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Sostenibilità e clienti private, un problema di incomprensioni

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

04 Giugno 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il 48% dei clienti private dichiara che si rivolgerebbe a un private banker per ottenere un supporto in tema di investimenti socialmente responsabili

  • Il tema della governance è compreso dai clienti istituzionali, ma non da quelli private

  • “Bisogna investire sulle pmi, che sono più attente ai temi di governance”, dichiara Antonella Massari di Aipb

La confusione terminologica sui temi legati alla sostenibilità porta a una rinuncia degli investimenti sostenibili da parte dei clienti private. Secondo Antonella Massari, segretario generale di Aipb, i criteri di governance capeggerebbero le incomprensioni

La confusione terminologica sui temi legati alla sostenibilità non solo rende difficile la scelta di un investimento sostenibile per i clienti private ma, in alcuni casi, può addirittura portare alla rinuncia dello stesso. È una delle tematiche fotografate da Antonella Massari, segretario generale di Aipb, nell’ambito dell’incontro di presentazione del libro “Sostenibilità in cerca di imprese” di Patrizia Giangualano, indipendent director e membro di Nedcommunity, e Lorenzo Solimene, associate partner di Kpmg Advisory. Un incontro tutto dedicato alla crescita delle iniziative istituzionali per rafforzare e valorizzare la responsabilità sociale delle imprese.

Se da un lato, infatti, i clienti private hanno una buona padronanza dei criteri ambientali e sociali, dalle emissioni di gas nell’aria ai diritti umani, lo stesso non si può dire dei criteri di governance, sui quali riscontrano maggiori difficoltà di comprensione. “La finanza ha la sua responsabilità – spiega la Massari – Il tema della governance è stato compreso dai clienti istituzionali, ma non dai clienti private, che dovrebbero essere più sofisticati ma non lo sono”.

La Massari fa riferimento in particolare a uno degli studi annuali di Aipb, che interroga 650 private banker su diverse tematiche attraverso interviste one-to-one. Quello che è emerso è che oltre la metà dei private banker (circa il 57%) è interessata al fatto che il proprio investimento generi valore sul proprio territorio, ma i clienti private hanno bisogno di essere guidati da questo punto di vista. Il 48% di questi ultimi, infatti, dichiara che si rivolgerebbe a un private banker per avere un supporto in tema di investimenti socialmente responsabili.

Al centro del cannocchiale, emergono poi le piccole e medie imprese non quotate. Queste ultime sarebbero molto più attente ai temi di governance perché radicate sul proprio territorio e maggiormente sensibili nei confronti dell’ambiente, delle persone che servono e dei loro dipendenti. “Con i mercati di oggi, di tassi obbligazionari bassi e grande volatilità sugli azionari, se si vuole avere un rendimento, bisogna spostarsi con gradualità e con una diversificazione sensata verso l’investimento nell’economia reale in imprese non quotate di piccola e media dimensione”, precisa a tal proposito la Massari. Anche le pmi, però, non sono esenti da alcune problematiche in termini di governance. Se da un lato investono in modo scarso nella comunicazione esterna, dall’altra pongono altresì poca attenzione al tema del passaggio generazionale. Il 65%, infatti, dichiara di aver pensato alla sorte della propria impresa quando non ci sarà più, ma solo il 19% ha cominciato a trasferire l’azienda ai suoi eredi. “Invece di Sdgs, si dovrebbe parlare di Gsds perché, con una buona governance, potrebbero andare bene anche gli altri aspetti”, conclude la Massari.

Dello stesso avviso anche Lorenzo Solimene, associate partner di Kpmg Advisory, secondo il quale la sostenibilità fa parte del sistema di governance aziendale ma, soprattutto, della cultura aziendale. “Bisogna strutturare un’impresa secondo una visione di lungo termine, con due macro principi guida: l’innovazione e il coinvolgimento degli stakeholder nel processo di cambiamento della cultura aziendale”, dichiara Solimene.

Un cerchio che si apre e si chiude così sul tema della cultura. Una cultura che dovrebbe trascinare in primis le persone. “Parliamo tanto di economia circolare, ma non abbiamo capito che l’economia circolare vera dovrebbe ricoinvolgere le persone”, dichiara Enrico Giovannini, economista e portavoce di ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. D’altra parte, invece, Patrizia Giangualano punta tutto sulla finanza: “Il comportamento dei consumatori che iniziano a comprendere i fattori esg è fondamentale, ma la finanza è in grado realmente di cambiare il mondo delle aziende perché investe solo se questi aspetti sono correttamente rappresentati”.

Inoltre, se da un lato l’Europa è pioniera in termini di sostenibilità, dall’altro l’Italia non sarebbe sul sentiero dello sviluppo sostenibile. “Il 75% degli italiani pensa che i temi trattati dall’Agenda 2030 sono prioritari. Il problema è il restante 25%”, continua Giovannini, che conclude: “La storia parlerà di noi europei perché l’Europa è il luogo più sostenibile del mondo. Se l’Europa riuscirà a continuare a essere la campionessa su questi temi, allora avremo una speranza”.

Rita Annunziata
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