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Quella volta che Piga telefonò a Isidoro

06 novembre 2018 · Riccardo Sabbatini · 5 min

La storia degli agenti di cambio in Italia, prima custodi di Piazza Affari e oggi protagonisti del private banking. Il fil rouge della consulenza finanziaria personalizzata. Intervista ad Alberto Albertini

Sono stati i custodi della Borsa quando le regole erano poche e molti gli avventurieri. Poi, arrivati nuovi competitor, hanno perso il monopolio su Piazza Affari correndo il rischio di sparire. Hanno superato crisi finanziarie epocali che hanno messo a dura prova la loro capacità di proteggere i patrimoni dei clienti. Oggi, i migliori di loro, sono i protagonisti del private banking.

Ripercorrere la storia degli agenti di cambio italiani nell’ultimo mezzo secolo significa anche raccontare le tappe che hanno segnato lo sviluppo della piazza finanziaria di Milano, con i suoi indubbi progressi ma anche i problemi irrisolti. Com’è cominciata questa storia? “Con qualcosa che assomigliava al far west, molta energia ma anche poche regole a disciplinare il mercato di Borsa – spiega con semplicità Alberto Albertini, amministratore delegato di Banca Albertini – quando ho cominciato a lavorare, nel 1973, quelli che nella narrazione comune erano considerati i più bravi in Borsa in realtà erano degli insider.

La mancanza di una normativa adeguata a regolare il mercato lasciava spazio anche a chi aveva un senso etico poco sviluppato”. Gli Albertini, famiglia storica di agenti di cambio milanesi, sono tra quelli che ce l’hanno fatta. Hanno attraversato con successo le diverse stagioni di Piazza Affari ed integrati con la Ersel della famiglia Giubergia, anch’essi agenti di cambio dal destino parallelo, hanno ora iniziato una nuova tappa della loro storia in un moderno gruppo, appunto, di private banking.

Ma torniamo agli anni ’70. A quel tempo in difesa dei piccoli investitori (“il parco buoi” come venivano chiamati) non c’erano norme sull’Opa, sull’insider trading, sulla manipolazione, per non parlare delle regole di condotta degli intermediari e delle stesse regole contabili. I finanzieri d’assalto scorrazzavano a Piazza Affari e gli scandali finanziari erano frequenti.

Gli agenti di cambio rappresentavano uno dei pochi argini a tutto ciò, almeno quelli che non si limitavano a svolgere l’attività di intermediazione ma che avevano avviato un servizio di consulenza nei confronti della propria clientela private che in quel periodo era comunque modesta e sostanzialmente limitata alle grandi famiglie borghesi. Sono rimasti famosi gli interventi sulla stampa di Isidoro Albertini (padre di Alberto) di Renzo Giubergia (padre di Guido), Ettore Fumagalli, Urbano Aletti, Attilio Ventura, i grandi agenti di cambio dell’epoca, in cui si denunciava il malaffare.

E di come il tema stia a cuore lo dimostra il fatto che la famiglia Albertini ancora oggi finanzia un centro di ricerca sulla “etica negli affari” presso l’Università Bocconi. In fondo furono proprio loro, gli agenti, a difendere la reputazione della Borsa Italiana prima che il mercato si dotasse di regole adeguate. “Svolgevamo un compito di supporto della stessa Consob, molte delle regole che poi sono state introdotte negli anni ’80 e ’90 furono proposte proprio dal comitato degli agenti di cambio”.

In un Paese bancocentrico come l’Italia, la Borsa non ha mai svolto un grande ruolo. Le banche, che la vedevano come un competitor nel ruolo di finanziare il sistema produttivo, l’hanno quasi sempre osteggiata. Il denaro, quello vero, girava altrove. Fece eccezione il biennio ’85 -’86 quando, in seguito all’introduzione dei fondi comuni d’investimento un gran numero di risparmiatori iniziarono a conoscere il mercato borsistico e ad investire, spesso per il tramite di un fondo.

