Eurizon Capital, le strade del business che portano all'estero

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Cina, Est Europa e le grandi piazze finanziarie del continente: il big player del risparmio gestito italiano - AuM per 380 miliardi - ha iniziato a espandere fuori dai confini il suo modello. L'intervista a Tommaso Corcos, amministratore delegato di Eurizon Capital

In termini di masse gestite all'estero la presenza più consistente di Eurizon è in estremo oriente, ad Hong Kong dove è operativa con Eurizon Capital (HK) Limited ma soprattutto a Shenzhen dove è presente con Penghua Fund Management

Secondo Corcos, “nell'asset management è molto difficile fare operazioni perché è un business di uomini; si deve trovare una perfetta combinazione non solo di strategie e prodotti ma anche di cultura”

Il modello di business di Eurizon si espande all'estero. Il big player italiano del risparmio gestito che fa capo a Intesa Sanpaolo (ISP) - quasi 380 miliardi in gestione (inclusa la partecipazione in Cina) a fine 2018 ed una platea di oltre due milioni di clienti - si è incamminato in un percorso di costante crescita fuori dai confini: Cina, ma anche Est Europa, Inghilterra e, gradualmente nel tempo, nuovi presidi commerciali nelle capitali che contano della finanza continentale: Parigi, Francoforte, Zurigo e Madrid. I numeri iniziano ad essere importanti. Soltanto in Cina, Eurizon detiene una partecipazione in una società che vanta asset in gestione per 75 miliardi. Anche grazie a questi risultati la quota di patrimonio del gigante del risparmio made in Italy non originata dalle reti di Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo ha ormai raggiunto il 32% del totale.

A spiegare la strategia, anzi le strategie, che sorreggono l'espansione all'estero di Eurizon è l'amministratore delegato Tommaso Corcos. La sua è una riflessione a tutto campo in cui le prospettive di crescita della società si intrecciano a quelle dell'intera industria nazionale del risparmio. Iniziamo appunto dall'internazionale, che rappresenta un po' una novità per una realtà soprattutto nota per il suo forte radicamento nel mercato locale.

In termini di masse gestite la presenza più consistente è in estremo oriente, ad Hong Kong dove è operativa con Eurizon Capital (HK) Limited ma soprattutto a Shenzhen dove è presente con Penghua Fund Management, asset manager cinese di cui Eurizon possiede il 49% e che, appunto, ha raggiunto masse in gestione così consistenti presso una platea di primari investitori istituzionali asiatici. “E' una realtà che sta crescendo velocemente, siamo azionisti molto attenti alla governance e alla condivisione delle best practice internazionali nella gestione dei portafogli. Ed anche consapevoli di poter trarre vantaggio da eventuali sinergie che potranno aprirsi nel tempo sul mercato cinese”.

Dove investono i cinesi, anche in asset esteri e, perché no, anche nei BTp italiani?

No i cinesi investono in prodotti locali, c'è una regolamentazione molto severa che lo impone. Qualora si aprirà la possibilità di diversificare ci potrà anche essere un'evoluzione ma al momento non è così. C'è comunque da tenere presente che l'industria del risparmio gestito cinese nei prossimi anni potrebbe essere quella con la crescita più elevata al mondo.

Si accennava ad una strategia multidirezionale che guida la vostra espansione all'estero.

Per l'appunto. Con l'attenzione sempre rivolta ai mercati asiatici ma questa volta operando da Londra, due anni fa abbiamo rilevato il 65% di una piccola società di gestione che oggi si chiama Eurizon SLJ Capital, dal nome di uno dei due fondatori Stephen Li Jen. È una società attiva nella ricerca macroeconomica e nella gestione delle valute che nel corso degli anni abbiamo rifocalizzato su prodotti d'avanguardia. C'è un fondo obbligazionario in renminbi che ha ormai raggiunto dimensioni importanti, oltre i 500 milioni di euro, una soluzione che permette di cogliere le opportunità del mercato obbligazionario cinese in una valuta che ci aspettiamo nei prossimi anni possa rafforzare il suo status di moneta di riserva mondiale.

