Il pareggio non è un risultato ammesso

Donato Massimo
Massimo Donato
16.3.2021
Tempo di lettura: 3'
Se devo scegliere tra un male e un altro, preferisco non scegliere affatto.

(tratta da “Il guardiano degli innocenti” 1993) 

(Andrzej Sapkowski – scrittore polacco - Łódź, 21 giugno 1948-vivente)

 
Qualche giorno fa ho assistito ad una scena in maniera del tutto casuale, mentre salivo a piedi le scale di un palazzo. Un bambino, piccolo, davvero piccolo, ha aperto la porta di casa ad un signore che aveva suonato il campanello. Ho avuto la sensazione in un attimo che lo conoscesse. Senza parlare, gli ha fatto capire a gesti che avrebbe potuto varcare la soglia solo se si fosse tolto le scarpe. Il signore senza protestare e senza pensare di convincerlo del contrario, ha eseguito l'ordine e solo dopo è riuscito ad entrare in casa, ricevuto dagli altri adulti, tutti rigorosamente senza scarpe. Il racconto di una vita familiare apparentemente normale, in realtà, racchiude la forza di un'abitudine perpetrata in quella casa che è diventata una regola accettata e condivisa perfino da quell'esserino così piccolo che pur non esprimendosi, si è fatto capire per una regola che non sapeva leggere e neppure pronunciare.

Tutte quelle pratiche che ogni giorno attiviamo anche in automatismo, dimostrano la dinamica di comportamenti che esercitati con frequenza e consuetudine producono effetti di enfatica familiarità. Per questo dovremmo porre attenzione o andrebbe rivista la modalità di somministrazione di quella adeguata informazione  nel campo finanziario  fin da giovanissimi, per permetterci di valutare con più dimestichezza certe modalità di pensiero, piuttosto che di pianificazione per obiettivi.
Sappiamo tutti e ciò viene perfino riconosciuto dalla comunità internazionale, che gli italiani abbiano una innata propensione al risparmio, anche adesso in piena pandemia. Lo dimostrano in primis la mole crescente di somme di denaro depositate sui conti correnti (velocemente supereremo i 2000 miliardi di euro) che non soltanto non è palesemente un buon segnale (è sinonimo innanzitutto di stagnazione dei consumi e di brusca frenata dell'economia circolare), ma per assurdo rappresenta un ulteriore proliferare di un pericolo strutturale che potrebbe creare ulteriori deserti e ulteriori depressioni.

Il motivo di questo comportamento non è soltanto legato a fattori di accertata incompetenza e di una oscurante inconsapevolezza, che già sarebbero sufficienti per far avviare urgentissime azioni di ripristino di una salvaguardia necessaria per allontanare eccessi di cautela, ma sono incentivati da una ossessionata paura per il futuro, come se ammettessimo che le generazioni passate invece avessero vissuto circostanze più favorevoli.

Facendo la fotografia ante pandemia (e nonostante problemi di panico mai domi sulla tenuta del sistema), siamo pur sempre in un'epoca di generalizzato benessere, con la medicina e l'industria dei farmaci che hanno raggiunto livelli mai visti e con la tecnologia che migliora sempre di più la qualità della vita, eliminando tra l'altro i logorii fisici di alcune attività a grave rischio usurante.

Eppure la pandemia avrebbe per assurdo potuto farci ragionare al punto da migliorare la nostra efficienza. Non occorrono strategie così complesse o così complicate da metterci nella condizione di dover spendere risorse immense o produrre chissà quale sforzo per stravolgere ogni piano e ogni iniziativa.

La ricetta in realtà è più semplice di quello che sembra. E tutto può essere combinato giusto dalla ripartenza post-covid, che altrimenti - in circostanze normali - non avrebbe potuto attivarsi perché sarebbe stato indispensabile un improbabile drastico cambio di paradigma, che nel tran tran della vita moderna non avrebbe mai potuto attecchire.

Ora siamo messi alle corde, abbiamo necessità in prim'ordine di ripristinare una socialità diffusa (siamo consapevoli che sarà complicato immaginare una stessa modalità come un tempo non così lontano) e giusto con questi movimenti rallentati dallo stato confusionale, sarà più facile provare a stravolgere quelle indispensabili e essenziali regole di base per una persuasiva condotta.

Non dobbiamo poi abbandonare l'attenzione sull'opera straordinaria di vaccinare tutti e il prima possibile. Stiamo umanamente virando con le nostre inquietudini sulle possibilità, seppur davvero basse, che i vaccini abbiano delle gravi e irrimediabili ripercussioni, dimenticando che rischiavamo di rimanere travolti dalla terza più grave ondata (con sempre più complesse varianti), con il carico italico che ha già superato abbondantemente quota 100mila morti.

Viene rimproverato agli scienziati e alle industrie produttrici di non aver fornito l'elenco delle precauzioni e dei rischi connessi. Dimenticando che ogni opera dell'uomo non può mai essere perfetta, che peggio sia impossibile - nella totalità dei casi - che sia priva di ogni rischio. Nella guerra in corso al virus Covid-19 (e successive “release”) sono già troppi i morti in battaglia. E il numero, nonostante si siano trovate più contromisure, non ha la tendenza a decrescere fino ad annullarsi. C'è il rischio fondato che qualcun altro cada non per mano del virus, ma per causa del vaccino. I cori dei complottisti e dei no-vax saranno sempre più grandi, ma non abbiamo nulla da opporre di diverso dalle soluzioni adottate. Il rischio del sacrificio sarà più forte dell'abbandonarsi senza combattere, che altrimenti dall'altro lato significherebbe un aggravio della curva della mortalità da infezione.

Quindi a volte non resta altro che prendere il male minore. È una logica tristissima, che gioco forza diventa non ammissibile da chi, restando, vive un dramma nell'ambito familiare. In un clima di guerra - perché questa pandemia è assimilabile ad una guerra che ha colpito il pianeta - non saranno mai praticate le scelte più giuste e a furia di provare, si dovrà accettare di commettere un cumulo di errori che potranno avere ripercussioni illogiche e apparentemente evitabili.
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