare un approccio rigoroso: ad esempio, per tutti i fondi che distribuiamo in Italia siamo in grado di integrare il rischio di sostenibilità, ma secondo noi gli strumenti che si limitano a utilizzare criteri di esclusione, estromettendo dall'universo investibile determinati settori, sono classificati sotto l'articolo 6 del regolamento, che identifica i prodotti che non adottano esplicitamente un approccio finalizzato all'investimento responsabile”, rileva Randazzo.

Per essere classificato sotto l'art. 8, dedicato ai prodotti finanziari che, tra le altre caratteristiche, da regolamento, “promuovono quelle ambientali o sociali”, un fondo deve rispettare tre pilastri, spiega l'esperto: il primo è l'integrazione dei fattori Esg (Environmental, social e governance) nei processi d'investimento.

“Abbiamo sviluppato un modello quantitativo che analizza 8.800 società di 190 Paesi la quasi totalità del nostro universo di investimento – e trova completamento nella ricerca qualitativa. I fattori ambientali e sociali devono essere attivamente presi in considerazione insieme ai parametri finanziari da tutti i gestori di fondi classificati sotto l'art.8". Il secondo pilastro è dato dai criteri di esclusione:

“Questi strumenti non investono, ad esempio, in aziende coinvolte nel settore delle armi controverse, nel combustibile fossile, nel tabacco e in quelle aziende che mettono a rischio lo stato dell'ecosistema o che causano deforestazioni. Sono escluse anche le imprese che hanno un punteggio di sostenibilità troppo basso, in base al nostro sistema di rating”.

L'impegno da azionista attivo

Il terzo pilastro è l'engagement, ovvero l'azionariato attivo. “Nel primo semestre del 2020 abbiamo portato avanti un dialogo attivo con i manager di oltre 300 aziende che presentavano alcune criticità sotto il profilo Esg. Abbiamo partecipato a oltre 6.200 assemblee degli azionisti, esprimendo nel 56% dei casi un voto di dissenso nei confronti del management – su tematiche che vanno dalla remunerazione dei manager alla composizione del Cda, dalla tutela della diversity e dell'ambiente – e sostenuto nel 72% dei casi risoluzioni legate alla questione del cambiamento climatico. Se il dialogo con l'azienda non è possibile, l'unica arma che rimane è il disinvestimento”, conclude Randazzo.

L'articolo 9, invece, abbraccia gli strumenti che hanno un chiaro obiettivo di sostenibilità o che si collocano sulla frontiera più avanzata dell'investimento responsabile, quella dell'impact investing: qui, esercitare un impatto positivo intenzionale, misurabile e rendicontabile sull'ambiente e la società diventa l'obiettivo stesso dell'investimento.

Le soluzioni

“Oltre l'80% dei fondi che distribuiamo in Italia sono riconducibili agli articoli 8 e 9. A livello complessivo si tratta di 412 miliardi di euro in strategie Core, mentre se si considerano i soli investimenti green, 29 miliardi sono focalizzati su strategie che finanziano progetti sostenibili”, raccolta il manager. Circa la metà è investita in green bond, social bond e sustainability bond.

La parte rimanente in asset reali e una piccola quota in azioni quotate. Vale la pena ricordare che Axa IM aderisce e supporta gli sforzi del gruppo Axa per ridurre sotto 1,5°C entro il 2050 il potenziale impatto sul riscaldamento globale dei suoi investimenti. L'obiettivo è di uscire totalmente dall'industria del carbone entro il 2030 per i paesi sviluppati ed entro il 2040 per il resto del mondo.

Nel frattempo, il gruppo francese si è impegnato a sostenere un piano di investimenti green pari a 25 miliardi entro il 2023, metà dei quali sono già stati realizzati. “Per noi la sostenibilità è una priorità”, conclude Randazzo.

“Siamo convinti che integrare nei processi d'investimento parametri extra-finanziari, migliori il rapporto di rischio rendimento, aumentando la comprensione di tutte le variabili che possono condizionare l'andamento del business e quindi il ritorno economico”.

 
Articolo tratto da We Wealth di settembre
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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