Inoltre nel 2017 è stato lanciato un comparto obbligazionario sui mercati emergenti, in valuta locale, che sta andando molto bene. Il terzo elemento di diversificazione sono strategie liquide top-down. Con Eurizon SLJ Capital nuove competenze professionali sono affluite al nostro gruppo e siamo entrati in contatto con un mondo di investitori istituzionali che non conoscevamo grazie a questo partner la cui competenza è riconosciuta a livello internazionale. Proprio nel dicembre scorso Stephen Li Jen è stato invitato a parlare dei mercati emergenti alla Melissa and Bill Gates Foundation.

L'interesse di Eurizon all'estero è limitato al mercato asiatico e alla piazza londinese?

No, siamo presenti con società di asset management dove Intesa Sanpaolo ha una sua rete distributiva ed ora abbiamo una quota rilevante nel mercato del risparmio in Slovacchia, Croazia, Ungheria.

Rimane tuttavia una presenza a macchia di leopardo in cui sono assenti alcune delle principali piazze finanziarie del continente.

È per questo che abbiamo avviato un'altra direttrice di marcia creando dei presidi commerciali a Parigi, Francoforte, Madrid, Zurigo.

Che finalità hanno queste branch che aprite all'estero?

La clientela che guardiamo e seguiamo è quella istituzionale presente in quei mercati. Siamo tranquilli e consapevoli della forza dei nostri prodotti ma sappiamo anche che la nostra industria è fortemente competitiva.

Il senso comune dice il contrario, che la competizione con l'estero ci vede perdenti. Gli asset manager esteri hanno ormai acquisito una quota significativa del risparmio delle famiglie italiane.

Già ma proprio questa competizione ha reso più forte, anche sul lato dei costi e dei ricavi, la nostra industria. Quando entriamo in contatto con partner che hanno una cultura diversa della nostra, mostrano grande apprezzamento della capacità creativa e imprenditoriale di noi italiani. Lo viviamo con orgoglio. Il senso di appartenenza è uno dei valori fondativi di Eurizon.

Cos'è che vi rende competitivi?

Abbiamo sempre ritenuto che sia parte delle nostre responsabilità, oltre a quella di gestire i risparmi, di essere molto più attivi e attenti, ad esempio, alle dinamiche della governance nelle società in cui investiamo. Anche le problematiche ambientali e sociali rappresentano aspetti centrali nel nostro processo di investimento. Siamo degli antesignani di queste battaglie. La funzione sociale del risparmio è molto sentita nella nostra società, rappresenta un collante tra i nostri collaboratori e ci aiuterà anche nel percorso di crescita che stiamo vivendo.

Tuttavia le evoluzioni e le incertezze della situazione politica e della finanza pubblica non rappresentano un biglietto da visita incoraggiante, non soltanto per andare all'estero ma anche per favorire investimenti esteri nel nostro paese.

Purtroppo oggi i temi politici sono proposti spesso in una forma gridata. Non riescono a catturare le vere dinamiche sottostanti e in alcuni casi hanno l'effetto di bloccare l'interesse degli investitori esteri. C'è sempre una scadenza politica spostata più avanti nel tempo che giustifica il rinvio di una scelta di investimento. Elezioni europee, manovra di bilancio, c'è sempre un motivo per rimandare. Ma questo attendismo spesso si è dimostrato un errore perché, nel frattempo, le performance delle imprese sono state buone.
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Tommaso Corcos - Laureato in Economia e Commercio presso l'Università La Sapienza di Roma, ha conseguito il Master in Intermediazione Finanziaria e partecipato all'Harvard Business School Advanced Management Program (AMP). Dal 1990 al 2001 ha ricoperto diversi incarichi in Intesa Asset Management SGR/Nextra Investment Management SGR fino alla responsabilità della Direzione Gestione Investimenti, settori obbligazionario, azionario e cambi. Nel 2002 è divenuto AD di Fideuram Investimenti Sgr SpA. Da gennaio 2014 è Amministratore Delegato e Direttore Generale di Eurizon Capital SGR. Da mrzo 2016 ricopre la carica di Presidente di Assogestioni.
Che previsioni fate per il 2019?

Gli ultimi segnali che giungono dalla politica monetaria americana e dall'economia cinese la cui performance sta migliorando, ci fanno essere un po' più ottimisti. C'è la preoccupazione di una possibile recessione in Europa anche se la Bce parla di rallentamento e non di recessione. Se consideriamo quanto sia importante l'industria manifatturiera dei paesi europei, così legata all'andamento della Cina, colgo anche qui i primi segnali di stabilizzazione. Inizieremo a vedere le rondini anche in Europa.

E l'Italia?

Tutto dipenderà dal governo europeo che arriverà dopo le elezioni. Forse ci sarà spazio per una politica fiscale più accomodante per i paesi che potranno permettersela. L'Italia non è tra questi ma potrebbe beneficiarne indirettamente. Ad esempio il tema delle infrastrutture non riguarda solo il nostro paese ma l'intero continente. Servono nuovi progetti infrastrutturali e molto si potrebbe fare.

E l'industria del risparmio? Eurizon si prepara ad acquisizioni?

La nostra sarà una crescita organica. Nell'asset management è molto difficile fare operazioni perché è un business di uomini, devi trovare una perfetta combinazione non solo di strategie e prodotti ma anche di cultura. Analizzando le ultime operazioni che sono state realizzate non è stato sempre facile creare valore.

Però all'ultimo Salone del risparmio ha detto che un'ulteriore fase di concentrazione del mercato è alle porte.

Sì, ne sono convinto seppur con le difficoltà che ho appena menzionato e sarà guidata dalla pressione sui prezzi e dagli investimenti richiesti agli operatori, che sono molto consistenti. La pressione sui margini e la necessità di arrivare ad economie di scala favorirà questo processo di consolidamento.

Le dimensioni di Eurizon sono già ragguardevoli.

La nostra è una bella realtà. Nelle classifiche di Assogestioni siamo al secondo posto in Italia per masse gestite e, considerando anche la partecipazione in Cina, siamo tra i primi 50 asset manager al mondo (fonte: IPE Top 400 Asset Managers 2018).

Peraltro la vostra redditività non si misura soltanto con l'ultima riga del bilancio. In aggiunta ai vostri utili - un risultato netto di 465 milioni di euro nel 2018 - il gruppo Intesa Sanpaolo beneficia anche delle commissioni retrocesse alle reti bancarie per il collocamento dei vostri prodotti di risparmio, naturalmente per la quota del business che si svolge all'interno del gruppo.

Sì, appunto, non se ne avvantaggia soltanto Intesa Sanpaolo ma anche le numerose reti di distribuzione con cui lavoriamo. Chi colloca i nostri prodotti può dunque offrire un buon servizio al cliente e, allo stesso tempo, essere adeguatamente remunerato. E' un meccanismo premiante per tutti.

Tornando allo scenario di mercato continua la saga dei Pir, dopo che le recenti misure della legge di bilancio hanno inceppato quel mercato. Peraltro mancano ancora all'appello i regolamenti attuativi attesi ormai da quasi quattro mesi.

Non voglio ripetere le argomentazioni che abbiamo esposto in questi mesi come Assogestioni. Ritengo che ci sia un dato di fatto su cui riflettere. Lo scorso anno verso i Pir si sono indirizzati risparmi per 4 miliardi di euro, pari al 40% della raccolta totale del mercato.

L'anno precedente erano stati 11 miliardi, ma con una percentuale inferiore (11%) rispetto alla raccolta totale. Quest'anno siamo vicini a zero. Non credo che qualcuno lancerà dei nuovi fondi Pir. Ed anche quelli che volessero lanciare il cuore oltre l'ostacolo non andranno, come raccolta, al di là di poche decine di milioni di euro. La nostra industria prospera quando facciamo bene il nostro lavoro e vendiamo i nostri prodotti. Ora se gli operatori dicono: “così come sono questi prodotti non li possiamo vendere” per un tema rischio e di illiquidità, perché non ascoltare il loro messaggio di allarme? Non vendere, potendolo fare, va contro il loro interesse.

Nell'industria del risparmio c'è una crescente attenzione agli investimenti illiquidi. Condivide questo interesse?

Sì, oggi c'è moltissima attenzione da parte di tantissimi investitori, non solo istituzionali, ma anche la parte medio-alta del segmento private, che guardano agli illiquidi con una prospettiva nuova. Assumono la forma di club deal, di investimenti in infrastrutture, nel private debt. A fronte di un allungamento dell'orizzonte d'investimento e di una riduzione della liquidabilità delle posizioni viene riconosciuto un premio agli investitori.

È un segmento che sta diventando importante anche per Eurizon?

Segnali di interesse si stanno manifestando anche da parte della nostra clientela benché, naturalmente, è un fenomeno che interessa maggiormente il segmento private.

Certo, nella prospettiva di un lungo orizzonte d'investimento entro il quale diviene più difficile liquidare le posizioni, il punto più delicato diviene il commitment, l'impegno che il gestore assume nei confronti dell'investitore.

In questo la nostra è un'industria sana. Non è stata mai attraversata da scandali che hanno colpito altri ambiti della finanza. La nostra industria ne è sempre rimasta fuori. Anche in anni così difficili come quelli che abbiamo attraversato abbiamo sempre saputo tenere diritta la barra della nostra professionalità. Va aggiunto che anche la regolamentazione, le direttive di Mifid 1 e Mifid 2, ci hanno aiutato a fare meglio il nostro lavoro, a profilare in modo più preciso la clientela, a gestire i rischi.

Tra le peculiarità positive dell'industria italiana del risparmio c'è da annoverare anche l'impegno profuso dai gestori per la scelta di amministratori e sindaci di minoranza nelle aziende quotate.

So benissimo che tutti i processi sono migliorabili ma è stato fatto un grande lavoro nel rendere sempre più trasparente il processo di selezione dei candidati che vengono presentati dal comitato dei gestori. Ad oggi abbiamo indicato 216 candidati a livello di industria, stiamo parlando di numeri importanti. Come Sgr nel 2018, Eurizon ha contribuito alla selezione di 46 membri nei Cda e 70 sindaci. Il contributo del nostro settore ai miglioramenti negli stili di corporate governance è riconosciuto anche dalle autorità con cui dialoghiamo costantemente.

E' un dibattito, quello sulla governance, che oggi si arricchisce di nuovi temi, la sostenibilità, l'ambiente, la tutela degli azionisti.

E' un trend che richiama temi sui quali i gestori italiani e la loro associazione (Assogestioni) sono già attivi da anni. La nuova direttiva sugli shareholder right assomiglia molto ai principi italiani di stewardship che Eurizon ha adottato nel 2014. La dichiarazione non finanziaria dei bilanci - anch'essa il frutto di una nuova direttiva - si sposa con i temi di sostenibilità che, ad esempio, noi di Eurizon sosteniamo da moltissimo tempo. Noi avviamo un confronto con le società nelle quali investiamo anche su temi ambientali e quando c'è qualcosa che non ci convince, prendiamo carta e penna.

Insomma non vi limitate a “votare con i piedi” disinvestendo da quelle società che non rispettano i vostri parametri.

Sono nato professionalmente con la “regola del votare con i piedi” ma ora non vale più, quella stagione è finita. Si può e si deve fare tantissimo per migliorare la governance ed è proprio quello che vogliamo fare come Eurizon coinvolgendo sempre di più le società non soltanto nella composizione dei board ma anche nelle strategie, nella sostenibilità a lungo termine del business.

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