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La rendita per proteggersi più a lungo

La rendita per proteggersi più a lungo

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Livia Caivano
Livia Caivano

19 Novembre 2019
Tempo di lettura: 30 min
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Nel 1800 ottenere un matrimonio fortunato significava garantirsi un futuro sicuro: lo spiega bene Kubrick in “Barry Lyndon”. Per il nuovo podcast realizzato in collaborazione con Scm Sim, con Antonello Sanna e Francesco Barbato siamo partiti da qui per capire oggi in che modo si evolve il concetto di ricchezza

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Magnifico lavoro hai fatto oggi, signorino Redmond. Sapendo che tuo zio ha sette figlie da sposare, hai cercato di mandare a monte un matrimonio che gli porterebbe 500mila sterline all’anno. E il capitano Quin ha promesso anche di pagare lui le 4000 sterline che angosciano tanto tuo zio. Red, è una ragazza che ha cercato di farsi sposare da tutti qui in paese, ormai da cinque anni, senza mai riuscirci. E tu?

Con l’aspettativa di vita che si allunga sempre di più e i tassi d’interesse che per la prima volta nella storia non solo non garantiscono un rendimento ma, anzi, assicurano una perdita, occorre ripensare il concetto di ricchezza. Benessere? Rendita? Antonello Sanna, Francesco Barbato (ad e partner di Scm Sim), nel 1800 avevano già capito tutto?

Sanna: “Barry Lyndon è un capolavoro del 1975 di Kubrick. Vincitore di quattro premi Oscar, è ambientato nel Regno Unito alla fine del ‘700 e racconta la storia dell’irlandese Redmond Barry. Per i costumi, le scene e le luci, Kubrick si è ispirato alla pittura di quel periodo, ricostruendoli con grande fedeltà. Decide di girare interamente il film con luci naturali, una scelta impressionante per il 1975. Nella riproduzione degli interni, non essendoci la luce elettrica, vennero utilizzate delle candele e una cinepresa della Nasa con lenti progettate dalla Zeiss appositamente per riprese nello spazio. È assolutamente innovativo, geniale e straordinario. È una pittura continua, colma di scenari bucolici, di duelli che si svolgono al tramonto o all’alba, con costumi quasi divertenti per lo spettatore.

Il film ruota intorno alla ricerca del benessere, che in quel periodo significava appartenere alla classe aristocratica e ottenere un matrimonio fortunato. Alla fine della seconda parte la signora Lindon rimane vedova e riesce a dare a Redmond Barry con il matrimonio l’agiatezza agognata per tutta la vita. Agiatezza che poi perderà. Si tratta infatti di ricchezze effimere perché costruite sulla seduzione e sulla capacità di intrattenere rapporti con il gentil sesso. Non a caso l’attore protagonista è Ryan O’Neal, ricordato anche per Paper Moon: un uomo scelto da Kubrick proprio perché seducente.

Accoppiare Barry Lyndon alla finanza è abbastanza difficile. Nel film la ricerca del benessere viene esplicitata in una maniera abbastanza desueta, perché tutto viene misurato in rendite. Nella prima scena, la cugina di Redmond Barry viene data in matrimonio a un ufficiale dell’esercito, che si presenta dicendo di avere una rendita di 1.500 guinee l’anno. Quando poi Barry Lyndon si sposa con la signora Lyndon, la voce fuoricampo racconta che è riuscito a ottenere una rendita di 30mila sterline l’anno. Nella parte finale del film il figlio naturale della vedova Lyndon chiede di lasciare definitivamente l’Inghilterra e gli offre una rendita di 500guinee. Quindi tutto il film è scandito dall’idea di ricchezza sotto forma di rendita, non di capitale. La rendita, infatti, era considerata la vera ricchezza perché a prescindere dalla data di morte (in quegli anni la vita media era molto più bassa), veniva pagata costantemente al coniuge o al beneficiario per tutta la vita.

In un mondo occidentale odierno, dove il tema dei sistemi previdenziali non funziona – non perché sia stato progettato male ma perché le logiche con cui nascono i sistemi previdenziali vedono un rapporto fra persone anziane e lavoratori molto più favorevole di quello che è oggi – questi sistemi mostrano i propri limiti. Sembrerebbe che l’incremento demografico tenda a diventare più esiguo con il benessere. Questo significa che abbiamo sempre meno lavoratori e sempre più anziani. Inoltre, la speranza di vita si sta allungando perché la tecnologia è anche capace di curare le persone e farle vivere meglio.

Come ha scritto qualche anno fa l’economista Angus Deaton, dove c’è benessere, c’è una capacità di vivere una vita meno pericolosa dal punto di vista della qualità. Tra l’altro, Domenico De Masi disse che siamo in un’epoca in cui abbiamo il buco dell’ozono, il riscaldamento globale, i cibi manipolati – ma viviamo più a lungo, quindi in realtà la qualità della vita sta migliorando. Eppure, questo amplifica anziché attutire il problema.

Qual è la consapevolezza dell’investitore medio sul tema delle rendite?

Non avendo la certezza della data di morte, speriamo di vivere a lungo. E, nella speranza, c’è il tema di quanto dovrò stare senza produrre reddito e avere comunque una vita soddisfacente. Ci sono tre livelli: le cose a cui non posso rinunciare (tutti i bisogni primari, come il cibo o un’abitazione), le cose a cui potrei rinunciare ma non vorrei (come le vacanze) e le cose che sogno per la mia terza età (comprare una casa in campagna o vivere fuori dalla grande città).

In riferimento al primo livello, se consideriamo i sistemi di previdenza, oggi in Italia c’è una scarsa consapevolezza del valore della rendita. Si tende ad accumulare capitale, con un’equazione a cui manca la variabile tempo. Nel film, questa variabile è sempre ben evidenziata perché, qualsiasi sarà la durata della loro vita, hanno quanto serve loro per vivere bene. Trecento anni fa le classi agiate erano ben consapevoli di che cosa significasse la ricchezza, che deve andare di pari passo con la propria esistenza. Una persona che vive a lungo rischia di non avere la capacità di sostenere questo tipo di velleità o qualità di vita”.

Barbato: “Nel film c’è anche la voglia di diventare ricchi a discapito degli altri, un concetto riconducibile all’avidità. A un certo punto si avvicina a un baro, e inizia a conoscere delle persone molto ricche con l’intento di truffarle. Non avendo una rendita, devono cercare di scalare la scala sociale per crearsela.

Ho incontrato qualche giorno fa una persona che si è interrogata insieme a me su questi temi, cioè capire come potrà vivere la sua terza età, un periodo che nessuno sa identificare con certezza nella sua estensione temporale. Questo signore risparmia molti soldi, più di 70mila euro l’anno, una cifra importante per un dirigente la cui moglie fa l’impiegata. Se gli si domanda come mai non li spende e qui iniziano i problemi, poiché siamo abituati storicamente a farlo, senza una ragione precisa. Bisogna porre due o tre domande per arrivare alla risposta vera, cioè che si tratta di un risparmio che serve a garantire un futuro sereno per lui e la moglie, per garantire alla figlia di nove anni un’istruzione sufficiente ad affrontare le sfide del mondo. Ma come sta utilizzando questo risparmio? É depositato in banca senza una finalizzazione dei suoi veri obiettivi, in continua evoluzione. Non c’è nessuno che gli suggerisca come canalizzare questo risparmio rispetto si suoi obiettivi, utilizzando anche strumenti idonei a generare questa rendita”.

La previdenza complementare in Italia cresce a rilento. Secondo i dati Ocse del Centro studi e ricerche itinerari previdenziali, in fatto di dimensione del mercato di previdenza alternativa, l’Italia nel mondo si classifica al 15° posto. Il nostro Paese inizia a vantare un mercato istituzionale di spessore, ma la previdenza complementare fatica a decollare.