Furono anni prodigiosi in cui le quotazioni quasi triplicarono creando quella che, in tempi recenti, sarebbe stata definita una bolla speculativa. Nel maggio del 1986, in quel contesto così particolare, Isidoro Albertini prese un’iniziativa del tutto inusuale. Prese carta e penna ed inviò una lettera ai clienti invitandoli alla cautela: ”Non ci sentiamo in grado di formulare giudizi circa l’attendibilità dei prezzi espressi dalla Borsa.

Così come non sapremo mai in anticipo ‘quando’ questa irripetibile ondata di euforia collettiva si fermerà”. Quella lettera trapelò nei giornali e suscitò un putiferio. Dopo qualche giorno gli indici di Borsa invertirono la rotta. Per far capire che clima si respirava a quei tempi Albertini racconta anche un episodio finora non conosciuto di cui fu testimone diretto.

“Il presidente di allora della Consob (era Franco Piga, ndr) telefonò a mio padre e gli disse: ‘Albertini che ha fatto, domani abbiamo il congresso della Dc e lei fa una cosa del genere?’ ”. Rimproverava l’agente di cambio per un allarme che lui stesso avrebbe dovuto lanciare! Altre, evidentemente, erano le sue preoccupazioni. Un altro intervento rimasto celebre fu l’articolo che Isidoro Albertini scrisse sul Corriere della Sera assieme a Renzo Giubergia all’inizio del 1999 per sottolineare l’importanza di una buona stampa finanziaria.

“I mercati sono realtà vive e sono fortemente influenzati da comportamenti che nascono dalla psicologia collettiva – scrivevano tra l’altro – l’informazione pertanto deve mantenere il suo ruolo di far conoscere i fatti nel modo più neutrale possibile”. A quel tempo, comunque, il set di regole della piazza finanziaria italiana era stato completato e con la legge delle sim (1991) e la direttiva sui servizi di investimento (1993), successivamente incorporata nel testo unico della finanza (1998), anche la forma giuridica della Borsa era cambiata.

Al posto di un ente pubblico gestito dal Consiglio di Borsa, nacque una spa a tutti gli effetti. Anche gli agenti di cambio furono spinti a costituirsi in società di intermediazione. “Non era un obbligo ma un’opportunità – ricorda oggi Albertini – quella legge ci ha consentito di fare il nostro mestiere in modo più strutturato. Certo finì il monopolio degli agenti sulla Borsa”. In questo nuovo contesto Albertini rafforzò i legami con l’estero, da dove peraltro proveniva già la parte preponderante della propria attività, stringendo rapporti con Societé Générale.

Giubergia fece lo stesso con Warburg. Entrambe sfruttarono, insomma, il maggiore interesse che il mercato italiano stava avendo per i grandi investitori istituzionali internazionali, ma con due modelli di business diversi. Giubergia fin da subito si attrezzò per svolgere due attività, l’asset management (con i fondi d’investimento) e l’intermediazione. Albertini invece continuò a servire la clientela istituzionale estera e quella privata italiana e, per la fabbrica prodotti, nel 2001 si accordò con la svizzera Syz che entrò nel proprio capitale.

Nel frattempo, un altro importante fenomeno stava cambiando l’industria finanziaria italiana, lo sviluppo del segmento private. Come avvenne? Senz’altro vi contribuirono sostanzialmente i provvedimenti di scudo fiscale che spinsero al rimpatrio capitali prima detenuti all’estero. Tra il 2001 ed il 2003 quasi 24 miliardi tornarono nel Paese, ed andavano gestiti. Crebbero le gestioni patrimoniali delle banche e anche per le sim degli agenti di cambio si aprirono nuove possibilità. Albertini e Giubergia decisero di cedere l’attività di intermediazione, all’origine della loro storia, per concentrarsi nel nuovo segmento private.

Albertini divenne anche una banca per potenziare i servizi alla clientela. Giubergia aveva la fabbrica prodotti e quando Syz decise di uscire dall’Italia i presupposti per un matrimonio, celebrato quest’anno, c’erano tutti. Qual è stato il tratto distintivo di questa esperienza imprenditoriale? “Senz’altro l’attività di consulenza personalizzata e a tutto campo- risponde Albertini – è stata il fil rouge che ha caratterizzato la nostra storia in tutti questi anni e che, nella nuova dimensione private, sarà sempre più importante anche per il futuro.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini