Cina, in mano agli investitori esteri titoli per 800 miliardi

Alberto Battaglia
14.7.2021
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Il periodo pandemico è stato contraddistinto da una forte accelerazione per gli acquisti di azioni e bond cinesi

Le dispute internazionali e le preoccupazioni sulle repressioni interne del dissenso non hanno frenato l'appetito degli investitori

Rispetto a un anno fa il valore di azioni e obbligazioni cinesi detenuti dai non residenti è aumentato del 40%

La diffidenza nei confronti di Pechino, alimentata dalla rivalità internazionale con gli Stati Uniti, non ha frenato l'interesse degli investitori globali il Paese. I soggetti non residenti detengono bond e azioni cinesi per un valore, rispettivamente, di 578 e 228 miliardi di dollari, per un totale di 806 miliardi. Rispetto a un anno fa il valore delle posizioni detenute dagli investitori globali è aumentato del 40%.

Da inizio anno, gli investitori offshore hanno acquistato azioni cinesi per un valore di 35,3 miliardi di dollari, in aumento del 49% rispetto allo stesso periodo del 2019. Per i bond governativi cinesi, invece, tale afflusso ha avuto un valore di 75 miliardi di dollari, con un incremento del 50%. E' quanto afferma il Financial Times, che ha elaborato i dati attinti da una pluralità di fonti, fra cui Bloomberg, Credit Agricole e il Bond Connect programme di Hong Kong.

In particolare, l'azionario quotato in patria avrebbe riscosso attenzioni sempre maggiori anche in seguito alle restrizioni cinesi ai danni delle società nazionali quotate all'estero, come dimostrato dalla stretta su Didi o dall'Ipo rimandata per Bytedance (TikTok) in seguito ai colloqui con alcuni funzionari governativi.
Le repressioni politiche a Hong Kong, contro la comunità musulmana nello Xinjiang (un “genocidio”, secondo gli Usa), le ombre sulle origini del Sars Cov-2 e sulle relative responsabilità cinesi e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti, non sono riuscite, invece a ribaltare le considerazioni di profitto. “Da un punto di vista dell'asset management, non si può evitare uno sguardo al mercato cinese”, ha dichiarato al Ft il trader della investment bank China Renaissance.

La Cina, del resto, è stata la prima fra le grandi economie a superare la stagnazione dovuta al Covid-19: nel 2020, si legge dal World Economic Outlook del Fmi, il Dragone è cresciuto del 2,3% mentre l'economia globale si contraeva del 3,3%. Nell'anno in corso, il Fondo monetario prevede un aumento del Pil dell' 8,4% per la Cina, contro una crescita mondiale del 6%.
Nonostante questo crescente peso specifico sull'economia mondiale, il mercato cinese resta ancora un po' in disparte all'interno degli indici che vorrebbero rappresentare i mercati con uno sguardo internazionale. Nel MSCI All Country World Index la Cina è sì il terzo Paese più rappresentato, dopo Usa e Giappone, ma la suo peso nel paniere del 4,85% è minimo se confrontato con il 58,67% degli Stati Uniti.

La rappresentazione delle aziende cinesi negli indici ha subito un nuovo colpo in seguito all'ordine esecutivo firmato lo scorso 3 giugno dal presidente Usa, Joe Biden, il quale ha proibito l'investimento in una lunga serie di compagnie cinesi sospettate di collegamenti con i servizi di difesa e di sorveglianza tecnologica. La decisione ha spinto il FTSE Russell a rimuovere, a partire dal 28 luglio, altre 20 società cinesi dai suoi indici, dopo la prima sforbiciata compiuta a gennaio e dovuta ad analoghe decisioni politiche.

“Escludere le società cinesi di qualità dagli indici danneggerà solo l'immagine e causerà perdite agli indici stessi", aveva commentato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin. Probabilmente non ha tutti i torti.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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