Sanna: “Se guardiamo i dati, oggi gli italiani sono i più longevi e i meno fecondi rispetto al resto d’Europa. Questo vuol dire che nel tempo avremo sempre più anziani e sempre meno lavoratori. E’ evidente che il sistema pubblico prima o poi dovrà ritirarsi, e dovrà essere il singolo a costruirsi un’integrazione alla pensione di base. Questo vale ancora di più quando crescono i redditi, perché quelli bassi avranno una contrazione inferiore del tasso di sostituzione a redditi più alti. In Italia sono pochissimi coloro che hanno forme di previdenza integrativa, parliamo di percentuali intorno al 10%. Nella terza età affidarsi solo al capitale significa risparmiare troppo rispetto alla data della propria morte oppure risparmiare poco perché si è fortunati e si riesce a vivere a lungo. Questo tipo di coscienza e di consapevolezza è uno dei temi che portiamo avanti con forza perché ragionare sui rendimenti può essere un tema di finanza, di azionario, di obbligazioni, ma quando parliamo di terza età entriamo in una dinamica completamente diversa, molto più demografica e attuariale che di rendimento.

Ad esempio, le compagnie di assicurazione, i fondi pensione, tendono a mantenere variabili i coefficienti di conversione di quanto accumulato, in modo tale che lo possano adeguare man mano che escono i nuovi dati dei censimenti. Comprarsi una rendita che abbia già un coefficiente fissato o un volume che conosciamo ci permette di pianificare con maggiore puntualità. Molte persone riscattano gli anni di laurea per riuscire a raggiungere un livello di pensione accettabile. La domanda è: perché non si affronta una pianificazione che, distribuita su un arco temporale significativo, diventi anche meno ingombrante?

Un altro dato importante è che i giovani – che hanno maggiori necessità, perché saranno quelli che avranno il sistema previdenziale più asciutto rispetto a oggi – sono quelli che ci pensano meno perché, come abbiamo detto nella scorsa puntata , pensare al lungo periodo è difficile. Di conseguenza, tendono a valorizzare le esigenze di breve periodo a discapito di quelle di lungo. Ma siccome in finanza il tempo è una variabile cruciale, se si cominciasse molto presto a pensare alla propria pensione, basterebbe risparmiare poco. In realtà, poi ci troviamo spesso di fronte a situazioni in cui ci si pensa tardi. A quel punto l’orizzonte temporale diventa più breve e molto più oneroso o complicato, perché bisogna rinunciare a tanto.

Il messaggio che voglio lanciare, legandoci al film, è che una rendita viene considerata ricchezza perché va a coprire tutta la vita, quindi non mi troverò mai senza le risorse necessarie a coprire i bisogni di primo livello e, probabilmente, anche di secondo. Per Barry Lyndon le 30mila sterline finali paragonate alle 1.500 guinee all’inizio del film rappresentavano veramente una ricchezza importante”.

Barbato: “La ricerca della rendita è insita nel nostro popolo. Fino ad ora lo abbiamo fatto con gli immobili, ma bisogna capire se sia il caso di continuare a farlo. Tornando all’esempio di prima, il signore ha investito in un impianto fotovoltaico che, beneficiando dei famosi incentivi del 2012, gli dà una rendita di 25mila euro netti all’anno. Questo incentivo, però, nel 2032 verrà interrotto. Di conseguenza, quando avrà 63 anni, non avrà più questa rendita. Parlando di quanto vorrebbe mantenere lo stile di vita e le entrate attuali, dichiara che preferirebbe mantenere questi 120mila euro all’anno, eppure ha fatto una scelta contraria. Quindi, confrontarsi con qualcuno prima di agire potrebbe rappresentare un vantaggio. Avremmo potuto utilizzare uno strumento di rendita più in là nel tempo, invece di farlo scadere nel 2032 quando ne avrà un’esigenza maggiore”.

