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Fondi Sri, sempre più presenti nei portafogli degli italiani

08 novembre 2018 · Francesca Conti · 5 min

  • Le case di gestione con almeno un prodotto Sri in portafoglio (fondi e/o Etf Sri) sono ormai 71

  • I 43 Etf quotati sul mercato EtfPlus rappresentano il 5% degli Etf quotati sul mercato italiano

  • Il patrimonio dei fondi Sri autorizzati in Italia è di circa 62 miliardi

Crescono le richieste di soluzioni sostenibili. I fondi Sri attualmente distribuiti in Italia sono 833. Dal 2008 al 2018 le case di gestione hanno lanciato prodotti per un totale di 726 nuovi fondi e 41 nuovi Etf

La pressione del mondo finanziario sui temi ambientali e sociali è cresciuta in modo esponenziale nel corso degli anni. Questo soprattutto perché gli italiani sono sempre più interessati e attenti alla sostenibilità. Dopo le prime reazioni di incertezza, il mercato ha iniziato a puntare su aziende e soluzioni che rispondono a criteri sostenibili e responsabili, un trend che ad oggi sembra inarrestabile.

Sono 833 i fondi Sri attualmente distribuiti in Italia. Le case di gestione con almeno un prodotto Sri in portafoglio (fondi e/o Etf Sri) sono ormai 71, mentre sono 43 gli Etf quotati sul mercato EtfPlus. Questi rappresentano il 5% degli Etf quotati sul mercato di Borsa Italiana. Questi dati, contenuti nel rapporto Atlante Sri – Il mercato Sri italiano, redatto dall’Ufficio Studi di ETicaNews e MoneyMate e presentati al Salone Sri 2018, documentano una costante crescita dei fondi con criteri di sostenibilità negli ultimi 10 anni. Dal 2008 al 2018, infatti, le case di gestione hanno lanciato prodotti per un totale di 726 nuovi fondi, considerando le diverse classi in circolazione, e 41 nuovi Etf.

I fondi che presentano esplicito mandato Sri o il cui tema è strettamente legato ad almeno uno dei fattori Esg sono stati divisi da ETicaNews in quattro tipologie: gli Azionari (41%), i Tematici (14%), i Bilanciati Flessibili (21%) e gli Obbligazionari (24%). Considerando tutti i prodotti inclusi nell’Atlante Sri, a fine settembre, il patrimonio gestito ammonta a 62,293 miliardi di euro per i fondi e a più di 9,5 miliardi di euro per gli Etf.

Una direzionalità spinta dalle scelte internazionali in materia politico-economica? Nel 2015 i leader di 193 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030. Il documento è costituito da 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) che mirano a porre fine alla povertà, a lottare contro l’ineguaglianza, ad affrontare i cambiamenti climatici e a perseguire lo sviluppo sociale ed economico. Alcune decisioni possono essere stati indirizzate da questi ed altri scenari prospettici, ma le richieste vengono soprattutto dalla clientela.

L’Associazione italiana private banking (Aipb) ha provato a scattare al Salone Sri una fotografia dei clienti private in Italia. Secondo i dati dell’associazione, i clienti nazionali si concentrano nella fascia compresa tra gli 1 e i 5 milioni di euro. L’Italia è un Paese in cui la ricchezza è ancora diffusa e meno polarizzata.

I portafogli appartengono soprattutto a persone che hanno accumulato ricchezza nel tempo e che hanno una certa età, dai 55 anni in su (oltre il 55% della clientela totale). Solo una quota minore è costituita da quadri e dirigenti (15%) e da imprenditori e professionisti (25%), mentre a prevalere sono i pensionati e i redditieri (60%). Questi hanno portafogli che desiderano un’ampia diversificazione e che – la novità emersa dallo studio – per il 60% ritengono importanti gli investimenti socialmente responsabili.

“Nel 2005 abbiamo lanciato il nostro primo fondo etico, che ha raccolto qualche decina di milioni di euro. L’ultimo (a sostegno dell’economia circolare) ha raccolto in pochi mesi centinaia di milioni di euro”, racconta Giuliana Fabbricotti, responsabile istituzionale consulenza evoluta di Ubi Banca. “Siamo ormai al centro di un trend netto e in visibile aumento”, aggiunge la manager.

“Siamo passati da un primo fondo lanciato in seguito alla richiesta di alcuni investitori istituzionali di non voler investire in strumenti che avessero a che fare con l’Apartheid in Africa a soluzioni diversificate. L’investimento, inizialmente fondato su credenze etiche o religiose, si è nel tempo sofisticato”, spiega Giampaolo Giannelli (Bmo Global Asset Management). “La sensibilità alle tematiche sostenibili non è uguale per tutti”, gli fa eco Fabbricotti, aggiungendo che “per esempio in Italia c’è un’attenzione molto più forte nei confronti dei temi etici e religiosi. Quindi nostro lavoro è diventato di estrema personalizzazione”.

“Non si hanno più osservatori/investitori passivi, ma persone che possono attivamente fare in modo che la società adottino comportamenti virtuosi”, continua Giannelli, per cui una grande spinta a questo processo è stata data dalla crisi del 2008, quando molte società di gestione si sono chieste perchè dietro a certi investimenti non fossero presenti certificazioni etiche. “E poi – prosegue il manager di Bmo – è stato ormai sfatato il falso mito secondo cui gli investimenti responsabili sono detrattori di performance.

Questi generano rendimenti o in linea con mercato di riferimento o migliorativi e si è notata sempre di più una correlazione tra le pratiche virtuose di un’azienda (secondo i criteri Esg) e il rendimento del titolo sul mercato”. Anche lo studio che Banor Sim ha effettuato con il Politecnico di Milano, dal titolo ‘La relazione fra rating Esg e performance di mercato’, ha dimostrato che utilizzare un filtro Esg migliora il rendimento. Ed è combinando una strategia Value e un filtro Esg che si ottengono i rendimenti migliori. I temi Esg sono comunque in continua evoluzione e per questo è necessario continuare a fare ricerca.

Francesca Conti
Francesca Conti
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