Gestione passiva, come andrà il 2019?

02 Gennaio 2019 · 3 min

Com’è andato il 2018 della gestione passiva? Risponde Edoardo Passaretti, head of italian office di HANetf

Il 2018 per la gestione passiva, sulla linea degli anni precedenti, è andato molto bene. Il 2017, in particolare, ci ha portato un dato molto interessante. L’Europa, per quanto riguarda il mercato etf e la gestione passiva, è cresciuta a un ritmo molto più elevato rispetto agli Stati Uniti (parliamo di 40% contro il 25% nel 2017, trend confermato anche per il 2018). Di conseguenza, è sempre di più un mercato maturo e attraente per tutti gli asset manager, che possono e vogliono tradurre le loro gestioni anche in passive.

La gestione passiva inizia a ritagliarsi il suo spazio in Italia?

La gestione passiva si sta ritagliando uno spazio sempre più ampio in Italia, in seguito a determinate forze, tra le quali la Mifid II e la nascita conseguente di tante forme di “consulenza evoluta“. Dunque, vi è sempre meno un conflitto di interessi da parte dell’intermediario che può e vuole utilizzare sempre più strumenti sia core che satellite di gestione passiva. Tra l’altro, questa dialettica tra gestione attiva e passiva è in via di superamento. Esistono sempre più etf attivi. Recentemente abbiamo avuto un parere della Central Bank of Ireland, che sta andando in quella direzione. L’etf è semplicemente una migliore tecnologia, in cui racchiuderemo varie strategie con diversi gradi di attività.

Cosa dobbiamo aspettarci per il 2019?

Per il 2019 mi aspetto una continuazione di questa tendenza, sia in termini di crescita, di masse – su gestioni passive che continuano a erodere quote di mercato ai fondi tradizionali attivi – sia in termini di tendenze di strumenti. Abbiamo visto negli ultimi anni un grande accento sui tematici, strumenti che vanno sempre più in profondità rispetto a una tecnologia emergente, a un mercato emergente o a determinate energie che fungono a uno scopo ben preciso. Oramai l’offerta europea è completa da un punto di vista di prodotti “core”, ovvero prodotti vaniglia oramai a costi quasi inesistenti. Quindi si andrà a cercare sempre più la competenza specifica e, anche grazie all’ingresso delle piattaforme white label, l’investitore finale vedrà aumentare la gamma di prodotti a lui disponibili in Europa.