Sanna: “L’importante è che sia uno strumento che abbia una funzione mutualistica. Una compagnia di assicurazione, quando ha un milione o 100mila di assicurati, sa perfettamente qual è la vita media di quel campione. Non fa altro che gestire quello che manca. Compri una certezza, non compri del denaro. Ma quanto rende il denaro? Se muori presto, avrà reso poco, se vivi a lungo, avrai fatto l’affare del secolo. La logica è quella della certezza, che emerge benissimo nel film. Sai che per tutta la vita non hai più bisogno di nessuno, e sulla base di quello costruisci il tuo tenore di vita. Alla fine il denaro è un mezzo. In questo caso non compriamo beni, ma stati d’animo. Con la rendita compriamo la certezza che non dovrò chiedere denaro ai miei figli. Non dimentichiamo che siamo la cosiddetta generazione sandwich, o rischiamo di diventarla: negli Stati Uniti ci sono già persone che devono sostenere i genitori e, nel frattempo, anche i loro figli, perché il sistema previdenziale non è sufficiente. Da qui la certezza che non devo gravare su altri e posso permettermi una serie di cose di base ma anche quelle a cui non voglio rinunciare, come le vacanze o il circolo sportivo. Pensarci oggi significa avere la possibilità di farlo, perché hai del tempo davanti. Questo vale anche per chi è avanti negli anni. La parte finale della propria vita è quella più ingombrante. I 65 anni di oggi non sono quelli di un tempo. È una riflessione che merita di essere fatta. Esistono anche le rendite immediate, che permettono di convertire capitale in rendita acquistando la la certezza, ma hanno a che fare con la soggettività. I giovani, invece, hanno un’opportunità straordinaria: anche se oggi non hanno capitali, mettendo via un po’ di quello che guadagnano, hanno il fattore tempo che gioca a loro favore. In finanza questo fattore è cruciale per il rendimento. E’ un tema che investe tutti, anche i più abbienti. Parlare di finanza secondo me è fuori luogo, dobbiamo parlare di sistemi mutualistici, come i fondi pensione o le assicurazioni”.

Barbato, tornando al suo cliente con la figlia di nove anni, oggi è troppo presto per pianificare il suo futuro finanziario?

Barbato: “Prima si inizia, meglio è. Ma per capire quanto denaro posso mettere da parte, devo calcolare il mio budget e capire quanto spendo effettivamente. La maggior parte delle persone che incontro non si è mai posta questo problema, considerando quanto serve loro per vivere e quanto devono mettere via per perseguire i loro obiettivi. Sono numeri che ognuno deve tarare in base alla propria posizione”

Sanna: “Bisognerebbe pensare che il capofamiglia o una persona di famiglia diventi una sorta di direttore finanziario. Comincia a darsi degli obiettivi raggiungibili, capendo quali sono le spese irrinunciabili e quali le spese fisse. Ognuno deve guardare qual è lo zoccolo duro a cui non può rinunciare, quanto spende per situazioni che possono essere tagliate e quanto deve risparmiare per raggiungere gli obiettivi. Non è una cosa a cui siamo abituati perché i modelli che abbiamo davanti, dei nostri genitori o delle generazioni precedenti, vivevano in un contesto completamente diverso, con una previdenza pubblica che consentiva anche di comprare immobili laddove non si dovevano accumulare risorse per la pensione. Tuttavia, l’evoluzione naturale del nostro paese e degli stili di vita fa sì che diventino temi a cui dobbiamo pensare e, siccome non siamo abituati, lo chiamiamo life coaching per capire come approcciare il problema, come costruire i flussi di cassa e come definire gli obiettivi e le possibilità. I mercati finanziari vanno per conto loro, non funzionano in ragione di quello che dobbiamo fare. Quello che abbiamo sotto controllo sono la possibilità di risparmio, le regole di base, la diversificazione, la scelta degli strumenti in ragione della finalità e l’allocazione del risparmio. Possiamo prendere atto di quello che accade sui mercati e come cambiano le norme, ma non influiamo sulle stesse. Il singolo si comporta in ragione delle proprie aspirazioni. Costruire una rendita e il benessere è un processo. Bisogna vedere continuamente a che punto siamo, si rifà il punto e si riparte, ed è quello che facciamo con i nostri clienti”.

Barbato: “Cosa succede se non si fa questo ragionamento? Prendiamo in considerazione, ad esempio, una coppia di 50 anni, con tre figli di 19, 16 e 15 anni. Il più grande affronta quest’anno l’università a Milano ma, se non sono state accantonare delle risorse ad hoc, dovranno essere prese dal montante complessivo. Questo vuol dire che dovranno attingere anche a una parte delle risorse dedicate alla loro pensione e fare una scelta. Avendo tre figli, è bene farle prima queste scelte. La rendita serve invece a non decumulare quel capitale messo via negli anni floridi e che vorresti trasmettere alle future generazioni perché ottieni un assegno mensile che si rivaluta e quindi è sufficiente a integrare la pensione pubblica o altre rendite”.

Livia Caivano
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