Crescita record per il capitale di rischio, ma non è per tutti

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
27.4.2022
Tempo di lettura: 2'
Il private equity continua la sua corsa nel portafoglio degli investitori, anche italiani, facendo registrare numeri senza precedenti. Ma si tratta di un asset class sofisticata, che richiede un approccio consulenziale dedicato. Competenza, patrimonio ed esigenza di liquidità sono le tre discriminanti

Il private equity risulta essere un asset class sempre più bramata dagli investitori retail in cerca di opportunità d’investimento fuori dai mercati pubblici

L’ammontare investito dagli operatori di private equity ha raggiunto il livello più alto mai registrato nel mercato italiano, attestandosi a 14.699 milioni di euro

Sebbene siano state ridotte le soglie d’ingresso, il private equity rimane un asset class per investitori benestanti. Diversificare e scegliere il gestore giusto fanno la differenza

Il mercato del private equity in Italia è più in salute che mai. Il 2021 è stato infatti un anno da record sia per la raccolta che per gli inve- stimenti effettuati. È quanto si evince dell'analisi condotta da Aifi, in collaborazione con PwC Italia – Deals, sul mercato italiano del capitale di rischio. Considerando anche la componente di venture capital, l'ammontare investito dagli operatori di private equity ha infatti raggiunto il livello più alto mai registrato nel mercato italiano, attestandosi a 14.699 milioni di euro, per una crescita del 123%.
In particolare a trainare il mercato sono state le infrastrutture, i cui investimenti nell'arco di soli dodici mesi sono passati da 1322 miliardi di euro a 7671 miliardi di euro, classificandosi per la prima volta al primo posto in termini di ammontare, pari al 52% del totale, e superando così le operazioni di buy out. Queste ultime sono comunque state caratterizzate da un incremento pari al 23% rispetto all'anno precedente, con 5.386 milioni di euro, distribuiti su 159 operazioni. Anche le operazioni di expansion sono cresciute sia in termini di ammontare (858 milioni, +142% rispetto ai 354 del 2020) sia in termini di numero (60, +50% rispetto alle 40 del 2020). Infine, il seg- mento del turnaround, dedicato alle imprese in difficoltà, ha mantenuto un ruolo di nicchia, con solamente 8 operazioni e 127 milioni di Euro investiti. A livello settoriale, il 2021 ha visto al primo posto per numero di investimenti il comparto ICT, con il 28% delle operazioni totali, seguito dai beni e servizi industriali, 14%, e dal medicale, 12%. Il 28% del numero di operazioni ha riguardato imprese ad alto contenuto tecnologico: considerando solamente il comparto dell'early stage, tale valore sale al 38%. La raccolta infine è stata pari a 5.725 milioni di euro, più che raddoppiata rispetto ai 2.612 milioni del 2020.
Da questi numeri è chiaro come sempre più investitori – e non solo istituzionali - stiano allocando una quota della loro ricchezza in strumenti di private equity. Per quale motivo inserire nel proprio portafoglio una componente di azioni private? “Il private equity ha diversi vantaggi. Migliora innanzitutto la diversificazione di portafoglio, essendo un asset class poco correlata con le azioni quotate. Inoltre, proprio per il fatto che la sua valorizzazione ha una frequenza diversa rispetto ai mercati pubblici, introduce uno stabilizzatore di rendimento nelle scadenze di riferimento. Infine, coerentemente con la teoria per cui gli investitori chiedono un premio di liquidità, offre un incremento del rendimento atteso” afferma Gianluca La Calce, responsabile marketing e sviluppo offerta di Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking. Al netto della sua funzione di portafoglio va detto che non si tratta di un investimento alla portata di tutti. E non si tratta solo di questione di patrimonio. “Il private equity è un investimento adatto a uno specifico profilo di investitore. In genere si tratta di una persona benestante, che abbia competenze che li permetta di comprendere questa asset class, ma soprattutto che abbia esigenze di liquidità adeguate alle dimensioni del suo patrimonio. Deve essere dunque in grado di capire tramite analisi di scenario che non avrà stretta necessità, salvo casi estremi, di dover liquidare quella componente di portafoglio” continua La Calce, che sottolinea come sia la normativa stessa a prevedere che il private equity sia un investimento rivolto a una clientela private o addirittura Hnwi. “Anni dopo la normativa sui fondi comuni d'investimento Ucits, è stata emanata una normativa specifica per i fondi armonizzati alternativi, che prevedeva che il cliente non professionale per accedere a questa asset class dovesse investire almeno 500 mila euro. Considerando che per il principio di diversificazione questa cifra deve essere solamente una parte del portafoglio dell'investitore, viene da sé che il patrimonio in oggetto deve essere di molto superiore” afferma La Calce che spiega come recentemente la normativa sia stata modificata prevedendo una riduzione della soglia 100 mila euro, con un limite massimo di esposizione al singolo fondo del 10% del patrimonio.
Quale che sia la propria ricchezza, ad ogni modo, sta di certo che per ottenere buoni risultati si deve scegliere con cura a chi affidare i propri risparmi. Nel private equity infatti si osserva una maggiore persistenza di risultati dei singoli fondi. “Gestori che hanno prodotto buoni risultati nel tempo statisticamente hanno una probabilità di produrli anche in futuro. Tramite le loro capacità sono infatti in grado di dare un valore aggiunto all'azienda e dunque in ultima analisi all'investitore” spiega La Calce che avverte come prima di investire sia fondamentale comunque capire se si tratti di un fondo specializzato in nicchie di mercato o un fondo generalista, quale strategia persegue, quali target sia dimensionali sia di momento evolutivo dell'azienda, quale stile di gestione. Quanta parte del proprio patrimonio è infine giusto allocare in un fondo di private equity? Per La Calce, un numero magico non esiste. “Guardando agli Usa le reti di consulenti finanziari investono tra il 5% e il 10%. Per i family office che seguono i clienti di fascia più alta, l'esposizione arriva a più del 25%, mentre nel caso di investitori istituzionali addirittura fino al 50%", spiega La Calce che conclude: “La ricchezza, la competenza, i bisogni di liquidità del cliente consentono di prendere un'esposizione così importante? Se la risposta è positiva, la quota di portafoglio investita in pe può essere molto significativa”.
(articolo tratto dal magazine We Wealth di aprile)
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.
La redazione vi consiglia altri articoli

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti