Consulenza, il robo advisor non balla ancora da solo

17 Ottobre 2019 · 3 min

I robo advisor possono lavorare da soli ma, almeno in una prima fase, è necessario che il mercato maturi. Intervista a Raffaele Lener, professore dell’Università Tor Vergata di Roma, che spiega quali sono le nuove tendenze dell’industria.

Quali sono le nuove tendenze dell’industria?

“Ci troviamo di fronte a una professione che vede nascere degli operatori assolutamente Fintech. Esiste un primo studio della Consob, su cui ho lavorato anch’io, che ha portato a un quaderno Fintech di ipotesi di regolamentazione del robot advice. Di conseguenza, le reti di consulenti finanziari devono essere in grado di dimostrare che offrono un quid pluris. Per questo, l’accentuazione della personalizzazione del rapporto con il cliente, della raccolta di informazioni superando il modello rigido dei questionari standard anche raccogliendo informazioni da altre fonti di cognizione, qualunque possibile fonte per cercare di seguire meglio il cliente in modo più diretto e personalizzato, quindi anche l’accentuazione all’educazione finanziaria, a possibili fonti dell’organizzativa dei consulenti finanziari. E, infine, quel discorso che si era fatto sulla possibilità di una struttura societaria”.

I robot advisor oggi possono lavorare da soli?

“Direi di sì, però almeno in una prima fase c’è bisogno che il mercato maturi e quindi sia un robo advisor che lavora per altri intermediari, il cosiddetto robo for advisors. Dopodiché, in un secondo momento, sicuramente sì, perché da un punto di vista semplicemente logico puoi benissimo offrire uno stesso servizio facendo un’analisi algoritmica rispetto al rapporto personale. Il problema dell’analisi algoritmica è che funziona secondo criteri standard e l’algoritmo di per sé non è vigilabile dall’autorità. Lo potrebbe essere, ma non ci si spinge in nessun modo fino a quel punto. Può funzionare, ma il mercato non è ancora maturo. Tuttavia, le regole di base si applicherebbero comunque a tutti allo stesso modo, per cui non si deve innovare moltissimo: le regole di adeguatezza, appropriatezza, servire gli interessi del cliente, prevenire conflitti d’interesse, le applicheresti al 100%”.

Quali sono i punti di forza e le debolezze del mandato alle scf?

“Può portare un vantaggio organizzativo, ma i punti critici sono enormemente di più e sconsigliano una soluzione del genere perché avremmo una stratificazione di soggetti. Ci sarebbe infatti la società di distribuzione che, come collocatore, lavora a una società di collocamento e questa, a sua volta, dovrebbe porsi verso i clienti attraverso persone fisiche. Rischi di fare una sorta di duplicazione complessa di regole con un aggravio inevitabile di costi ma, soprattutto, con una perdita di quella personalizzazione del rapporto di mandato che è la base del rapporto consulente-cliente. Secondo me, è assolutamente dannosa. Se crea una struttura societaria, teoricamente, siccome sei in un’area passaportabile, potresti anche ricorrere ai principi della libera prestazione di servizi. In altre parole, potresti avere sotto una rete di vendita collocata in un certo paese una società collocatore collocata in un altro, che opera in regime di libera prestazione, non vigilata, e con un rapporto di mandato debole. Direi che non è una soluzione applicabile”.