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Le sfide delle banche italiane tra fintech e m&a

08 novembre 2018 · Livia Caivano · 5 min

  • In fatto di sportelli il sistema bancario italiano è ancora arrestato rispetto alle medie europee

  • Gli elementi di competizione arrivano dal fintech ma anche dalle nuove realtà che si affacciano sul mercato

Il sistema bancario si confronta sempre più con le sfide del tech. Le aggregazioni possono essere le risposte? Bnp Paribas e Excellence Consulting ne hanno discusso sul palco della Morningstar Investments Conference 2018

Il sistema bancario italiano oggi conta 30 mila sportelli, con 300 mila dipendenti: numeri significativi nel pieno del boom delle banche online, specie se confrontati con la media europea di 40 mila filiali. L’evoluzione dell’industria va verso l’automazione, sono necessari tagli? “Per riallinearci alla media europea avremmo dovuto rinunciare a sei mila filiali ma i vantaggi in termini di redditività non sono certi – esordisce Maurizio Primanni, presidente e ceo Excellence Consulting. “I dati Bankitalia del 2017 dicono che di questi 6000, le banche ne hanno già chiusi la metà – con calo di 15 mila dipendenti, portando il bilancio complessivo a 285mila. E’ necessario rivedere il modello di business per cercare nuove fonti di redditività, specie in questo scenario di tassi bassi”. Accorpamento e fusioni, succede (anche) in Germania, precisa Stefano Catanzaro, general manager per Bnp Paribas Securities Services: “La politica tedesca vuole sistemare la situazione di realtà come Landesbank e banche commerciali, che provano a fondersi per risolvere problemi. In Italia la struttura del sistema bancario presenta due grossi istituti e poi tante banche medie e piccole. La parola chiave è size: a mio avviso una volta che i bilanci vengono ripuliti dai crediti deteriorati bisogna passare alle aggregazioni –  devono avere una valenza industriale. Ad esempio – prosegue Catanzaro – a febbraio abbiamo acquisito un ramo di azienda, in pratica un asset sul mercato italiano. Obiettivo? Consolidare il mercato italiano nel segmento dell’asset management di risparmio collettivo. Volevamo guadagnare market share, se quel marker cresce, tutto il brand beneficia della crescita organica del settore”.

La banca generalista può affrontare la strada fintech?

E poi c’è il tech. “L’approccio al tech di una banca b2b deve puntare su industrializzazione dei processi, miglioramento dell’experience e nella creazione di prodotti ad hoc per clienti”, conclude il general manager.

“Riteniamo che le banche abbiamo ancora punti di forza rilevanti – gli fa eco Primanni – Soprattutto, hanno relazioni dirette con la clientela che utilizzate in maniera efficiente possono dare grande vantaggio competitivo. È vero anche che banche sono state abituate – viziate? – da un sistema competitivo poco dinamico, ma ora lo scenario è cambiato, è necessario confrontarsi con competitor veloci, agili, più specializzati, come il fintech. I nostri studi dicono che il modello di banca specializzata diventa più efficace nel determinare la redditività rispetto alla banca generalista. Vediamo quindi non tanto la fine del modello di banca universale ma piuttosto l’evoluzione del modello organizzativo in logica di maggiore specializzazione delle diverse aree della banca”. Conclude: “Abbiamo banche forti nella governance e deboli nella specifica, sarebbe meglio essere più light nella governance e più ferrati con le unit specializzate”.

Certo, però, la competizione non è solo fintech. Primanni fa l’esempio della distribuzione del risparmio gestito degli ultimi dieci anni anni: “la quota di ricchezza complessiva è piu o meno uguale ma le quote di mercato si sono diversificate. Il fenomeno delle banche-reti è significativo: da una quota storica di mercato del 6-7%, oggi siamo arrivati al 15%. Le reti, che storicamente avevano difficoltà a posizionarsi sulla clientela private, oggi hanno il loro posizionamento sul segmento dal 12%al 25%”, più del doppio.

 

Livia Caivano
Livia Caivano